- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 3
Darius in fuga, cum acquam turbidam et cadaveribus inquinatam bibisset, negavit umquam se bibisse iucundius. Numquam videlicet sitiens biberat. Nec esuriens Ptolomaeus ederat; cui cum peragranti Aegyptum cibarius in casa panis datus esset, nihil iudicavit illo pane iucundius. Socratem narrant, cum usque ad vesperum contentius ambularet quaesitumque esset ex eo, qua re id faceret, respondisse se, quo melius cenaret, obsonare ambulando famem. Quid? Victum Lacedaemoniorum in philitiis nonne videmus? Ubi cum tyrannus cenavisset Dionisius, negavit se iure illo nigro, quod cenae caput erat, delectatum esse. Tum is qui illa coxerat: - Minime mirum; condimenta enim defuerunt-. -Quae tandem?- quaesivit ille. -Labor in venatu, sudor, cursus ad Eurotam, fames, sitis. His enim rebus Lacedaemoniorum epulae condiuntu
Dario in fuga, avendo bevuto dell'acqua impura e contaminata da dei cadaveri, disse di non aver mai bevuto così piacevolmente. E' evidente che mai aveva bavuto essendo assetato. Neppure Tolomeo aveva aspettato a mangiaren quando aveva avuto fame; infattia egli che visitava l'Egitto fu dato del pane scuro in una casas di campagna, non giudicò niente più buono di quel pane. Si narra chge Socrate, passeggiando fino a sera con passo piuttosto sostenuto e venendogli chiesto perché faceva questo, rispose che, per cenare meglio, si procurava l'appetito passeggiando. E che? Non è forse vero che vediamo il cibo degli Spartani a un pasto pubblico? Qui, avendo cenato il tiranno Dioniso, dichiarò che non gli era per nulla piaciuto quel famoso brodetto nero, che costituiva il paitto principale del pasto. Allora colui che aveva cucinato quelle cose (disse): - (è) poco strano; infatti mancano i condimenti. -. -Quali dunque?- chiese quello. - La fatica della caccia, il sudore, una corsa verso l' Eurote, la fame, la sete. Con queste cose infatti conditi i banchetti degli Spartani.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 3
Omnis enim motus animi suum quendam a natura habet vultum et sonum et gestum; corpusque totum hominis et eius omnis vultus omnesque voces, ut nervi in fidibus, ita sonant, ut a motu animi quoque sunt pulsae. Nam voces ut chordae sunt intentae, quae ad quemque tactum respondeant, acuta gravis, cita tarda, magna parva. Hi sunt actori, ut pictori, expositi ad variandum colores. Sed in ore sunt omnia, in eo autem ipso dominatus est omnis oculorum; animi est enim omnis actio et imago animi vultus, indices oculi: nam haec est una pars corporis, quae, quot animi motus sunt, tot significationes possit efficere.
Infatti ogni moto dell’animo ha associati per natura una certa sua espressione del volto, un suo tono di voce e una sua gestualità; e tutto il corpo dell’uomo, ogni sua espressione e ogni sua intonazione della voce, al pari delle corde nella cetra, come sono sollecitati da ciascun sentimento dell’animo, così “vibrano”. Infatti i toni della voce sono tesi come le corde che, ad ogni tocco, rispondono con un suono ora acuto ora grave, ora accelerato ora lento, ora forte ora debole. Questi sono i colori a disposizione dell'attore, come i colori sono a disposizione del pittore per colorare. Ma nella in bocca ci sono tutte queste cose, tutto sta nell’espressione del volto invece in quello stesso tutto è dominato dagli occhi; e a sua volta nel volto stesso la supremazia è tutta degli occhi il volto è, infatti, sia di ogni emozione dell'animo sia l'immagine dell'animo, l’intero lato mobile dell’animo e l’immagine dell’animo gli occhi ne sono la prova, ; infatti questa è una l’unica parte dell'uomo del corpo che, quante sono le emozioni dell'animo, tanti significati espressioni può produrre.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 3
Siamo fatti per vivere in comunità
Versione di latino di Cicerone
traduzione della Versione dal libro INSTRUMENTA
Nemo in summa solitudine vitam agere velit ne cum infinita quidem voluptatum abundantia, facile intellegitur nos ad coniunctionem congregationemque hominum et ad naturalem communitatem esse natos. Inpellimur autem natura, ut prodesse velimus quam plurimis in primisque docendo rationibusque prudentiae tradendis. itaque non facile est invenire qui quod sciat ipse non tradat alteri; ita non solum ad discendum propensi sumus, verum etiam ad docendum. Atque ut tauris natura datum est ut pro vitulis contra leones summa vi impetuque contendant, sic ii, qui valent opibus atque id facere possunt, ut de Hercule et de Libero accepimus, ad servandum genus hominum natura incitantur. Atque etiam Iovem cum Optimum et Maximum dicimus cumque eundem Salutarem, Hospitalem, Statorem, hoc intellegi volumus, salutem hominum in eius esse tutela Nessuno vorrebbe passar la vita in completa solitudine, neppure con infinita abbondanza di piaceri, è facile capire che noi siamo nati per una unione e aggregazione di uomini e per una comunità naturale. Ed è la natura che sospinge a voler renderci utili al maggior numero possibile di persone, anzitutto con l'insegnamento e dando norme di saggezza. Pertanto non è facile trovare uno che non comunichi ad un altro ciò che sa egli stesso: così siam propensi non solo ad imparare ma anche ad insegnare. E come per i tori è una dote naturale lottare con estremo vigore e slancio contro i leoni a difesa dei vitelli, così coloro che ne hanno i mezzi e possono farlo - come la tradizione ci riferisce di Ercole e di Libero - sono incitati da natura a salvare il genere umano. Ed anche quando diamo a Giove gli epiteti di Ottimo e Massimo, e pure di Salvatore, Ospitale, Statore, vogliamo intendere che nella sua protezione si trova la salute degli uomini
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 3
Cicerone esorta il senato a combattere contro Antonio
versione di latino Autore: Cicerone
Quapropter, quoniam res in id discrimen adducta est, utrum ille poenas rei publicae luat, an nos serviamus, aliquando, per deos immortales, patres conscripti, patrium animum virtutemque capiamus, ut aut libertatem propria Romani et generis et nominis reciperemus aut mortem servituti anteponamus! Multa, quae in libera civitate ferenda non essent, tulimus et perpessi sumus, alii spe forsitan reciperandae libertatis, alii vivendi nimia cupiditate; sed, si illa tulimus, quae nos necessitas ferre coegit, quae vis quaedam paene fatalis, (quae tamen ipsa non tulimus) etiamne huius impuri latronis feremus taeterrimum crudelissimumque dominatum?Nihil est detestabilius dedecore, nihil foedius servitute. Ad decus et ad libertatem nati sumus; aut haec teneamus aut cum dignitate moriamur. Nimium diu teximus
traduzione
E perciò, poiché la questione è stata portata ad un punto tale che si tratta di decidere se quello sconti la pena dello Stato, o se noi serviamo, alla fine, per gli dei immortali, Padri conscritti, se scegliamo il sentimento dei padri e la virtù, che o recupereremo la libertà propria delle genti romane e il nome o se anteporremo la morte in schiavitù! abbiamo sopportato molte cose, che in una civiltà libera non si devono sopportare, e molto abbiamo sopportato, gli uni nella speranza forse di recucperare la libertà, gli altri per eccessivo attaccamento alla vita; ma, se abbiamo sopportato quello che la necessità ci costrinse a sopportare, che la forza di una pena fatale (che tuttavia non sopportammo) anche da questo ladro corrotto sopportiamo di essere dominati dal più malvagio e più crudele?Niente è più detestabile del disonore, niente è più vergognoso della servitù. Siamo nati per il decoro e per la libertà: conserviamole oppure moriamo con dignità.
Troppo a lungo abbiamo nascosto ciò che sentivamo
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 3
Possum persequi permulta oblectamenta rerum rusticarum, sed haec ipsa, quae dixi, sentio fuisse longiora. Ignoscetis autem; nam et studio rusticarum rerum provectus sum, et senectus est natura loquacior, ne ab omnibus eam vitiis videar vindicare. Ergo in hac vita M. Curius, cum de Samnitibus, de Sabinis, de Pyrrho triumphasset, consumpsit extremum tempus aetatis. Cuius quidem ego villam contemplans (abest enim non longe a me) admirari satis non possum vel hominis ipsius continentiam vel temporum disciplinam. Curio ad focum sedenti magnum auri pondus Samnites cum attulissent, repudiati sunt; non enim aurum habere praeclarum sibi videri dixit, sed eis qui haberent aurum imperare. Poteratne tantus animus efficere non iucundam senctutem? Sed venio ad agricolas, ne a me ipso recedam. In agris erant tum senatores, id est senes, siquidem aranti L. Quinctio Cincinnato nuntiatum est eum dictatorem esse factum; cuius dictatoris iussu magister equitum C. Servilius Ahala Sp. Maelium regnum adpetentem occupatum interemit. A villa in senatum arcessebatur et Curius et ceteri senes, ex quo, qui eos arcessebant viatores nominati sunt. Num igitur horum senectus miserabilis fuit, qui se agri cultione oblectabant?
Potrei proseguire parlando delle numerosissime gioie della campagna; credo però di essermi dilungato troppo. Vorrete con tutto ciò perdonarmi: mi sono lasciato prendere dalla passione per la vita contadina e poi la vecchiaia è per costituzione una buona chiacchierona - lo confesso perché non sembri che la scuso di ogni difetto. Ecco perché Manlio Curio, dopo aver trionfato sui Sanniti, sui Sabini e su Pirro, scelse per i suoi ultimi anni questo stile di vita. E quando contemplo la sua villa, che non dista molto dalla mia, non mi stanco mai di ammirare la continenza dell'uomo e la severità dei tempi. Curio sedeva al focolare quando vennero i Sanniti a portargli una gran quantità d'oro. Li cacciò via perché, disse, non gli sembrava onesto possedere l'oro, ma comandare su chi ne possedeva. Un animo così grande poteva forse non rendergli piacevole la vecchiaia? Ma vengo ai contadini per non allontanarmi da me stesso. In quel tempo i senatori, cioè dei vecchi, passavano la vita in campagna se è vero che Lucio Quinzio Cincinnato stava arando quando ricevette la notizia della sua nomina a dittatore; per ordine di Cincinnato, dittatore, il comandante della cavalleria Caio Servilio Ahala prevenne il complotto di Spurio Melio che aspirava alla tirannide e lo uccise. Curio e gli altri vecchi venivano convocati in senato dalle loro case di campagna; per cui furono detti «corrieri» i messi che li andavano a chiamare. Allora, era forse da compatire la vecchiaia di uomini che passavano il tempo a coltivar la terra?