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Coniuraverunt contra rem publicam mali et corrupti cives, qui ducem habebant Catilinam. Is, cupiditate imperii incensus. In suam amicitiam familiaritatemque traxerat eos qui, in desperationem adducti, res novas optabant, aut eos qui, aere alieno oppressi, res familiares effuderant, praeterea imnes homines perditos, facinorosos, infames, audaces. Inter coniuratos erant senatores et equites, inm primis P. Lentulus Sura, qui post consulatum ob mores corruptos a senatu amotus erat, multi Sillani milites, qui, olim apud Faesulas in colonias deducti, divitias consumpserant et spe novarum rapinarum adducti bellum optabant. Catilina, omnibus rebus instructis et insidiis consulibus paratis, animos eorum omnium incitavit: "Iam rem publicam occaputuri sumus: cum bonos et divites cives trucidaveimus, mihi dominatio, vobis magistratus, provinciae, dignitates erunt".
Cittadini malvagi e corrotti, che avevano come comandante Catilina, congiurarono contro lo stato. Questo, era bramoso di potere. Aveva spinto nella sua amicizia e familiarietà tutti quelli che, spinti dalla diperazione, cercavano nuove cose e quelli che, oppressi dall'atmosfera straniera, avevano dissipato il patrimonio, inoltre tutti gli uomini infelici, facinorosi, infami e audaci. Tra i congiurati c'erano senatori e cavalieri, Specialmente Lentulo Sira, che dopo il consolato, per le usanze corrotte fu allontanato dal Senato, molti soldati sillani, che, una volta presso Fiesole furono condotti in colonie, avevano consumato le ricchezze e spinti dalla speranza di nuove razzie, desideravano la guerra. Catilina preparate tutte le faccende e gli attentati ai consoli, incitò gli animi di quei cittadini: "Stiamo così per occupare lo stato, quando uccideremo i cittadini buoni e ricchi, a me sarà il dominio, a voi le magistrature, le province e gli onori".
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Si può scrivere di filosofia in latino
versione di latino di Cicerone
Mentre languivamo nell'ozio e la situazione dello stato era tale da ritenersi necessario essere governato da un solo per prima cosa ritenni necessario che a vantaggio dello stato si dovesse illustrare ai nostri cittadini la filosofia. Osservando che per roma fosse un successo che argomenti così importanti fossero tradotti in lingua latina. Per questo io non mi pento della mia decisione poiché capisco obbiettivamente di quante persone abbia suscitato non solo il desiderio di apprendere ma anche di scrivere. Non erano capaci di comunicare le cose che avevano imparato, poiché diffidavano di poterlo esprimere. In questo campo mi sembra che noi abbiamo tanto progredito che non siamo superati dai greci neppure nella ricchezza delle parole; mi ha esortato poi una angoscia nell'animo causato da un rivolgimento della fortuna. Se avessi potuto trovare qualche altro sollievo non mi sarei rifugiato soprattutto in questi studi
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Inizio latino: Meum semper iudicium fuit omnia nostros aut invenisse per se sapientius quam Graecos aut accepta ab illis fecisse meliora, quae quidem digna statuissent, in quibus elaborarent. ...
Io sono stato sempre convinto (il mio giudizio sempre fu) che i nostri connazionali nell'esplicare la loro attività inventrice furono più saggi dei Greci oppure nel desumere da quelli furono dei perfezionatori, e ciò in ogni campo di cui ritennero degno occuparsi. Effettivamente i costumi e le istituzioni civili l'amministrazione della casa e della famiglia da noi godono miglior cura e maggior decoro, e lo Stato per opera dei nostri antenati poggia senza dubbio su istituzioni e leggi migliori. E l'organizzazione militare? in essa i nostri compatrioti furono fortissimi, sia per il valore sia ancor più per la disciplina. In quanto poi ai risultati ottenuti con le doti di natura e non con la cultura letteraria, né la Grecia né alcuna altra nazione può reggere il confronto con noi. Chi infatti ebbe mai tanta dignità, fermezza, forza d'animo, probità, lealtà, chi una virtù che tanto eccellesse in ogni campo, da poter essere paragonato con i nostri antenati? Nella cultura e in ogni genere letterario la Grecia ci era superiore; ma era facile vincere chi non contrastava.
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Tullius S. D. Terentiae et Tulliae et Ciceroni suis. Ego minus saepe do ad vos litteras, quam possum, propterea quod cum omnia mihi tempora sunt misera, tum vero, cum aut scribo ad vos aut vestras lego, conficior lacrimis sic, ut ferre non possim. Quod utinam minus vitae cupidi fuissemus! certe nihil aut non multum in vita mali vidissemus. Quod si nos ad aliquam alicuius commodi aliquando recuperandi spem fortuna reservavit, minus est erratum a nobis. Si haec mala fixa sunt, ego vero te quam primum, mea vita, cupio videre et in tuo complexu emori, quoniam neque dii, quos tu castissime coluisti, neque homines, quibus ego semper servivi, nobis gratiam rettulerunt. Brundisio profecti sumus a. d. II K. Mai. : per Macedoniam Cyzicum petebamus. O me perditum, o afflictum! Quid nunc rogem te ut venias, mulierem aegram et corpore et animo confectam? Non rogem? Sine te igitur sim? Opinor, sic agam: si est spes nostri reditus, eam confirmes et rem adiuves; sin, ut ego metuo, transactum est, quoquo modo potes ad me fac venias. Unum hoc scito: si te habebo, non mihi videbor plane perisse. Sed quid Tulliola mea fiet? iam id vos videte: mihi deest consilium. Sed certe, quoquo modo se res habebit, illius misellae et matrimonio et famae serviendum est. Quid? Cicero meus quid aget? iste vero sit in sinu semper et complexu meo. Non queo plura iam scribere: impedit maeror. Tu quid egeris, nescio: utrum aliquid teneas an, quod metuo, plane sis spoliata. Pr. K. Mai. Brundisio. (Ad Familiares XIV, 4)
Tullio saluta i suoi cari Terenzia, Tullia e Cicerone. Io vi mando delle lettere meno spesso di quanto potrei (possa) soprattutto perché sia tutti i momenti sono per me infelici, sia, quando o vi scrivo o leggo le vostre lettere, sono spossato (angustiato) (abbattuto) dalle lacrime tanto che non riesco a sopportarlo. Oh, se fossi stato meno desideroso di vivere! Certamente non avrei visto niente di male o non molto nella vita. Perciò se la sorte mi ha riservato qualche speranza di riacquistare un giorno qualche bene meno si è sbagliato da parte nostra. ; se questi mali sono definitivi io allora desidero vederti quanto prima, vita mia, e morire tra le tue braccia, poiché né gli dei che tu hai venerato religiosamente, né gli uomini, ai quali io ho sempre servito, ci sono stati riconoscenti. Partiamo da Brindisi il 30 aprile, ci dirigiamo a Cizico attraverso la Macedonia. O me perduto, o me afflitto! Che cosa ora dovrei chiederti di venire, donna malata e sfinita sia nel corpo che nello spirito? Non dovrei chiedertelo? Dovrei dunque stare senza di te? Penso di fare così: se c’è la speranza di un mio ritorno rafforzala e asseconda la vicenda, se invece, come io temo, è finita, in qualunque modo puoi fai in modo di venire da me. Sappi solo questo: se ti avrò non mi sembrerà di essere perduto del tutto. Ma che ne sarà della mia piccola Tullia? Ormai a questo provvedete voi; io sono incapace di decidere. Ma certamente, in qualunque modo andrà la cosa, occorre prendersi cura sia del matrimonio sia della reputazione di quella poveretta. A che scopo? Che cosa farà il mio Cicerone? Potesse davvero stare sempre nel petto e nel mio abbraccio. Ormai non posso scrivere più; il dolore me lo impedisce. Non so che cosa tu abbia fatto: se possiedi ancora qualcosa o se, come temo (lett. Cosa che temo), tu ne sia spogliata completamente. Da Brindisi. Il 30 aprile.
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Sed cum in eo magnus error esset, quale esset id dicendi genus, putavi mihi suscipiendum laborem utilem studiosis, mihi quidem ipsi non necessarium. Converti enim ex Atticis duorum eloquentissimorum nobilissimas orationes inter seque contrarias, Aeschinis et Demosthenis; nec converti ut interpres, sed ut orator, sententiis isdem et earum formis tamquam figuris, verbis ad nostram consuetudinem aptis. In quibus non verbum pro verbo necesse habui reddere, sed genus omne verborum vimque servavi. Non enim ea me adnumerare lectori putavi oportere, sed tamquam appendere. Hic labor meus hoc assequetur, ut nostri homines quid ab illis exigant, qui se Atticos volunt, et ad quam eos quasi formulam dicendi revocent intellegant. Sed exorietur Thucydides; eius enim quidam eloquentiam admirantur. ' Id quidem recte; sed nihil ad eum oratorem quem quaerimus. Aliud est enim explicare res gestas narrando, aliud argumentando criminari crimenve dissolvere; aliud narrantem tenere auditorem, aliud concitare. 'At loquitur pulchre. ' Num melius quam Plato? Necesse est tamen oratori quem quaerimus controversias explicare forensis dicendi genere apto ad docendum, ad delectandum, ad permovendum.
Ora, visto che regna una grande errore su quale sia stata quel genere d'eloquenza, ho ritenuto bene di dovermi accollare un compito (che fosse) utile agli studiosi, per quanto io, per me, di certo non ne necessitassi. Ho tradotto le più famose e nobilissime orazioni dei due, in assoluto, più produttivi oratori attici, Eschine e Demostene, l'una contro l'altra (orazione dell'uno contro l'altro). Nè le ho tradotte vestendo i panni d' interprete, bensì (quelli di) oratore, con le stesse loro (parole) ma con termini che si adattassero al nostro uso. Nel fare ciò, non ho ritenuto necessario procedere ad una puntuale traslitterazione delle parole da una lingua all'altra, bensì ne ho preservato tutta il genere e la forza: insomma ho ritenuto che non dovessi limitarmi a "contare" le parole al lettore, quanto piuttosto a "soppesarle", volendo esprimermi così. Questa mia fatica si propone questo scopo: che i nostri uomini intendano che cosa pretendere da coloro che professano l'atticismo e a quale, per così dire, "formula oratoria (invece) di richiamarli. Ma sorgerà (l'astro di) Tucidide; infatti, c''è chi nutre grande ammirazione per la sua eloquenza. A buon ragione. Tuttavia, (l'esempio di Tucidide) non apporta alcunchè al mio oratore che cerchiamo. Una cosa è, infatti, lraccontare le gesta narrando, altra cosa istruire o smontare un'accusa. Una cosa è mantener desta, col racconto l'attenzione di chi ascolta, altra cosa è infervorarlo. "Ma (Tucidide) parla divinamente!". Forse più di Platone?In realtà, si rende necessario al mio oratore ideale risolvere controversie forensi, con uno stile oratorio atto a persuadere.