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Videtis igitur magistratus hanc esse vim, ut praesit praescribatque recta et utilia et coniuncta ...fine: ...magistratibus, sed etiam ut eos colant diligantque praescribimus.
Voi vedete dunque conto che questa è l'essenza del magistrato, di sovraintendere e dare prescrizioni giuste ed utili, nonché in armonia con le leggi. Come infatti le leggi stanno al di sopra dei magistrati, così i magistrati stanno al di sopra del popolo, e si può dire veramente che il magistrato è una legge parlante, la legge invece è un magistrato muto. Nulla inoltre è tanto conforme al diritto ed alla disposizione della natura - quanto il potere; senza di esso infatti né la famiglia, né lo Stato, né la nazione, né il genere umano, né tutta la natura, né il mondo stesso potrebbero sussistere; C'è dunque necessità di magistrati, perché senza la loro saggezza e diligenza non potrebbe sussistere uno Stato, e sulla loro distribuzione si fonda tutta la gestione dello Stato. E occorrerà stabilire non soltanto per essi un limite al loro potere, ma anche per i cittadini un limite all'obbedienza. Infatti chi ben comanda, dovrà un giorno o l'altro obbedire, e chi obbedisce con giudizio, può sembrare degno di assumere un giorno il potere. E' necessario pertanto che chi obbedisce abbia la speranza di poter un giorno comandare, e colui che comanda rifletta che tra breve dovrà obbedire. Ma non solo prescriviamo che i cittadini siano sottomessi e obbediscano ai magistrati, ma anche che li onorino e li amino
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Ex eo, quantum cuique satis est, metiuntur homines divitiarum modum. Filiam quis habet, pecunia est opus; duas, maiore; pluris, maiore etiam; si, ut aiunt Danaum quinquaginta sint filiae, tot dotes magnam quaerunt pecuniam. Quantum enim cuique opus est, ad id accommodatur, ut ante dixi, divitiarum modus. Qui igitur non filias plures, sed innumerabiles cupiditates habet, quae brevi tempore maximas copias exhaurire possint, hunc quo modo ego appellabo divitem, cum ipse egere se sentiat? Multi ex te audierunt, cum diceres neminem esse divitem, nisi qui exercitum alere posset suis fructibus, quod populus Romanus tantis vectigalibus iam pridem vix potest. Ergo hoc proposito numquam eris dives ante, quam tibi ex tuis possessionibus tantum reficietur, ut eo tueri sex legiones et magna equitum ac peditum auxilia possis. Iam fateris igitur non esse te divitem, cui tantum desit, ut expleas id, quod exoptas. Itaque istam paupertatem vel potius egestatem ac mendicitatem tuam numquam obscure tulisti.
Infatti gli uomini valutano la misura della ricchezza secondo quanto è sufficiente a ciascuno. Chi ha una figlia, ha bisogno di denaro; chi ha due figlie, ha bisogno di maggior denaro; chi ha più di due figlie, ha bisogno ancor più di denaro; se, come dicono, uno come Danao ha 50 figlie, tante doti richiedono grande denaro. Infatti, la misura della ricchezza, come ho detto prima, è conforme a quanto serve a ciascuno. Dunque, in che modo io chiamerò ricco chi ha non più figlie, ma innumerevoli desideri, che possano in breve tempo consumare una grandissima ricchezza, sentendo lui stesso di essere povero?
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Non omnes possunt esse Scipiones aut Maximi, ut urbium expugnationes, ut pedestres navalesve pugnas, ut bella a se gesta, ut triumphos recordentur. Est etiam quiete et pure atque eleganter actae aetatis placida ac lenis senectus, qualem accepimus Platonis, qui uno et octogesimo anno scribens est mortuus, qualem Isocratis, qui eum librum, qui Panathenaicus inscribitur, quarto et nonagesimo anno scripsisse se dicit, vixitque quinquennium postea; cuius magister Leontinus Gorgias centum et septem complevit annos neque umquam in suo studio atque opere cessavit. Qui, cum ex eo quaereretur, cur tam diu vellet esse in vita, 'Nihil habeo, ' inquit, 'quod accusem senectutem. ' Praeclarum responsum et docto homine dignum. Sua enim vitia insipientes et suam culpam in senectutem conferunt
Non tutti possono essere degli Scipione o dei Massimi per ricordarsi città espugnate, battaglie terrestri e navali, guerre da loro condotte, trionfi. Ma anche la vecchiaia di una vita trascorsa nella calma, nell'onestà e nella distinzione è tranquilla e dolce, come fu, secondo la tradizione, quella di Platone, che mori a ottantun anni mentre era impegnato a scrivere, e quella di Isocrate, che dice di aver composto, novantaquattrenne, l'opera intitolata Panatenaico e visse ancora cinque anni; il suo maestro, Gorgia di Leontini, compì centosette anni senza smettere mai di studiare e lavorare; quest'ultimo, a chi gli chiedeva perché volesse vivere così a lungo, rispondeva: «Non ho niente da rimproverare alla vecchiaia!» Risposta eccezionale e degna di un uomo colto!Sono infatti gli ignoranti a imputare alla vecchiaia vizi e colpe loro
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Inizio: In M. Catone iudices haec bona, qua videmus divina et egrecia ipsius scitore esse propria ... Fine. ...Hoc homo ingeniosissimus M. Cato auctoribus eruditissimus inductus arripuit neque disputandi causa ut magna pars sed ita vivendi.

O giudici, sappiate che in Marco Porcio Catone le cose buone, che vediamo divine e straordinarie, sono proprie dello stesso, talvolta le cose che cerchiamo, queste non derivano tutte dalla natura, ma da un maestro. Infatti fu un uomo di sommo ingegno, Zenone, gli emuli del cui fondatore sono chiamati stoici. Le sue sentenze e regole sono di questo tipo: che un saggio non è mai mosso dalla grazia, che non perdona mai l'errore di qualcuno; che nessuno è misericordioso se non stolto e insignificante; che non è del'uomo essere né pregato né placato; che solo i saggi, anche se assolutamente deformi, sono belli, ricchi anche se poverissimi, re anche se vivono in servitù; invece dicono che noi, che non siamo saggi, siamo fuggitivi, esuli, nemici ed infine insani, che tutti gli errori sono uguali, che ogni misfatto è una turpe scelleratezza, che non sbaglia meno chi ha soffocato il gallo, anche se non era necessario, di quello che ha soffocato il padre; che il saggio non giudica per nulla, che non si pente di nulla, che non sbaglia in nulla, che non cambia mai opinione. Quest'uomo molto intelligente, Marco Catone, indotto da autori molto eruditi, colse l'occasione non per discutere, come la maggior parte, ma per vivere
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Che cos'è l'anima secondo Platone e Aristotele
Autore: Cicerone
Plato triplicem finxit animum, cuius principatum, id est rationem, in capite sicut in arce posuit, et duas partes parere voluit, iram et cupiditatem, quas locis disclusit: iram in pectore, cupiditatem supter praecordia locavit.
Dicaearchus autem in eo sermone, quem Corinthi habitum tribus libris exponit, doctorum hominum disputantium primo libro multos loquentes facit; duobus Pherecratem quendam Phthiotam senem, quem ait a Deucalione ortum, disserentem inducit nihil esse omnino animum, et hoc esse nomen totum inane, frustraque animalia et animantis appellari, neque in homine inesse animum vel animam nec in bestia, vimque omnem eam, qua vel agamus quid vel sentiamus, in omnibus corporibus vivis aequabiliter esse fusam nec separabilem a corpore esse, quippe quae nulla sit, nec sit quicquam nisi corpus unum et simplex, ita figuratum ut temperatione naturae vigeat et sentiat.
Aristoteles, longe omnibus Platonem semper excipio praestans et ingenio et diligentia, cum quattuor nota illa genera principiorum esset complexus, e quibus omnia orerentur, quintam quandam naturam censet esse, e qua sit mens.
Platone immaginò l'anima divisa in tre parti: la parte principale, cioè la ragione, la pose nel capo, quasi a occupare il posto di preminenza, e subordinate ad essa concepì le altre due, quella dell'ira e quella del desiderio, che collocò al loro posto: l'ira nel petto, e il desiderio al disotto dei precordi. Dicearco, riportando in tre libri una conferenza tenuta a Corinto, introduce come personaggi del primo parecchi sapienti in discussione tra loro; negli altri due affida a Ferecrate, un vecchio di Ftia che egli dice discendente di Deucalione, la tesi che segue. L'anima non esiste, è un nome assolutamente privo di significato; parlare di animali e di esseri animati non vuol dir niente, né esiste, nell'uomo come nelle bestie, anima o soffio vitale che sia: quella forza che ci permette di agire e di provare sensazioni è ugualmente diffusa in tutti i corpi viventi, e non è nient'altro che il corpo, il quale è uno, semplice, e conformato in modo da avere vigore e sensibilità per la sua naturale organizzazione.
Aristotele, che è di gran lunga superiore a tutti gli altri, sempre eccettuato Platone, per genio e per accuratezza di ricerca, pure ammettendo i quattro famosi elementi da cui tutte le cose derivano, ritiene che esista una quinta
essenza di cui è fatta l'anima.
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