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Ergo et promissa non facienda non numquam neque semper deposita reddenda. Si gladium quis apud te sana mente deposuerit, repetat insaniens, reddere peccatum sit, officium non reddere. Quid? si is, qui apud te pecuniam deposuerit, bellum inferat patriae, reddasne depositum? Non credo, facies enim contra rem publicam, quae debet esse carissima. Sic multa, quae honesta natura videntur esse, temporibus fiunt non honesta. Facere promissa, stare conventis, reddere deposita commutata utilitate fiunt non honesta.
Non sempre, dunque, bisogna promettere e non sempre bisogna restituire ciò che si è avuto in deposito. Se uno sano di mente avesse depositato presso di te una spada e, divenuto folle, te la richiedesse, sarebbe una colpa il restituirla, dovere il non restituirla. E che? Se uno, che avesse depositato del denaro presso dì te, muovesse guerra alla patria, dovresti restituirgli la somma depositata? Credo di no, perché agiresti contro lo Stato, che deve starti a cuore più d'ogni cosa. Così molte azioni, che sembrerebbero oneste per natura, diventano in particolari circostanze disoneste: mantenere le promesse, attenersi ai patti, restituire i depositi, cambiate le utilità diventano azioni disoneste.
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Ea tempestate mihi imperium populi Romani multo maxume miserabile visum est. Cui cum ad occasum ab ortu solis omnia domita armis parerent, domi otium atque divitiae, quae prima mortales putant, adfluerent, fuere tamen cives, qui seque remque publicam obstinatis animis perditum irent. Namque duobus senati decretis ex tanta multitudine neque praemio inductus coniurationem patefecerat neque ex castris Catilinae quisquam omnium discesserat: tanta vis morbi ac veluti tabes plerosque civium animos invaserat. Neque solum illis aliena mens erat, qui conscii coniurationis fuerant, sed omnino cuncta plebes novarum rerum studio Catilinae incepta probaba
In quel tempo, l'impero del popolo romano mi sembrò più che mai degno di commiserazione. Quello al quale dal tramonto al sorgere del sole ubbidivano tutte le genti domate dalle sue armi, e al cui interno affluivano pace e ricchezza, ritenute fra i mortali le più importanti fra le cose, s'imbatté nondimeno in cittadini che ostinatamente volevano rovinare se stessi e lo Stato. Infatti di tale moltitudine, malgrado i due decreti del Senato, non vi fu nessuno, fra tutti, che indotto dal premio rivelasse la congiura, né disertasse dal campo di Catilina: tanta la forza del male e, per così dire, della peste che aveva invaso l'animo della maggior parte dei cittadini. E non solo quelli che erano complici della congiura avevano la mente stravolta, ma tutta intera la plebe, per cupidigia di novità, approvava le imprese di Catilina
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Verum quidem si audire volumus, omissis illis divinis consiliis, quibus saepe constituta est imperatorum sapientia salus civitatis aut belli aut domi, multo magnus orator praestat minutis imperatoribus. 'at prodest plus imperator. ' quis negat? sed tam en--non metuo ne mihi adclametis; est autem quod sentias dicendi liber locus--malim mihi L. Crassi unam pro M'. Curio dictionem quam castellanos triumphos duo. 'at plus interfuit rei publicae castellum capi Ligurum quam bene defendi causam M'. Curi'. Credo; sed Atheniensium quoque plus interfuit firma tecta in domiciliis habere quam Minervae signum ex ebore pulcherrimum; tamen ego me Phidiam esse mallem quam vel optumum fabrum tignuarium. quare non quantum quisque prosit, sed quanti quisque sit ponderandum est; praesertim cum pauci pingere egregie possint aut fingere, operarii autem aut baiuli deesse non possint.
Certo, se proprio vogliamo dire la verità, fatta eccezione per quelle divine risoluzioni grazie alle quali la saggezza dei generali ha spesso assicurato, in guerra o all'interno, la salvezza della città, un grande oratore è molto superiore a dei generali da quattro soldi. "Ma un generale è più utile. " Chi lo nega? Tuttavia - e non faccio caso se vi mettete a schiamazza re; " qui c'è facoltà di dire liberamente ciò che si pensa - quell'unica arringa di Crasso in difesa di Manio Cu rio io la preferirei, per me, a due trionfi per aver espugnato delle cittadelle. "Ma per lo stato, l'espugnazione di una cittadella ligure era più importante di una buona difesa della causa di Manio Curio. " Ci credo: ma anche agli ateniesi importava di più avere tetti robusti sulle loro abitazioni, piuttosto che una bellissima statua d'avorio di Minerva; e tuttavia io preferirei esser Fidia piuttosto che il migliore dei carpentieri. Pertanto bisogna considerare non quanto uno sia utile, ma quanto uno valga; tanto più che pochi sono in grado di dipingere o scolpire in maniera egregia; di manovali e di facchini non ne possono invece mancare.
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Ac ne illa quidem promissa servanda sunt, quae non sunt iis ipsis utilia, quibus illa promiseris. Sol Phaetonti filio, ut redeamus ad fabulas, facturum se esse dixit, quidquid optasset. Optavit, ut in currum patris tolleretur; sublatus est; atque is ante quam constitit ictu fulminis deflagravit; quanto melius fuerat in hoc promissum patris non esse servatum. Quid? quod Theseus exegit promissum a Neptuno? Cui cum tres optationes Neptunus dedisset, optavit interitum Hippolyti filii, cum is patri suspectus esset de noverca; quo optato impetrato, Theseus in maximis fuit luctibus Quid? quod Agamemnon cum devovisset Dianae, quod in suo regno pulcherrimum natum esset illo anno, immolavit Iphigeniam, qua nihil erat eo quidem anno natum pulchrius. Promissum potius non faciendum, quam tam taetrum facinus admittendum fuit
Ma non devono esser mantenute neppure quelle promesse che non sono di utilità a coloro ai quali sono state fatte. Per ritornare ai miti, il Sole disse al figlio Fetonte che avrebbe esaudito qualunque suo desiderio; egli volle salire sul cocchio del padre; vi fu fatto salire. Ma prima di mettersi a sedere fu colpito e bruciato da un fulmine. Quanto sarebbe stato meglio che in questo caso non fosse stata mantenuta la promessa paterna! E che dire della promessa che Teseo pretese da Nettuno? Avendogli Nettuno concesso tre desideri, chiese la morte del figlio Ippolito, poiché questi era stato sospettato dal padre di illecita relazione con la matrigna; ottenuto l'adempimento di questo desiderio, Teseo piombò nel maggiore dei lutti. E che dire di Agamennone? Avendo offerto in voto a Diana quello che di più bello fosse nato nel suo regno in quell'anno, immolò Ifigenia, della quale, almeno in quell'anno, niente era nato di più bello. avrebbe dovuto fare a meno dì promettere, anziché commettere un delitto così infame
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Cesare varca il Rubicone e Cicerone abbandona Roma Cicerone
In quale pericolo si trovi la mia salvezza e quella di tutte le persone oneste e di tutto lo stato lo puoi capire dal fatto che abbiamo lasciato le nostre città e la patria stessa da saccheggiare e da bruciare, abbiamo concesso le nostre case e la nostra stessa patria al saccheggio e all'incendio. La situazione è stata condotta ad un punto tale che se qualche dio o qualche situazione particolare non avverrà non riusciremo ad uscirne salvi. In quanto a me, da quando sono giunto a Roma, non ho (mai) cessato di convogliare il mio pensiero, la mia eloquenza, il mio operato su tutto ciò che potesse promuovere la concordia. Ma un singolare furore – il desiderio di venire alle armi – s’era impossessato non solo dei cattivi (cittadini), ma anche di quelli ritenuti onesti, benché io sostenessi a gran voce (ablativo assoluto che facciamo valere come concessivo) che nulla c’è di più orribile della guerra civile. E così, dal momento che Cesare veniva rapito da una certa qual follia e dimenticasi del suo nome, e dei suoi onori dal momento che ha occupato Rimini, Pesaro, Arezzo (lett. abbiamo= plurale maiestatis) ho lasciato la città. Quanto con coraggio sia stato fatto non importa per niente che sia discusso.