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Cercando di addossare la colpa ad uno schiavo
Autore: Cicerone
Nuovo comprendere e tradurre vol. 4
Allora costui, mosso da quell'atrocità del lavoro affinché da lui fosse allontanato il sospetto di qeulla scelleratezza diede al suo ospite un certo lavoro di trovare qualcuno che si incolpasse di aver fatto ciò e si adoperasse affinché questo venisse condannato per questo crimine e non fosse accusato lui stesso.
Il fatto non venne rimandato. Infatti costui essendo partito da Catania i servi denunciarono il tale; egli essendo accusato, i finiti testimoni andarono contro di lui.
Tutto il senato aveva giudicato il fatto con le leggi di Catania.
Vennero chiamate le sarcedotesse, a queste vennero chieste in segreto nella curia che cosa avessero visto del fatto accaduto, in quale modo fosse stata rapita la statua.
Quelle risposero ai pretori di aver visto in quel luogo i servi.
Il fatto che già prima non era ignoto iniziò ad essere evidente con la testimonzia delle sacerdotesse.
Andò a deliberare; quel servo innocente venne assolto da ogni sentenza così che voi più facilmente possate condannare questo con tutte le sentenze.
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Quis neget opus esse in hoc oratorio motu statuque Rosci gestum et venustatem? Tamen nemo suaserit adulescentibus dicendi studiosis in gestu discendo histrionum more elaborare. Quid est oratori tam necessarium quam vox? Tamen me auctore nemo dicendi studiosus Graecorum more tragoediorum voci serviet, qui et annos complures sedentes declamitant et cotidie, antequam pronuntient, vocem cubantes sensim excitant eandemque, cum egerunt, sedentes ab acutissimo sono usque ad gravissimum sonum recipiunt et quasi quodam modo conligunt.
Chi potrebbe negare che c'è bisogno di Roscio? Tuttavia nessuno potrebbe consigliare ai giovani che si dedicano al dire (ovvero all'oratoria) di applicarsi ad imparare la gestualità alla maniera degli attori. Cosa ha l'oratore di tanto essenziale quanto la voce? Tuttavia dietro mio consiglio nessuno che si dedichi all'oratoria curerebbe la voce all'uso (come usano) degli attori tragici greci, che, per parecchi anni declamano stando seduti e ogni giorno, prima che entrino in scena, rianimano la voce a poco a poco stando a letto e, dopo che hanno recitato, stando seduti la riportano dal tono più acuto al più basso e quasi in un certo senso la raccolgono
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Amicitia praemium et solacium humanae vitae est. nihil est, cum in secundis, tum in adversis rebus, homini dulcius, nihil utilius amicitia. Verus amicus est enim vitae socius et particeps. Si ortus pulcherrimi pueri, si nuptiae dilectissimae filiae, si salus optimi filii domum laetificavit, amicus adveniet et suo gaudio gaudium tuum augebit; sic tristis ac sollicitus es, amicus maxime te corroborabit, auxilium consiliumque maiore etiam cura praebebit. Nec minus utilis est amicitia in necessitatibus: nam si inopia rerum laboramus, amici rem familiarem praebent ingentissimosque sumptus sustinent; si hostes insidias parant, amicis nos animose alacriterque defendut. Amicitia est igitur res omnium praestantissima: nemo benevolentior, nemo iucundior, nemo utilior fideli amico est
L'amicizia è un premio e un conforto della vita umana. Non vi è nulla, sia nella fortuna, che nella sfortuna, di più dolce all'uomo, niente di più utile dell'amicizia. Il vero amico è infatti compagno e partecipe della vita. Se alla nascita di un bel figlio, alle nozze dell'amatissima figlia, se la salute del miglior figlio rende lieta la casa, l'amico verrà e aumenterà con la sua gioia la tua gioia; così se sei triste e pensieroso, l'amico ti conforterà, ti offrirà con cura maggiore aiuto e conforto. Nè meno utile è l'amicizia nelle necessità: infatti se siamo affaticati dalla povertà, gli amici offriranno il patrimonio familiare e sosterranno pesantissime spese, se i nemici preparano insidie, gli amici ci difenderanno animosamente e alacremente. L'amicia è dunque la più prestante di tutte le cose: nessuno di più benevolente, di più piacevole, di più utile vi è dell'amico fedele
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Themistocles post victoriam eius belli, quod cum Persis fuit, dixit in contione se habere consilium rei publicae salutare, sed id sciri non opus esse; postulavit, ut aliquem populus daret, quicum communicaret; datus est Aristides. Huic ille, classem Lacedaemoniorum, quae subducta esset ad Gytheum, clam incendi posse quo facto frangi Lacedaemoniorum opes necesse esset. Quod Aristides cum audisset, in contionem magna exspectatione venit dixitque perutile esse consilium, quod Themistocles adferret, sed minime honestum. Itaque Athenienses, quod honestum non esset, id ne utile quidem putaverunt totamque eam rem, quam ne audierant quidem, auctore Aristide repudiaverunt.
Temistocle, dopo la vittoria nella guerra contro i Persiani, disse nell'assemblea di avere un consiglio salutare per lo Stato, ma che non era opportuno venisse conosciuto: chiese che il popolo gli desse qualcuno da rendere partecipe di tale consiglio: venne designato Aristide. Egli gli disse che si poteva incendiare di nascosto la flotta spartana, all'ancora a Giteo, cosa che avrebbe inevitabilmente infranto le risorse degli Spartani. Dopo che Aristide ebbe udito ciò, si recò nell'assemblea tra l'aspettazione generale e disse che il consiglio di Temistocle era utilissimo ma per nulla onesto. Così gli Ateniesi non ritennero neanche utile ciò che non era onesto e dietro consiglio di Aristide rifiutarono un progetto che neppure conoscevano.
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Ego vero fateor me his studiis esse deditum: ceteros pudeat, si qui se ita litteris abdiderunt ut nihil possint ex eis neque ad communem adferre fructum, neque in aspectum lucemque proferre: me autem quid pudeat, qui tot annos ita vivo, iudices, ut a nullius umquam me tempore aut commodo aut otium meum abstraxerit, aut voluptas avocarit, aut denique somnus retardit?Qua re quis tandem me reprehendat, aut quis mihi iure suscenseat, si, quantum ceteris ad suas res obeundas, quantum ad festos dies ludorum celebrandos, quantum ad alias voluptates et ad ipsam requiem animi et corporis conceditur temporum, quantum alii tribuunt tempestivis conviviis, quantum denique alveolo, quantum pilae, tantum mihi egomet ad haec studia recolenda sumpsero? Atque hoc ideo mihi concedendum est magis, quod ex his studiis haec quoque crescit oratio et facultas; quae, quantacumque in me est, numquam amicorum periculis defuit. Quae si cui levior videtur, illa quidem certe, quae summa sunt, ex quo fonte hauriam sentio
