- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: NUOVO COMPRENDERE E TRADURRE - versioni latino
- Visite: 2
Neptunus, Iovis frater, maris imperium obtinuit. Suo nutu et turbare et rursus placare undas poterat. Saepe etiam tridente, quo semper ornata apparent simulacra eius, scopulos disicere poterat terrasque quassare. Sed olim terra, Neptuni tridente percussa equum procreavit, qui deo postea sacer fuit. Neptunus uxorem duxit Amphitritem, ex qua genuit Tritonem. Post Neptuni currum erant Nereides et alii minores dei, qui mare habitant. Aderat etiam Triton, qui concham inflabat.
Nettuno, il fratello di Giove, ottenne il potere del mare. Con un suo cenno poteva sia agitare sia nuovamente placare le onde. Spesso anche con il tridente, con il quale le sue statue appaiono sempre adornate, poteva separare gli scogli e sconquassare le terre. Ma un dì la terra, colpita col tridente di Nettuno, generò un cavallo, che poi fu sacro al Dio. Nettuno sposò Anfitrite dalla quale generò Tritone. Dietro il carro di Netuno vi erano le Nereidi e altri dei minori che abitano il mare. Era presente anche Tritone, che soffiava dentro una conchiglia.
Nuovo comprendere e tradurre
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: NUOVO COMPRENDERE E TRADURRE - versioni latino
- Visite: 2
Marco Pisone e uno schiavo troppo obbediente
Autore: sconosciuto
Nuovo comprendere e tradurre
Marcus Piso, orator praeclarus, saepe praeceperat servo, qui domesticis ne- gotiis praeerat, ut solum ad interrogata responderet. Olirn vero nonnullos arni- cos ad cenam Piso invitavit praeter Clodium, quem eo die in foro non vide- fato Curavit ut ille quoque convivio adesset et servum misit, qui amicum in- vitaret. Hora iam cenae instabat: aderant convivae ornnes; unus Clodius aberat. Piso eum diu expectavit; denique servo iratus: «Hodie tuo, inquit, ministerio graviter defuisti: nam si Clodium invitavisses, is quoque iam adesset». Cui servus: «Invitavi, inquit, sed convivium renuit». Tum Piso: «Cur mihi hoc statim non dixisti?». Respondit servus: «Quia de hac re me non interrogavisti».
Marco Pisone, insigne oratore, aveva spesso ammonito il (proprio) servo che attendeva alle faccende domestiche - di rispondere solo se interrogato alle domande
Una volta Pisone invitò a cena alcuni amici, ad eccezione di Clodio, che non visto, quel giorno, nel foro. Si diede da fare a che anche quello fosse presente al banchetto e mandò il servo ad estendere l'invito all'amico. L'ora del pasto era oramai imminente : eran presenti tutti i convitati, (e) mancava il solo Clodio. Pisone lo attese a lungo; alla fine, arrabbiato, si rivolse al servo: "Oggi, hai mancato gravemente alla tua commissione: difatti, se tu avessi invitato Clodio, anch'egli a quest'ora si sarebbe presentato". Il servo gli rispose: "L'ho invitato, ma egli ha declinato l'invito". Al che, Pisone: "E perché non me lo hai detto subito?". Rispose il servo: "Perché non me lo hai chiesto !.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: NUOVO COMPRENDERE E TRADURRE - versioni latino
- Visite: 2
La fonte e l'oracolo di Giove Ammone
Autore: sconosciuto
DA NUOVO COMPRENDERE E TRADURRE VOL. 3 PAG. 126 N°1
Hammonis nemus in medio habet fontem, quam Solis aquam vocant; sub lucis ortum tepida manant; medio die, cum vehemens est calor, frigida fluit; cum dies in vesperam inclinat, calescit; media nocte fervida exaestuat; cum nox vergit ad lucem, multum ex nocturno calore decrescit, donec sub diei ortum adsueto tepore languescit. Id quod pro deo colitur, non effigiem habet, quam vulgo diis artifices accomodaverunt: nam maxime similis est umbilico zmaragdo et gemmis coagmentato. Eum, cum responsum petitur, navigio aurato gestant sacerdotes; sequuntur matronae virginesque, patrio more inconditum carmen canentes quo propitiari Iovem credunt, ut certum edat oracolum.
Il bosco di Ammone ha una sorgente nel mezzo, che chiamano acqua del sole, al sorgere del sole, sgorga tiepida; a mezzo giorno, quando il calore è vigoroso, scorre fredda; quando la luce del giorno declina verso sera, si riscalda; a mezza notte ribolle calda; quando la notte volge verso il giorno, molto del notturno calore diminuisce, finchè allo spuntare del giorno si indebolisce verso l'abituale tepore. Ciò che è venerato come dio, non ha immagine, che generalmente gli artisti hanno attribuito alle divinità; infatti è molto simile a un ombelico fatto di smeraldo e gemme. Quando è chiesto un responso, i sacerdoti lo conducono con una navicella dorata, lo seguono le matrone e le vergini, che cantano un rozzo carme di antica costumanza con il quale credono che Giove venga propiziato, affinché pronunzi un sicuro responso divino.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: NUOVO COMPRENDERE E TRADURRE - versioni latino
- Visite: 2
Traditum est Romanos antiquissimis temporibus a regibus rectos esse. Reges autem dicuntur septem fuisse a Romulo, qui urbem condidisse traditur et qui filius Martis creditur, usque ad Tarquinium, qui postremus rex fuisse et ex urbe a populo pulsus esse narratur. Nam Romani sibi visi sunt crudeliore imperio opprimi, cum a filiis a Tarquinii regis, qui Superbus est appellatus, gravissima iniuria allata esset Lucretiae. Hanc nobilissimam mulierem fuisse narrant, quae, cum iussa esset libidini Sextii Tarquinii parere, noluit et, ne tantum dedecus ferret, sibi mortem conscivit. Cum ergo Romanis iniquum et turpe visum esset superbiam regis diutius tolerare, tumultum in urbe moverunt, in quo dicuntur ducti esse a Tarquinio Collatino, Lucretiae viro et a Iunio Bruto. Cum autem rex et euis filii ex urbe pulsi essent et Veios confugissent. Romae duo consules creati sunt, qui imperium unum annum obtinerent ne diutunitate potestas insolentior fieret. Primi consules fuerunt Collatinus et Brutus. Sed tam intolerabile Romanis nomen Tarquiniorum visum est ut paulo post etiam Tarquinius Collatinus ab urbe iussus sit.
Si tramanda che nei tempi più antichi i Romani fossero governati da re. Si dice poi che i re siano stati sette da Romolo, che si tramanda abbia fondato la città e che si crede figlio di Marte, fino a Tarquinio, che si narra sia stato l'ultimo re e che sia stato cacciato dalla città dal popolo. Infatti ai Romani sembrò di essere oppressi da un governo troppo crudele, quando fu fatto a Lucrezia un gravissimo affronto dai figli del re Tarquinio che fu chiamato il Superbo. Si narra che questa sia stata una nobilissima donna che, essendo stata obbligata ad accondiscendere alla libidine di Sesto Tarquinio, non volle e per non portare così grande disonore, si tolse la vita. Sembrando dunque ai Romani iniquo e turpe tollerare più a lungo la superbia del re, suscitaro un tumulto in città, nel quale si dice che fossero guidati da Tarquinio Collatino, marito di Lucrezia e da Giunio Bruto. Essendo poi il re ed i suoi figli stati cacciati dalla città ed essendosi rifugiati a Veio, furono creati a Roma due consoli che avessero per un solo anno il potere affinché per la lunghezza il potere non divenisse troppo insolente. Primi consoli furono Collatino e Bruto. Ma tanto intollerabile sembrò ai Romani il nome dei Tarquini che poco dopo anche Tarquinio Collatino fu espulso dalla città
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: NUOVO COMPRENDERE E TRADURRE - versioni latino
- Visite: 2
Agonis quaedam est Lilybitana, liberta Veneris Erycinae, quae mulier ante hunc quaestorem copiosa plane et locuples fuit. ab hac praefectus Antoni quidam symphoniacos servos abducebat per iniuriam, quibus se in classe uti velle dicebat. tum illa, ut mos in Sicilia est omnium Veneriorum et eorum qui a Venere se liberaverunt, ut praefecto illi religionem Veneris nomine obiceret, dixit et se et sua Veneris esse. Vbi hoc quaestori Caecilio, viro optimo et homini aequissimo, nuntiatum est, vocari ad se Agonidem iubet; iudicium dat statim, si paret eam se et sva veneris esse dixisse. Iudicant recuperatores id quod necesse erat; neque enim erat cuiquam dubium quin illa dixisset. iste in possessionem bonorum mulieris intrat, ipsam Veneri in servitutem adiudicat; deinde bona vendit, pecuniam redigit. ita dum pauca mancipia Veneris nomine Agonis ac religione retinere vult, fortunas omnis libertatemque suam istius iniuria perdidit.
C'è in libia una certa affrancata di Venere, Ericina, chiamato Agone, ; questa donna, prima della questura di Cecilio, era molto ricca e molto opulenta. Si era vista togliere ingiustamente per un capitano di vascello di Antonio dei giovani musicisti, i suoi schiavi, si diceva che si voleva adoperare, sulla flotta. Allora, secondo il privilegio che ha di solito, in Sicilia, tutti gli schiavi di Venere e tutti quelli che si sono riscattati di questa schiavitù, credendo di fermare il capitano ne che gli oppone il nome di questa divinità e la religione del suo culto, dice che lei e tutti i beni appartenevano a Venere. Appena questa notizia viene agli orecchi di Cecilio, di questo uomo intemerato e così pieno di equità, chiama vicino a lui Agone, e chiama dei giudici per esaminare se era vero che avesse detto che la sua persona ed i suoi beni erano la proprietà di Venere; i giudici pronunciano come lo dovevano; perché non c'era l'inferiore dubbio che non l'avesse detto. Il questore dichiara tutti i beni di questa donna acquistata a Venere, lei stessa schiavo di questa dea; mette in vendita i beni, e li converte in denaro. Così, Agone, volendo salvare alcuni schiavi al riparo dal nome di Venere e della santità del suo culto, perde la sua fortuna e la sua libertà, per l'iniquità del magistrato