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Hinc consules coepere, pro uno rege duo, hac causa creati, ut, si unus malus esse voluisset, alter eum, habens potestatem similem, coerceret. Et placuit, ne imperium longius quam annuum haberent, ne per diuturnitatem potestatis insolentiores redderentur, sed civiles semper essent, qui se post annum scirent futuros esse privatos. Fuerunt igitur anno primo ab expulsis regibus consules L. Iunius Brutus, qui maxime egerat, ut Tarquinius pelleretur, et Tarquinius Collatinus, maritus Lucretiae.
Da allora ebbero inizio i consoli, due al posto di un unico re, creati per questo fine affinché, qualora uno avesse voluto essere malvagio, l'altro, possedendo un'autorità simile, lo frenasse. E si decise che essi non avessero il potere per più di un anno, affinché per la lunghezza del mandato non diventassero troppo insolenti, bensì fossero sempre moderati, dato che sapevano che dopo un anno sarebbero stati privati cittadini. Dunque durante il primo anno dall'espulsione dei re furono consoli L. Giunio Bruto, che più di tutti si era impegnato per cacciare Tarquinio, e Tarquinio Collatino, il marito di Lucrezia.
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sfortunata conclusione di una spedizione militare
Autore: Sconosciuto
v. 2 p. 19 del "nuovo comprendere e tradurre
I Cartaginesi abitavano in Africa ma discendevano dai Tyrii. I romani a lungo combatterono per l'impero contro quelli, fino al momento in cui E. Scipione durante la terza guerra punica conquistò Cartagine e la distrusse interamente (= dalle fondamenta). Già durante la prima guerra punica i Romani sostennero una guerra nella stessa Africa: infatti si sa che i consoli Emilio e Fulvio si recarono dall'Italia in Africa con una flotta di molte navi e ingagiarono una battaglia contro i Cartaginesi. I nemici confidavano nella velocità delle navi e nella perizia dei timonieri, ma furono superati dalla prudenza dei generali (dei) Romani e dal valore delle milizie: moltissime navi dei Cartaginesi furono affondate, altre furono abbandonate, le rimanenti furono catturate e i consoli donarono ai soldati un ingente bottino. I romani, dopo aver assediato Cartagine, pensavano che si sarebbero impadroniti della città, ma l'esercito colpito dalla mancanza di cibo, non poté rimanere più a lungo nel territorio dei nemici. I consoli, ritornando in Italia con la aflotta vincitrice, circa all'isola di Sicilia subirono un naufragio: all'improvviso scoppiò una tanto grande bufera tale da distruggere la maggior parte della navi... fine...
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Darius in fuga, cum aqua turbidam et cadaveribus inquinatam bibisset, negavit se umquam bibisse iucundius. numquam videlicet sitiens biberat! nec( ne mai) esuriens Ptolomaeus ederat, cui peragranti Aegyptum, cum cibarius (=ordinario) panis in misera casa datus esset, nullus cibus visus est (=sembrò), illo pane iucundior. quisnam tandem ignorat victum Lacedaemoniorum in philitiis (=banchetti pubblici)? nam cum ibi? cenavisset, tyrannus Dionysius nagavit se iure illo nigro, quod cenae caput era, delectatum esse. Tum is, qui illa coxerat: "minime mirum- inquit- condimenta enim defuerunt!". "quae condimenta?" quaesivit Dionysius. "Labor in venatu, sudor, cursus ad Eurotam, fames, sitis". -respondit ille- "his enim rebus Lacedamoniorum epulae condiuntur!". Nam uter cibus melior est? Obsonium optimum, cum cibum fastidimus, an (=o) panis atri frustum, cum fame enecti sumus?
Di altro libro: stesso titolo ma diversa
Darius in fuga cum aquam turbidam et cadaveribus inquinatam bibisset, negavit umquam se bibisse iucundius: numquam videlicet sitiens biberat. Nec esuriens Ptolomaeus manducaverat; cui peragranti Aegyptum cum pastores in casa cibarium panem dedissent, dixit illum panem sibi iucundiorem esse quam omnes suaves cibos. Socrates usque ad vesperum contentius ambulabat et, cum quidam ex eo causam quaesivissent, dicunt eum sic respondisse: « Quo melius cenem: nam ambulatione credo me famem obsonare ». Cum in philitiis tyrannus cenavisset Dionysius, negavit se ius illud nigrum, quod cenae caput erat, gustavisse. Tum is, qui illa coxerat, dixit: « Minime mirum; condimenta enim defuerunt ». « Quae tandem sunt? », Dionysius quaesivit. « Labor in venatu, sudor, cursus, fames, sitis; his enim rebus Lacedaemonii epulas condiunt ».
Nulla rende piacevole un cibo o una bevanda come la fame o la sete versione latino traduzione
Da Nuovo comprendere e tradurre
Dario, avendo bevuto acqua torbida e infettata dai cadaveri nella fuga, disse che non aveva mai bevuto più piacevolmente. Naturalmente l’assetato non aveva mai bevuto! Né aveva mai mangiato l’affamato Tolomeo, al quale, mentre si dirigeva in Egitto, dopo che gli era stato dato del pane ordinario in una povera casa, nessun cibo sembrò più buono di quel pane. Infine chi mai non conosce il pasto nei banchetti pubblici degli Spartani? Infatti dopo che aveva cenato lì, il tiranno Dionisio disse che non era soddisfatto del celebre brodo nero, che era la prima portata della cena. Allora colui che l’aveva cucinato disse: “Non è per nulla sorprendente, infatti mancano i condimenti!”. “Quali condimenti?” chiese Dionisio. “La fatica nella caccia, il sudore, la corsa verso l’Eurota, la fame, la sete. ”, rispose quello: “Infatti i banchetti degli Spartani sono conditi con ciò!”. Infatti quale tra i due cibi è il migliore? Un piatto più invitante, quando proviamo disgusto per il cibo, o un tozzo di pane nero, quando siamo sfiniti dalla fame?
Di altro libro:
Dario in fuga, dopo aver bevuto dell’acqua torbida e inquinata dai cadaveri, disse che non aveva mai bevuto con maggior piacere: certamente non doveva mai aver avuto tanta sete. E nemmeno Tolomeo affamato aveva mangiato; dopo che dei pastori gli diedero del pane scuro in una capanna mentre lui viaggiava per l’Egitto, disse che quel pane era per lui più piacevole di tutti i cibi più dolci. Socrate soleva passeggiare fino alla sera piuttosto a stecchetto e, quando alcuni gliene chiesero il perché, dicono che egli rispose: “Affinché possa cenare meglio: infatti passeggiando credo di procurarmi l’appetito”. Dopo aver cenato nelle filizie, il tiranno Dionisio dichiarò che non gli era per nulla piaciuto quel famoso brodetto nero, che costituiva il piatto principale del pranzo. Allora l’uomo che aveva cucinato quelle cose disse: “Non è per niente strano; infatti mancavano i condimenti”. “E quali sarebbero dunque?”, chiese Dionisio. “La fatica della caccia, il sudore, la corsa, la fame, la sete; con queste cose infatti gli Spartani condiscono il banchetto”.
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Verre ha saccheggiato tutta la Sicilia versionedall'Actio suscendam in verrem: de signis versione di latino di Cicerone dal libro Nuovo comprendere e tradurre
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Dionysius, syracusarum tyrannus, ipse iudicavit quam esset beatus. Nam cum quidam ex eius adsenatoribus, damocles, commemoraret in sermone eius opes negaretque umquam beatiorem quemquem fuisse: "visne igitur - inquit- quoniam te haec vita delectat, ipse eam degustare et fortunam experiri meam?". Cum se ille cupere dixisset, collocari iussit hominem in aureo lecto, strato pulcherrimo textili strangulo, abacosque complures ornavit argento auroque caelato. Tum ad mensam pueros delectos iussit consistere eosque, nutum illius intuentes, diligenter ministrare. Fortunatus sibi Damocles videbatur. In hoc medio apparatu fulgentem gladium e lacunari saeta equina aptum demitti iussit, ut impenderet illius beaticervicibus. Itaque nec pulchros illos ministratores aspiciebat, nec plenum artis argentum, nec manum porrigebat in mensam; iam ipsae defluebant coronae. Denique exoravit tyrannum ut abire liceret, quod iam beatus nollet esse
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Davvero Dionigi giudicò da solo quanto fosse felice. Infatti, poiché un tale fra i suoi adulatori, Damocle, ricordava in un discorso la sua opulenza, le ricche, la grandezza dei possedimenti, l'abbondanza delle cose, la magnificenza delle stanze reali e negava che ci fosse mai stato qualcuno più felice, egli disse "Dunque, o Damocle, visto che questa vita ti diletta, vuoi provarla tu stesso e sperimentare la mia fortuna?". Poiché egli aveva risposto di desiderarlo, ordinò che l'uomo fosse posto in un letto d'oro, sdraiato su un bellissimo tappeto decorato con magnifiche opere, e ornò parecchi tavolini con oro e argento cesellato. Allora ordinò a dei ragazzi scelti per la straordinaria bellezza di presentarsi in sala da pranzo e di servire diligentemente, facendo attenzione ad ogni cenno di quello. C'erano unguenti, corone, venivano bruciati profumi, le mense erano imbandite con i cibi più raffinati. Damocle credeva di essere fortunato. In mezzo a questo allestimento diede ordine che fosse fatta scendere una spada splendente, attaccata al soffitto a casettoni con un crine di cavallo, in modo tale che pendesse proprio sopra la testa di quell'uomo felice. E così egli né guardava quei graziosi servitori né allungava la mano né l'argenteria piena di decorazioni verso la tavola, ormai le corone stesse cadevano giù; infine supplicò il tiranno affinché gli fosse consentito di andarsene, poiché non voleva più essere felice. Dionigi sembra aver proclamato in moso sufficiente che non vi è nulla di felice.