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Cesare in Egitto e in Asia versione latino
Nuovo la versione latina nel biennio
Mox Caesar Alexandriam venit. Ipsi quoque Ptolomaeus parare voluit insidias ...
Poi Cesare si reca (lett. "va") ad Alessandria. Anche a lui Tolomeo volle preparare agguati, per questo fu mossa guerra al re. Vinto morì nel Nilo e fu trovato il suo corpo con la corazza d'oro. Cesare impadronitosi di Alessandria, diede il regno a Cleopatra, sorella di Tolomeo, con la quale aveva avuto la consuetudine dello stupro. Tornando di là Cesare vinse in campo Farnace, figlio di Mitridate il Grande, che era stato d'aiuto a Pompeo in Tessaglia, che si ribellava nel Ponto e occupava molte province del popolo Romano, poi lo costrinse alla morte.
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Flos rosae veneri, amoris pulchritudinisque deae, sacer est. Namque ut venusvenustate et forma ceteras deas superat, sic rosa specia et fragrantiae suavitate ceteros flores antecedit. Rosa, ut fama fert, olim candida fuit, sed purpurea facta est ex sanguine veneris. dea enim, dum in horto cum nymphis deambulat et flores colligit, forte roseti spina puncta erat eiusque sanguis omnes rosas madefecerat. Apud poetas rosa iuventutem significat: nam, ut iuveniles anni irreparabiles fugiunt, sic rosa brevi tempore floret, celeriter languescit. Una died rosam aperit, conficit una dies, ut ait ausonius, larus romanorum poeta. Ita rosa flos iuventutis appellatur.
Il fiore della rosa è sacro a Venere, dea dell'amore e della bellezza. E infatti, come Venere supera in grazia e bellezza le altre dee, così la rosa supera gli altri fiori in aspetto e dolcezza del profumo. La rosa, come narra il mito, un tempo fu candida, ma divenne rossa a causa del sangue di Venere. La dea infatti, mentre passeggiava in un giardino con le ninfe e raccoglieva fiori, era stata punta accidentalmente dalla spina di un roseto e il suo sangue aveva impregnato tutte le rose. Presso i poeti la rosa simboleggia la giovinezza: infatti, come gli anni giovanili fuggono irreparabili, così la rosa fiorisce in poco tempo, appassisce velocemente. Un solo giorno apre la rosa, un solo giorno la consuma, come dice Ausonio, celebre poeta dei Romani. Così la rosa è chiamata fiore della giovinezza.
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Homo Thracus" inquit "ex ultima barbaria ruris colendi insolens, cum in terras cultiores humanioris vitae cupidine conmigrasset, fundum mercatus est oleo atque vino consitum. Qui nihil admodum super vite aut arbore colenda sciret, videt forte vicinum rubos alte atque late obortas excidentem, fraxinos ad summum prope verticem deputantem, suboles vitium e radicibus caudicum super terram fusas revellentem, stolones in pomis aut in oleis proceros atque derectos amputantem, acceditque prope et cur tantam ligni atque frondium caedem faceret percontatus est. Et vicinus ita respondit: "Ut ager" inquit "mundus purusque fiat, eius arbor atque vitis fecundior. " Discedit ille a vicino gratias agens et laetus tamquam adeptus rei rusticae disciplinam. Tum falcem ibi ac securim capit; atque ibi homo misere inperitus vites suas sibi omnis et oleas detruncat comasque arborum laetissimas uberrimosque vitium palmites decidit et frutecta atque virgulta simul omnia pomis frugibusque gignendis felicia cum sentibus et rubis purificandi agri gratia convellit mala mercede doctus audaciam fiduciamque peccandi imitatione falsa eruditus.
Un uomo trace (GIUNTO) dall’estrema barbarie incapace di coltivare la campagna, essendo emigrato in terre più civili per il desiderio di una vita più umana, comprò un fondo piantato per olio e vino. (l'UOMO TRACE) che non sapeva assolutamente niente sulla coltivazione di una vite o di una pianta vide (lett. : vede) per caso un vicino che tagliava i rovi cresciuti in lungo e in largo, potava i frassini quasi fino alla cima, strappava i germogli delle viti che si espandevano sulla terra dalle radici dei tronchi, recideva i polloni alti e diritti negli alberi da frutta e negli olivi, e (gli) si avvicinò (lett. : avvicina) e (gli) chiese perché facesse una strage così grande di legna e fronde. E il vicino così rispose: “Perché il campo, disse, diventi pulito e sgombro, le sue piante e le (sue) viti più feconde (lett. : la sua pianta e vite più feconda)”. Egli si allontanò dal vicino ringraziando(lo) e lieto per aver imparato (lett. : come avendo conseguito) l’arte dell’agricoltura. Dopo di che prende falce e scure; ed ecco che (quell’)uomo miseramente inesperto si dà a tagliare (lett. : taglia) tutte le sue viti e gli olivi e recide le più fiorenti chiome degli alberi e i più rigogliosi tralci delle viti e, per ripulire il campo, svelle insieme a pruni e rovi tutti gli arboscelli e i virgulti buoni per produrre frutti e messi, avendo imparato l’audacia a caro prezzo (lett. : con un cattivo guadagno) e avendo appreso con una imitazione ingannatrice la sicurezza nell’errore (lett. : di sbagliare).
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Inter labores voluntarios et exercitia corporis ad fortuitas patientiae vices firmandi id quoque accepimus Socraten facere insuevisse: stare solitus Socrates dicitur pertinaci statu perdius atque pernox a summo lucis ortu ad solem alterum orientem inconivens, immobilis, iisdem in vestigiis et ore atque oculis eundem in locum directis cogitabundus tamquam quodam secessu mentis atque animi facto a corpore. Temperantia quoque fuisse eum tanta traditum est, ut omnia fere vitae suae tempora valitudine inoffensa vixerit. In illius etiam pestilentiae vastitate, quae in belli Peloponnensiaci principiis Atheniensium civitatem internecivo genere morbi depopulata est, is parcendi moderandique rationibus dicitur et a voluptatum labe cavisse et salubritates corporis retinuisse, ut nequaquam fuerit communi omnium cladi (obnoxius)
Fra le fatiche volontarie e gli esercizi per allenare il corpo a resistere agli eventi accidentali, abbiamo saputo che Socrate aveva preso l´abitudine di fare anche questo: si dice che Socrate fosse solito stare in piedi in un identico atteggiamento, per tutto il giorno e tutta la notte, dal primo sorgere del sole all´alba del giorno successivo, senza chiudere occhio, immobile, senza spostarsi dalla sua posizione e con il volto e gli occhi rivolti verso il medesimo punto, assorto in meditazione, come se avesse in qualche modo la mente e l´animo separati dal corpo. E´ stato tramandato che egli fu anche di una così grande temperanza, che visse quasi tutte le età della sua vita in buona salute. Anche durante la strage di quella pestilenza che all´inizio della guerra del Peloponneso devastò la popolazione ateniese con un tipo di malattia inguaribile, si dice che egli, con i mezzi della sobrietà e della moderazione, si sia guardato dal contagio dei rapporti sessuali ed abbia conservato la salute del corpo che non fu assolutamente soggetto alla calamità comune a tutti
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Hamilcar, Carthaginiensium dux, cum Syracusas obsideret, audivit in somnio vocem nuntiantem se postero die in illa urbe cenaturum esse. Quo somnio valde gavisus est Hamilcar et, quasi e caelo sibi Victoria promissa esset, maxime virtute militum confidebat et se brevi Syracusis potiturum esse sperabat. Iam omnia ad pugnam parabat, sed, cum gravis dissensio inter eius milites orta esset, Syracusani per occasionem ex improviso ausi sunt ex urbe erumpere, castra invadere et ipsum Hamilcarem intra urbis moenia repere. Sic Carthaginiensium dux in urbe Syracusis cenavit, non Victor, ut sperabat, sed captivus.
Amilcare, generale dei Cartaginesi, quando assediava Siracusa udì in sogno una voce che gli annunciava che il giorno dopo avrebbe cenato in quella città. Amilcare provò una grande gioia per quel sogno e, come se gli fosse stata promessa dal cielo la vittoria, confidava in sommo grado sul valore dei soldati e sperava di impadronirsi (lett. che si sarebbe impadronito) in breve tempo di Siracusa. Già approntava tutto per la battaglia ma, essendo scoppiata una grave disputa fra i suoi soldati, i Siracusani, cogliendo l'opportunità, osarono all'improvviso uscire in forze dalla città, invadere gli accampamenti e trascinare lo stesso Amilcare dentro le mura della città. Così il comandante dei Cartaginesi cenò nella città di Siracusa, non da vincitore, come sperava, ma come prigioniero.