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His constitutis rebus, cum tempestas idonea ad navigationem esset, tertia fere vigilia Caesar naves solcit equitibusque imperavit ut in ulteriorem portum procederent et naves conscenderent et secum venirent. Ipse hora diei circiter quarta cum primis navibus britanniam attigit atque ibi in omnibus collibus espositas hostium copias armatas conspexit. Loci natura talis erat ut ex locis superarioribus in litus hostes telum adigi posset. hunc ad egressum e navi locum non idoneum putans, dum reliquae naves eo (=là) convenirent, usque ad horam nonam in ancoris exspectavit. Interim legatis tribunisque militium convocatis, mandata exsposuit monuitque ut ad nutum et ad tempus omnes res ab iis administrarentur. Deinde, his dimissis, et ventum et aestum uno tempore secundum obtinuit; itaque, cum signum dedisset et ancoras sustulisset, circiter milia passum septem ab eo loco progressus (=avendo percorso), aperto ac plano litore nave constituit.
Stabilite queste operazioni, poiché il tempo era adatto alla navigazione, circa alla terza veglia Cesare salpò e ordinò ai cavalieri di procedere verso il porto seguente, di imbarcarsi e di andare con lui. Egli in persona, circa alla quarta ora, approdò in Britannia con le prime navi e lì notò le truppe armate dei nemici messe in mostra su tutte le alture. La natura del luogo era tale che dai luoghi più alti si poteva scagliare con successo sulla spiaggia una freccia. Non ritenendo questo luogo adatto allo sbarco dalla nave, attese all'ancora fino all'ora nona, finché le rimanenti navi non si fossero radunate lì. Nel frattempo, convocati i luogotenenti e i tribuni militari, rese noti gli incarichi e avvertì che tutte le operazioni fossero dirette da loro al primo cenno e al momento opportuno. Poi, congedatili, ottenne sia vento che marea favorevoli in un sol istante; così, dopo aver dato il segnale e aver sollevato le ancore, avendo percorso da quel luogo circa sette miglia, dispose le navi su un litorale aperto e piano.
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Sacerdotes populi Romani, cum esset in urbe nostra Cereris pulcherrimum et magnificentissimus templum, tamen usque Hennam profecti sunt. Tanta erat enim auctoritas et vetustas illus religionis, ut, cum illuc irent, non ad aedem Cereris, sed ad ipsam Cererem proficisci viderentur. hoc dico: hanc ipsam Cererem antiquissimam, religiosissimam, principem omnium sacrorum quae apud omnes gentes nationesque fiunt, a C. Verre ex suis templis ac sedibus esse sublatam. Cum ego Hennam venissem, praesto mihi sacerdotes Cereris cum infulis ac verbins fuerunt, contio conventusque civium, in quo ego cum loquerer tanti gemitus fletusque fiebant ut acerbissimus tota urbe luctus versari videretur. Non illi decumarum imperia, non bonorum direptiones, non iniqua iudicia, non importunas istius libidines, non vim, non contumelias quibus vexati oppressique erant conquerebantur; Cereris numen, sacrorum vetustatem, fani religionem istius sceleratissimi atque audacissimi supplicio expiari volebant; omnia se cetera pati ac neglegere dicebant. Hic dolor erat tantus ut Verres alter Orcus venisse Hennam et non Proserpinam asportasse sed ipsam abripuisse Cererem videretur. Etenim urbs illa non urbs videtur, sed fanum Cereris esse; habitare apud sese Cererem Hennenses arbitrantur, ut mihi non cives illius civitatis, sed omnes sacerdotes, omnes accolae atque antistites Cereris esse videantur.
Allora i sacerdoti del popolo romano benchè ci fosse nella nostra città un bellissimo e grandissimo tempio, tuttavia partiorono verso Enna. Era tanto il prestigio e la vecchiezza di quella religione, che mentre andavano li sembrava che partissero non per il tempo di Cerere ma per Cerere stessa. Dico questo: apprendete che questa Cerere stessa, la più antica e religiosa e la principale di tutte le divinità, quella a che tutti i popoli e tutte le nazioni offrirono i loro primi omaggi, è stata tolta del suo tempio e della sua residenza da parte di Verre. Quelli di voi che sono entrati ad Enna, hanno visto una statua di Cerere in marmo, e, in un altro tempio, una statua di Proserpina. Sono tutte e due molto belle e molto grandi, ma più moderne. ve ne era un'altra in bronzo, di una dimensione media di una bellezza perfetta, che porta torce, molto vecchia la più vecchia anche di tutte quelle che sono in questo tempio è quella che Verre ha tolto; dinanzi al tempio, in un luogo scoperto e spazioso, sono due statue, una di Cerere, l'altro di Triptolèmo, molto belle e molto grandi. La loro bellezza li ha messi nel pericolo, ma la loro dimensione li ha salvati: lo spostamento sembrava offrire troppe difficoltà. Nella mano diritta di Cérere era una figura molto graziosa della vittoria. Verre la fece strappare della statua, e la trasportò nel suo palazzo.
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Archia è degno della cittadinanza Romana
versione latino cicerone traduzione VERSIONE 281
PAG 243 VERSIONE LATINA NEL BIENNIO
INIZIO: quotienscumque ego, iudices, Archiam carmina recitantem audivi... FINE: Archias ad populi Romani gloriam laudemque celebrandam.
Quante volte io ho visto Archia, qui presente, o giudici - e considerando che mi ascoltate con tanta attenzione mentre sperimento una nuova tecnica oratoria, approfitterò della vostra benevolenza - quante volte, dicevo, l'ho visto improvvisare un gran numero di versi incredibilmente belli su vari argomenti d'attualità, senza aver scritto una sola riga! E quante volte l'ho sentito ripetere lo stesso discorso con parole ed espressioni completamente differenti! Inoltre, ho potuto constatare che le poesie da lui messe per iscritto dopo attenta riflessione, sono giudicate degne di essere equiparate alle più famose e lodate opere degli antichi scrittori. Quindi, non dovrei apprezzare quest'uomo? Non dovrei ammirarlo e ritenere che lo si deve difendere a ogni costo? Inoltre, noi siamo venuti a conoscenza dal pensiero di personalità autorevoli e di grandissima cultura che l'apprendimento di qualunque altra disciplina si fonda sulla teoria, sugli insegnamenti e sul talento personale; il poeta invece si avvale del suo stesso modo di essere ed è spinto a comporre dalle forti capacità della sua mente, come animato da una sorta di ispirazione divina. Per questo motivo ben a ragione il nostro Ennio definisce «sacri» i poeti, in quanto sembra che ci siano stati concessi quasi come un prezioso dono degli dèi. Quindi, o giudici, poiché siete estremamente civili, considerate sacrosanto questo titolo di poeta, che mai nessun uomo, neanche barbaro, osò profanare. Le montagne e i deserti rispondono alla sua voce, persino gli animali più feroci diventano mansueti e si fermano al suo canto: e noi, che siamo stati educati esemplarmente, non dovremmo essere colpiti dalle parole dei poeti? Gli abitanti di Colofone sostengono che Omero sia loro compatriota, quelli di Chio lo rivendicano a sé, i cittadini di Salamina insistono di avergli dato i natali; quelli di Smirne, poi, ne sono così convinti che gli hanno persino dedicato un tempietto in città; numerosi altri se lo contendono con accanimento. Dunque tante persone reclamano, anche dopo la morte, uno straniero, per il semplice fatto che fu un poeta; e noi rifiuteremo Archia, che è vivo e già ci appartiene, per sua scelta e per la legge? Non dimentichiamo che Archia ha messo più volte la sua arte e il suo talento al servizio del popolo romano, per celebrarne la grandezza e il prestigio.
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Giugurta è convocato a Roma
Sallustio libro Nuovo versione latina nel biennio,
esercizio 347 pagina 314
Inizio: Igitur Iugurtha contra decus regium cultu quam maxime miseriabili cum Cassio Romam venit. Fine: ... sed se suasque spes corrupturum.
Pertanto Giugurta, contro il decoro regio, viene a Roma con Cassio vestito il più possibile dimesso. E sebbene in lui stesso ci fosse grande forza d'animo, incoraggiato da tutti, a causa della potenza e la scelleratezza dei quali aveva fatto quelle cose, che sopra abbiamo detto, a grande prezzo compra il tribuno della pleba Caio Bebio, per essere protetto grazie all'impudenza del quale contro la legge e ogni violenza. Ma Caio Memmio, convolcata l'assemblea, sebbene la plebe fosse ostile al re, parte (voleva) ordinava che fosse messo nelle carceri, parte, se non avesse rivelato i complici del suo delitto, (ordinava che gli) fosse attribuita la tortura come ad un nemico secondo il costume degli antenati, pensando più alla dignità che all'ira, sedava i tumulti, placava i loro animi infine confermava che l'impunità sarebbe stata inviolata grazie a lui stesso (sedare, mollire, confermare = infiniti storici ). Poi, non appena ci fu il silenzio, presentato Giugurta, prende la parola (e) ricorda i suoi misfatti a Roma e in Numidia, mostra i suoi delitti contro il padre e i fratelli. Sebbene il popolo romano capisca aiutato da chi e con quali complici abbia compiuto tali cose, tuttavia vuole che tali fatti siano chiari maggiormente gazie al suo intervento. Se rivela la verità, nella lealtà e nella clemenza del popolo romano riporrà una grande speranza, ma qualora taccia per i complici non ci sarà motivo di salvezza ma comprometterà se stesso e le sue speranze.
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Prima parte e seconda parte
Prima parte
Olim Iuppiter et Mercurius, antequam diluvium omnia tegeret ...
Giove e Mercurio, un tempo prima che il diluvio sommergesse tutte le cose, discesero sulla terra per salvare qualcuno fra i mortali. Allora, assunti gli aspetti di viaggiatori, visitarono parecchi luoghi, entrarono in grandi città, si avvicinarono alle case dei ricchi chiedendo cibo e riposo. Ma le case dei ricchi non accolsero gli dei. In Frigia, verso sera bussarono alla porta di una piccola dimora. Lì abitava Bauci, pia anziana, con Filemone, pio anziano. Sebbene poveri, tuttavia sopportavano volentieri la povertà, erano onesti cittadini e onoravano gli dei; Filemone infatti spesso diceva alla moglie: "Preghiamo e lavoriamo per compiacere gli dei". Ogni giorno immolavano piccole vittime, pregando gli dei affinché proteggessero la casa, l'uomo e la donna. Appena udì il rumore, Filemone aprì la porta e accolse cordialmente gli stranieri nella (sua) piccola dimora.
Seconda parte
Duo advenae virum et feminam oraverunt ut cenam et hospitium pararent, quia agricolae ...
I Due uomini stranieri pregarono l' uomo e la donna di allestire loro la cena ed un letto, poiché i contadini del paese accanto li avevano mandati via. La vecchia rispose: " Come vedete noi, viviamo in una piccola capanna e con un tenore di vita molto umile, ma preparerò volentieri la tavola, perché riprendiate le vostre forze". Subito Filemone portò delle sedie, Bauci smosse la cenere tiepida nel focolare e infiammò le braci per gli stranieri, sbucciò i legumi e li fece cuocere; lì in vasi di terracotta vi erano bacche, olive, formaggio e pane; poi mise in ampi canestri prugne, noci, mele profumate, uve ed un'anfora colma di latte. I forestieri mangiarono e bevvero con piacere. Il giorno dopo Giove e Mercurio ordinarono che Filemoni e Bauci si allontanassero dalla capanna e salissero sulla collina vicina. Dopo che i vecchi furono arrivati sulla cima del colle, gli dei distrussero tutti i luoghi circostanti e tutti gli abitanti, ma trasformarono la piccola casa dei vecchi in un tempio magnifico. Filemone e Bauci allora furono sacerdoti del tempio per molti anni. Quando, molto vecchi morirono insieme, come avevano richiesto, Giove li trasformò in una quercia ed in un tiglio. "