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Anche per gli uomini illustri talvolta fu causa di rovina trascurare le volontà degli déi e, per errore o per colpa, non compiere ritualmente cerimonie sacre. Il console Varrone, infatti, combatté tanto sfortunatamente contro i Cartaginesi presso Canne, a causa dell'ira di Giunone poiché, quando aveva organizzato in qualità di edile i giochi circensi, aveva posto sul carro di Giove Ottimo Massimo un giovane attore affinché reggesse le reliquie. Quel misfatto, richiamato alla memoria dopo alcuni anni, fu espiato per mezzo dei sacrifici. Fu tramandato che anche Ercole aveva ricevuto un castigo sia severo, sia evidente per la sua religione trascurata. I Potizi, famiglia illustre e antica, dopo aver mantenuto e celebrato per molti anni il rito di Ercole, assegnato loro in dono dal dio in persona, per volontà del censore Appio, affidarono l'incarico ai servi: l'ira del figlio di Giove, a causa di un oltraggio tanto grande, divampò a tal punto che tutti i giovani della stirpe, nonostante fossero oltre trenta di numero, morirono nel giro di un anno e il nome dei Potizi quasi svanì, e inoltre Appio perse la vista.
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Temistocle, figlio dell'Ateniese Neocle. I difetti della prima giovinezza di quello furono corretti dalle grandi qualità, al punto che nessuno venga anteposto a lui e pochi siano considerati pari. Suo padre Neocle fu nobile, prese in moglie una Acarnana (cittadina dell'Acarnania), dalla quale nacque Temistocle. Quello, dal momento che era stato poco apprezzato dai genitori, poiché viveva senza restrizioni e trascurava il patrimonio di famiglia, fu diseredato dal padre. Quell'offesa non lo scoraggiò, piuttosto lo rinforzò. Infatti, avendo pensato che essa non potesse essere estinta senza la massima diligenza, si dedicò tutto allo stato, dedicandosi agli amici e alla gloria. Si dava molto da fare nei processi privati, spesso teneva discorsi nell'assemblea del popolo, nessuna questione importante veniva affrontata senza di lui; procurava rapidamente le cose necessarie, con le parole spiegava facilmente ogni cosa, e non era meno abile nell'azione che nella risoluzione, perché, come afferma Tucidide, egli argomentava giustamente sulle circostanze presenti, congetturava abilmente su quelle future.
Exercitus hostium duo unus ab urbe alter a Gallia obstant; fiutius in his locis esse si maxime animu
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Si oppongono due eserciti dei nemici, uno da Roma, il secondo dalla Gallia; il bisogno di grano e delle altre cose impedisce che si stia più a lungo in questi luoghi, anche se l'animo lo sopporti perfettamente; dovunque si vuole andare, la strada va aperta per mezzo della spada. Per questa ragione vi invito ad essere di animo forte e preparato, e, quando entrerete in battaglia, ricordate che nelle vostre mani destre voi avete la ricchezza, l'onore, la gloria e inoltre la libertà e la patria. Se vinciamo, per noi tutte le cose saranno assicurate: vettovaglie in abbondanza, i municipi e le colonie saranno spalancati; se ci saremo arresi per paura, quelle medesime cose ci saranno contrarie, e né un luogo, né un alcun amico proteggerà colui che non avranno protetto le armi. Per giunta, o soldati, su di noi e su di loro non incombe la medesima necessità: noi lottiamo in difesa della patria, della libertà, della vita; per loro è superfluo combattere in difesa del potere di pochi. Per cui attaccate molto audacemente, memori dell'antico valore. Vi è stato concesso trascorrere la vecchiaia in esilio con enorme disonore; in molti, una volta perduti gli averi, avete potuto attendere a Roma gli aiuti altrui: poiché quelle cose sembravano disonorevoli e intollerabili per degli uomini, avete deciso di affrontare queste circostanze. Se volete uscire dalla guerra, c'è bisogno di coraggio: mai nessuno, se non un vincitore, ha trasformato una guerra in una pace.
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Mentre si tratteneva pochi giorni presso Vesonzione per il rifornimento di grano e di viveri, in seguito alle domande dei nostri e alle dicerie dei Galli e dei mercanti, che andavano predicando che i Germani erano di corporatura imponente e di un valore incredibile nelle armi, all'improvviso un timore così grande prese tutto l'esercito, che sconvolse non poco le menti e gli animi di tutti. Questo (timore) partì dai tribuni militari, dai prefetti e da tutti quegli altri che, avendo seguito Cesare da Roma per ragioni di amicizia, non avevano grande esperienza di cose militari. Questi non potevano dissimulare l'espressione del volto, né ogni tanto trattenere le lacrime: nascosti nelle tende o si lamentavano del loro destino o commiseravano con i loro amici il comune pericolo. In ogni punto dell'accampamento si firmavano testamenti. A causa delle dicerie e della paura di costoro, a poco a poco, anche quelli che avevano grande pratica di vita militare, soldati, centurioni e quelli che stavano a capo della cavalleria, si agitavano. Quelli, tra questi che volevano essere giudicati meno pavidi, dicevano che loro non temevano il nemico, ma le gole sul tragitto e la grandezza delle foreste.
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P. Clodio, dopo che aveva deciso di sconvolgere lo stato, nella carica di pretore con ogni scelleratezza, si accorse che l'anno precedente i comizi erano stati così prolungati da non poter ricoprire la pretura a suo piacimento per molti mesi. Poiché desiderava evitare il collega L. Paolo, cittadino di straordinaria virtù, e poiché desiderava un anno intero per la lacerazione dello stato, immediatamente abbandonò il suo anno e posticipò la sua candidatura all'anno successivo, affinché avesse, come affermava egli stesso, un anno pieno ed intero per la pretura. Era abbastanza chiaro che la sua pretura sarebbe stata debole con il console Milone, il quale, d'altra parte, con l'assoluto consenso del popolo Romano, riteneva certo che sarebbe stato console. Si presentò ai suoi concorrenti come se guidasse la candidatura solo egli stesso, anche con quelli contrari, e (come se) sostenesse tutti i comizi, come diceva, sulle sue spalle. Infatti, quando l'uomo pronto ad ogni scelleratezza vide che Milone sarebbe stato console certo, andava dicendo palesemente che il consolato di Milone non poteva essere portato via, la vita (di Milone) poteva.