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Noi uomini useremo la porpora, vestiti di pretesta nelle cariche pubbliche, nelle cariche religiose, i nostri figli utilizzeranno la porpora sulle toghe preteste; concederemo il diritto della toga pretesta ai magistrati nelle colonie e nei municipi, qui a Roma alla più bassa delle cariche, ai capi di quartiere: vieteremo forse soltanto alle donne l'uso dalla porpora? E poiché a te uomo è permesso ornare con la porpora la coperta, forse alla tua madre di famiglia non concederai di avere una veste purpurea, e sarà forse il tuo cavallo bardato in maniera più bella di quanto non sia vestita tua moglie? Alle donne non possono toccare in sorte né magistrature, né cariche religiose, né trionfi, né decorazioni, né doni o spoglie di guerra: raffinatezze e abbigliamento e cura del corpo, questi sono i contrassegni delle donne, per questi gioiscono e si vantano, i nostri antenati chiamarono questo, corredo femminile. Cos'altro dismettono nel periodo di lutto se non la porpora e l'oro? Cosa aggiungono nelle cerimonie di ringraziamento e nelle suppliche, se non un ornamento migliore? È chiaro che se avrete abrogato la legge Oppia, non sarà vostra facoltà se vorrete vietare qualcosa di quello che ora la legge vieta. Le stese donne preferiscono che il loro abbigliamento sia in potere vostro piuttosto che della legge, e voi le dovete tenere sotto la vostra potestà e tutela e non in stato di servitù e dovete preferire di essere chiamati padri e mariti piuttosto che padroni.
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Gli Ateniesi rimpiansero a lungo Cimone, figlio di Milziade, non solo in tempo di guerra, ma anche in tempo di pace. Egli, infatti, fu di una generosità così grande che, possedendo in moltissimi luoghi poderi e orti, mai pose in essi un custode che (ne) proteggesse i frutti, affinché nessuno fosse impossibilitato a cogliere i frutti che volesse. Degli accompagnatori con dei denari lo seguivano sempre, affinché, nel caso qualcuno avesse bisogno del suo aiuto, egli avesse immediatamente cosa dargli. Spesso, vedendo qualcuno vestito male, gli dette il suo mantello. Ogni giorno veniva preparato per lui un pranzo molto abbondante, in modo che potesse invitare presso di sé tutti quelli che nel foro aveva visto che non erano stati invitati: la qual cosa, non tralasciava di fare nessun giorno. A nessuno venne meno la sua lealtà, il suo aiuto, il suo patrimonio: arricchì molti uomini, offrì il suo aiuto a tutti i cittadini nelle circostanze difficili. Per questo, la sua vita fu tranquilla e la sua morte dolorosa per tutti.
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I contadini vivono nelle fattorie, insieme alla famiglia e agli animali. Non solo coltivano la terra feconda con grande laboriosità, ma allevano anche galline e capre. Conducono una vita dura; ma talvolta sono anche rallegrati dai piaceri; dalla matrona viene preparato un banchetto, e vengono invitati dei commensali. Le tavole vengono ornate con le rose dalle ancelle, i piatti vengono riempiti di cibi diversi e raffinati. In coppe d'oro e d'argento si beve il succo dell'uva gradevole, dai convitati vengono narrate storie divertenti. Così trascorre l'ora del tramonto, e talvolta anche l'ora successiva, e quella dopo. Per opera delle ancelle ormai vengono serviti i secondi piatti, e belle fanciulle ballano elegantemente, e procurano gioia ai commensali. La cena è gradita ai convitati, e viene accresciuto il prestigio dell'agricoltore e della famiglia. Ma né la matrona, né le figlie partecipano al banchetto: così infatti proteggono la pudicizia e la buona reputazione. Anche per l'agricoltore, la causa della gloria non sono soltanto le delizie del banchetto, ma piuttosto la parsimonia e la laboriosità.
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Nell'isola di Lemno, le donne non eseguivano secondo il rito le cerimonie per Venere che la tradizione stabiliva. Pertanto, la dea sdegnata, dopo aver tolto loro la bellezza, fece in modo che gli uomini di quelle si sposassero con donne della Tracia e che disprezzassero le legittime mogli. Questo non fu sufficiente per la crudeltà della divinità offesa: spinte alla pazzia su istigazione della stessa Venere, le donne di Lemno si allearono tra loro e per vendetta sterminarono tutto il genere degli uomini che si trovava sull'isola, eccetto la sola regina Ipsipile, la quale non alzò le mani contro suo padre Toante. In realtà, per non infrangere totalmente il giuramento, di nascosto mise in una barca senza timoniere l'anziano, che una violenta tempesta condusse per caso incolume sull'isola di Tauri.
Phocion ab Agnone accusatus proditionis quod Piraeum Nicanori prodidisset ex consilii sententia in c
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Focione, accusato di tradimento da Agnone per aver consegnato a Nicanore il Pireo, messo in carcere a seguito di una sentenza del consiglio, venne trasferito ad Atene, affinché, in quel luogo, si svolgesse un processo su di lui, secondo le leggi. Quando si giunse qua, poiché, a causa dell'età, non stava più bene con i piedi, e veniva portato con una carrozza, si verificarono grossi assembramenti, mentre alcuni, ricordandosi della vecchia notorietà, ne compativano l'anzianità, e molti invece erano pervasi dalla collera, per via del sospetto di tradimento del Pireo. Per questa ragione, a lui non fu concessa nemmeno la possibilità di difendersi e di sostenere la sua causa. Di lì, condannato a morte, venne consegnato ai membri del Collegio degli Undici, ai quali, in base all'usanza degli Ateniesi, sono soliti essere consegnati i condannati dallo Stato, ai fini dell'esecuzione. Mentre costui veniva condotto a morte, gli andò incontro Eufileto, che era stato suo amico. Dopo che egli ebbe detto tra le lacrime: O Focione, quali cose indegne devi sopportare! Egli disse a costui: Ma non impreviste, infatti ebbero questa fine la maggior parte degli uomini illustri Ateniesi. Verso costui fu così grande l'odio della folla che nessun uomo liberò osò seppellirlo. E così, venne sepolto dagli schiavi.