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Dopo che Teseo uccise il Minotauro, l'Ateniese Dedalo, uomo illustre per l'eccellente abilità, fu gettato con il figlio Icaro nel labirinto dal re Minosse, perché non aveva rifiutato l'aiuto ad un concittadino. Così, l'artefice della sua opera, dai muri, veniva tenuto lontano dalla patria e non tollerava più l'isola di Creta e il lungo esilio in alcun luogo: "Minosse governa le terre – disse – domina anche il profondo mare. Ma resta accessibile il libero cielo: oh figlio mio, fuggiremo dalla prigione attraverso il cielo". Disse e dedicò lo spirito a nuove abilità: posizionò in successione le piume, quindi lega le piume centrali con un filo, le esterne con la cera e forma un piccolo arco. Quindi avverte il figlio: "Passa velocemente in mezzo al cielo, oh Icaro, poiché le piume sotto possono essere appesantite dall'acqua del mare, sopra possono essere bruciate dal calore del sole. Sistemò le ali sulle spalle del fanciullo: le guance dell'anziano si bagnarono con le lacrime, le mani del padre tremarono. Infine diede dei baci al figlio e l'uno e l'altro volarono in alto con le piume. E già sul lato sinistro c'era l'isola di Samo, sacra a Giunone, sulla destra Lebinto. Ma improvvisamente il fanciullo lasciò indietro la guida e per il desiderio del cielo intraprese un percorso eccessivamente alto: il sole rapido allentò le attaccature delle piume, fatte di cera: le cere si sciolsero e il fanciullo precipitò in mare.
Versione tratta da: Ovidio
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Nella guerra contro gli Etruschi i Romani offrirono notevoli esempi di valore. Porsenna, re degli Etruschi, era venuto a Roma con un esercito ostile e, intenzionato a restaurare i Tarquinii nella città, ormai aveva conquistato il Gianicolo. I cittadini perciò, si trasferirono dalle campagne all'interno delle mura della città, per difendere se stessi e le loro cose contro i nemici: la città infatti difesa dalle mura e dal fiume Tevere sembrava loro abbastanza al sicuro. Ma gli Etruschi, su ordine di Porsenna, combattevano presso il ponte Sublicio e ormai erano sul punto di conquistare la città, quando Orazio Coclite, nobile cittadino Romano, offrì un grande esempio del suo valore. Egli infatti si piazzò davanti al ponte Sublicio, sostenendo da solo l'esercito dei nemici e sfidando con il suo coraggio i nemici. Girando minacciosamente gli occhi agguerriti sfidava i comandanti degli Etruschi e combatteva accanitamente. Alla fine, dopo che il ponte fu tagliato da dietro dai cittadini, i nemici furono respinti. Allora Coclite, armato, si gettò nel Tevere e nuotò incolume fino ai suoi nonostante le molte frecce dei nemici che piovevano dall'alto. La cittadinanza fu grata nei confronti di tanto valore: dal demanio pubblico donò a lui un piccolo podere. E nel foro fu anche posta una statua.
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Dopo che aveva posto l'accampamento, Cesare chiamò allo scontro le truppe dei Romani. Si combatté aspramente da entrambe le parti fino a sera. Al tramonto del sole Ariovisto, comandante dei Germani, ricondusse nell'accampamento i suoi soldati che avevano inflitto e subito molte perdite. Il giorno seguente, all'alba, Cesare ingaggiò nuovamente battaglia dal lato destro. Quando i nostri, dato il segnale, operarono un assalto contro i nemici, allora i nemici avanzarono improvvisamente e velocemente. Dopo aver abbandonato i giavellotti, si combatté da vicino con le spade. Ma i Germani, rapidamente come loro abitudine, dopo che ebbero organizzato la falange, aspettarono l'assalto delle spade. Molti dei nostri si precipitavano contro le armi dei nemici e strappavano con le mani gli scudi e ferivano dall'alto i nemici. Dopo che le truppe dei nemici furono respinte dal lato sinistro e messe in fuga, dal lato destro i nemici, con un gran numero dei loro schiacciavano le nostre truppe. Quando Publio Crasso, comandante, si accorse di ciò, inviò la terza legione in aiuto ai nostri che soffrivano. In questo modo la battaglia fu ripristinata e tutti i nemici di diedero alla fuga.
Versione tratta da: Cesare
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L'altra parte invece è il quartiere il cui nome è Acradina; nella quale (ci sono) una grande piazza, un bel colonnato, un elegante pritaneo, c'è una ampia curia (edificio dove si radunava il senato) ed uno straordinario tempio di Giove Olimpo ed altre parti della città, che sono divise da un'ampia strada e da molte oblique. Il terzo è un quartiere che, poiché in quella zona ci fu un antico tempio per la dea Fortuna, fu chiamato Tica; nel quale c'è un ampio ginnasio e numerosi santuari consacrati, e questa zona è frequentata e abitata con grandissima densità. Il quarto (quartiere) è quello che, poiché fu edificato per ultimo, fu chiamato "Neapolis" (città nuova); nel suo punto più alto c'è un grande teatro, inoltre ci sono due templi eccellenti, il primo di Cerere, il secondo di Libera e una statua di Apollo che è chiamata Temenite. Marcello, dopo che ebbe conquistato con la forza e con le truppe una città così illustre, non ritenne che si addicesse all'azione gloriosa del popolo Romano questo fatto, ovvero distruggere, cancellare e abbattere questa bellezza, dalla quale soprattutto non si presentava nessun pericolo. Vediamo le cose che furono trasferite a Roma presso il tempio di Onore e Virtù e in altri luoghi: non collocò nulla nella sua casa, nulla nei suoi giardini, nulla nel suo podere fuori città. Anzi lasciò moltissime e bellissime opere a Siracusa; e poi non violò nessuna divinità, e non ne toccò nessuna.
Versione tratta da: Cicerone
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Dopo la guerra di Taranto i Romani possedevano il dominio di tutta l'Italia, ma i Cartaginesi governavano quasi tutta l'isola di Sicilia. Davanti alle coste dell'Italia restavano ancora libere Siracusa, ricca e antica città Greca e Messina che da poco era occupata dai Mamertini, feroce popolo italico. Poiché i Siracusani assediavano Messina, i Mamertini chiedono aiuto ai Cartaginesi. Ma i Cartaginesi inviano una guarnigione a Messina e tentano di conquistare la città. Allora i Mamertini inviano gli ambasciatori a Roma e chiedono aiuto ai Romani. Per i Romani la decisione è difficile, poiché i Cartaginesi navigano con grande maestria, i Romani invece non possiedono neppure le imbarcazioni. Ma la Sicilia, grazie alla terra feconda e grazie alla ricchezza delle città, offre una grande abbondanza di bottino. Dunque i Romani intraprendono una nuova guerra fuori dalle coste dell'Italia.