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Due strade portavano a Lucera, una oltre le coste del mare Adriatico, praticabile e aperta ma eccessivamente lunga, la seconda attraverso le Forche Caudine, breve ma adatta all'agguato: infatti ci sono due passi alti, stretti e boscosi, uniti tra loro da monti continui. Giace tra questi una pianura abbastanza aperta, inaccessibile nel mezzo, erbosa e abbondante d'acqua, dove in mezzo c'è un passaggio. Si decise di scegliere quella strada, affinché venisse rapidamente fornito aiuto ai Lucerini: questo fu l'inizio della disfatta e della rovina. Prima che tu giunga al percorso pianeggiante, ci sono delle strette gole e, se prosegui oltre, solo una strada attraversa l'altro passo stretto e impraticabile. Quando i Romani, dopo aver fatto scendere l'esercito, proseguono oltre verso le gole, le trovano chiuse per la caduta di una quantità enorme di alberi e sassi. Dopo aver scoperto l'inganno dei nemici, viene anche notata una guarnigione sulla cima del passo. Da quel luogo, precipitosi si volgono per percorrere la strada al contrario; trovano anche quella chiusa da uno sbarramento e da uomini armati.
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Sulle amene coste della Sicilia ci sono innumerevoli colonie Greche, come Messina e Catania, ma soprattutto Siracusa, patria di poeti e marinai, è considerata ricca e illustre. Presso Imera gli abitanti di Siracusa vincono i marinai della Fenicia con un duro scontro in favore dei coloni Greci e liberano l'isola dagli stranieri. Catania e Messina erano piccole e deboli : l'una (è spaventata) dagli abitanti di Reggio, l'altra è spesso spaventata dagli abitanti di Siracusa e dall'ira dell'Etna. Segesta, piccola e solitaria, ma anche bella e superba sorge sul suolo Fenicio. Le minacce di Siracusa spesso sono sgradite e moleste per Segesta, quindi gli abitanti richiedono le truppe di Atene. Atene invia molte barche e ingenti truppe, ma a causa dello scontro ostile, sono vinti dalle truppe di Sparta: i marinai di Atene, in parte vengono uccisi, in parte catturati e vengono chiusi nella latomia, orribile prigione di Siracusa.
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Nel frattempo Pompeo ruppe la pace e, sconfitto in una battaglia navale, mentre fuggiva alla volta dell'Asia, fu ucciso. Antonio, che governava l'Asia e l'Oriente, ripudiò la sorella di Cesare Augusto Ottaviano e prese in moglie Cleopatra, regina dell'Egitto. In seguito, quello combattè contro i Persiani e nelle prime battaglie li sconfisse, tuttavia, mentre ritornava, soffrì la fame e la malattia e, poiché i Parti incombevano su di lui mentre fuggiva, si ritirò sconfitto. Anche costui suscitò la grande guerra civile, spinto dalla moglie, poiché ella, per brama femminile, desiderava regnare anche a Roma. Antonio fu sconfitto da Ottaviano nella celebre battaglia di Azio, nella regione dell'Epiro, poi fuggì in Egitto e, persa ogni speranza di salvezza, si uccise. Anche Cleopatra lasciò avvicinare a sè un serpente e fu uccisa dal suo veleno. L'Egitto fu annesso all'Impero Romano per mano di Ottaviano Augusto e ad esso fu messo a capo Cneo Cornelio Gallo; l'Egitto ebbe costui come primo governatore Romano.
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Quando Teti sposò Peleo, si narra che Giove avesse invitato al banchetto tutti gli dèi eccetto Eris, vale a dire la Discordia, la quale, dopo che in seguito si fu presentata, poiché non veniva fatta entrare al banchetto, dall'ingresso gettò al centro una mela e disse (lett. dice) che la prendesse colei che era la più bella. Giunone, Venere e Minerva iniziarono a rivendicare per sé la bellezza, e dopo che tra esse fu sorta una grande discordia, Giove ordina a Mercurio che le accompagni sul monte Ida da Alessandro Paride, e che ordini a lui di giudicare. A costui Giunone promise che egli avrebbe regnato su tutte le terre e che sarebbe stato il più ricco di tutti gli altri, se avesse giudicato in suo favore; Minerva (promise che) se fosse uscita di lì vincitrice, egli sarebbe stato il più forte tra gli uomini ed esperto in ogni arte; Venere invece promise di dargli in matrimonio Elena, figlia di Tindaro, la più bella di tutte le donne. Paride preferì l'ultimo dono ai precedenti e decretò che Venere era la più bella; perciò Giunone e Minerva furono ostili ai Troiani.
Tullius s. Terentiae et Tulliolae et Ciceroni suis. Ego minus saepe do ad vos litteras quam possum p
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Tullio dice salve ai suoi Terenzia, Tulliola e Cicerone. Consegno (al corriere) lettere per voi il meno spesso che posso, perché, sebbene tutti i miei momenti siano infelici, tuttavia, quando scrivo a voi, oppure quando leggo le vostre lettere, vengo sopraffatto dalle lacrime, al punto che non lo riesco a sopportare. Perché magari fossimo stati meno desiderosi di vita! Certamente nella vita non avremmo visto niente di male o non molto. Perché se la sorte ci ha destinato a qualche speranza di recuperare un giorno qualche agio, allora da parte nostra si è sbagliato meno. Se questi mali sono definitivi, io allora desidero vedere te al più presto, o vita mia, e morire in un tuo abbraccio, perché né gli dèi, che tu hai venerato in maniera scrupolosissima, né gli uomini, per i quali io mi sono sempre adoperato, ci hanno dimostrato riconoscenza. Noi siamo stati per tredici giorni a Brindisi, presso M. Lenio Flacco, un uomo ottimo, che per la mia salvezza ha trascurato il pericolo dei suoi beni e della sua vita. Magari noi potessimo prima o poi rendergli grazie! Due giorni prima delle Calende di Maggio siamo partiti da Brindisi. Attraverso la Macedonia ci dirigevamo a Cizico.