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Dopo che le truppe dei Galli avevano preso le armi contro i Romani ed erano state respinte dal console Cneo Cornelio Dolabella, fu dichiarata guerra ai Tarantini, poiché era stato fatto un torto agli ambasciatori dei Romani. I Tarantini chiesero aiuto contro i Romani a Pirro, re dell'Epiro; allora il re, che traeva origine dalla stirpe di Achille, giunse subito in Italia, e allora i Romani, per la prima volta, si scontrarono con un nemico d'oltremare. Contro Pirro fu inviato il console P. Valerio Levino. Si combatté a lungo e accanitamente presso Eraclea, ma Pirro, con l'aiuto degli elefanti, alla fine vinse, poiché i soldati Romani non avevano mai visto animali tanto grandi e per la paura alla fine volsero le spalle. La notte mise fine alla battaglia, mentre Levino fuggiva. Pirro catturò molti prigionieri e li trattò con grandissimo rispetto. In seguito il re dell'Epiro unì a sé i Sanniti i Lucani e i Bruzii e si diresse alla volta di Roma. Dopo che aveva messo a ferro e fuoco tutte le cose e aveva distrutto i campi della Campania, giunse alla città di Preneste. Presto i Romani furono presi da un grande terrore, ma Pirro alla fine chiese la pace.
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Alcibiade, dopo che gli Ateniesi erano stati sconfitti, ritenendo che per sé nessun luogo sarebbe stato sicuro per via dell'egemonia degli Spartani, si trasferì in Asia, presso Farnabazo, dove, in realtà, non smise di macchinare la rivoluzione contro gli Spartani. Perciò, il satrapo Farnabazo, che invece aveva stretto un patto con gli Spartani, mandò due servitori ad ucciderlo. Quelli, non osando aggredirlo con la spada, durante la notte ammucchiarono legna intorno alla capanna nella quale riposava, e la incendiarono, per uccidere, per mezzo dell'incendio, colui che non confidavano di poter vincere con la spada. Quello, però, appena si fu svegliato per il rumore del fuoco, anche se gli era stata sottratta la spada, strappò un'arma al suo servo che lo aveva seguito. Ordina a costui di seguirlo, e, dopo aver afferrato pochi abiti, e aver scagliato questi nel fuoco, supera la violenza del fuoco. Quando i barbari videro che era scampato all'incendio, lo uccisero con frecce scagliate da lontano, e portarono la sua testa a Farnabazo. Ma la donna che era solita vivere con lui, dopo aver coperto il morto con la sua veste femminile, lo cremò tra le fiamme dell'edificio. Così morì Alcibiade.
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Vercingetorige, comandante dei Galli, ritirò le sue truppe, e senza sosta, continuò a marciare verso Alesia, che è una città dei Mandubi, e ordinò a tutte le truppe dei Galli di seguirlo velocemente. Cesare, inseguendolo, dopo aver ucciso circa tremila nemici, il giorno seguente piazzò l'accampamento presso Alesia, e decise di circondare con una vallo la città. Questa città di Alesia si trovava sulla cima di un colle, in posizione molto elevata. Due fiumi bagnavano le pendici di questo colle, da due lati. Davanti alla città si estendeva una pianura lunga circa tre miglia; su tutti i rimanenti lati, a non grande distanza, cingevano la città altri colli, dalla cima di uguale altezza. Sotto il muro, i Galli avevano tracciato un fossato e un muro a secco alto sei piedi. Il perimetro di quella fortificazione che veniva impiantata dai Romani raggiungeva le dieci miglia. L'accampamento era stato piazzato in luoghi favorevoli, e qui erano stati realizzati ventitré fortini, all'interno dei quali, durante il giorno, venivano messi dei corpi di guardia. Avviato il lavoro di fortificazione, si scatena una battaglia a cavallo in quella pianura frapposta tra i due colli che si estendeva per tre miglia in lunghezza. Si lotta con grande accanimento da entrambe le parti.
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Dopo che Paride aveva rapito Elena, moglie di Menelao, Agamennone stabilì insieme al fratello Menelao di navigare alla volta della città di Troia per riprendersela. Agamennone però, mentre l'esercito dei Greci stazionava in Aulide, sul punto di montare sulla nave, in una battuta di caccia uccise una cerva sacra a Diana: perciò la dea, spinta dall'ira, suscitò una violenta tempesta. Così la tempesta tratteneva la flotta Greca in Aulide. Agamennone mandò a chiamare gli Aruspici e il profeta Calca, interrogato, gli rispose: "Placherai l'ira di Diana e darai alla flotta un proseguimento prospero e fausto soltanto se avrai immolato alla dea Ifigenia, la tua unica figlia". Dopo aver ascoltato il responso, Agamennone approvò l'orrendo consiglio e dopo aver chiamato sua figlia Ifigenia, la portò davanti all'altare. La povera vergine, quando davanti all'altare vide i sacerdoti che nascondevano il pugnale, presa da una grande paura cadde a terra. Ormai i sacerdoti, su ordine di Agamennone, erano sul punto di sacrificarla, quando Diana ebbe compassione della vergine: gettò su tutti una nebbia scura e al posto di lei pose una cerva. Ifigenia, attraverso le nubi, fu rapita in terra di Tauride e lì fu nominata sacerdotessa di Diana.
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Le navi dei Treveri erano costruite e armate in questo modo: le carene alquanto più piatte di quelle delle nostre navi, affinché potessero più facilmente sostenere le secche e la bassa marea. Le prue erano molto alte e ugualmente le poppe, più adatte e idonee all'intensità dei flutti e delle tempeste. I Barbari costruiscono tutte le navi di legno (robusto) perché sopportino qualunque pericolo e impeto del mare: i banchi (dei rematori) ricavati da travi lunghe un piede, sono inchiodate con chiodi di ferro dello spessore di un dito pollice, le ancore sono legate con catene di ferro al posto delle funi. Al posto delle vele hanno pelli conciate e lavorate sottilmente o a causa della mancanza di lino e l'ignoranza del suo utilizzo, oppure – il che è più verosimile – poiché reputano che navi di pesi tanto grandi non possano essere guidate dalle vele a causa di tempeste dell'Oceano tanto grandi e una così grande furia dei venti. Infatti le nostre (navi) non potevano recar danno a queste navi con il rostro – tanto grande era in esse la saldezza – né veniva scagliata facilmente una freccia a causa dell'altezza, e per il medesimo motivo venivano trattenute meno facilmente dagli scogli.