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Exegisti a me, Novate, ut scriberem quemadmodum posset ira leniri, nec inmerito mihi videris hunc raecipue affectum pertimuisse maxime ex omnibus taetrum et rabidum
Pretendesti da me, Novate, che scrivessi in che modo l’ira potesse essere placata e ingiustamente mi sembra che tu abbia temuto molto questo sentimento, come brutto e violento. Le altre, a dir vero, hanno una componente di tranquillità e calma, questa è tutta eccitazione ed impulso a reagire, è furibonda e disumana brama di armi, sangue e supplizi, dimentica se stessa pur di nuocere all'altro, è pronta a precipitarsi immediatamente sulle armi ed è avida di una vendetta destinata a coinvolgere il vendicatore. Per questo motivo, alcuni saggi definirono l'ira "un momento di pazzia"; come quella, infatti, è incapace di controllarsi, incurante delle convenienze, insensibile ai rapporti sociali, cocciuta ed ostinata nelle sue iniziative, preclusa alla ragione ed alla riflessione, pronta a scattare per motivi inconsistenti, inetta a distinguere il giusto ed il vero, quanto mai somigliante a quelle macerie che si frantumano sopra ciò che hanno travolto. Per convincerti che i posseduti dall'ira sono dei dissennati, osserva bene il loro atteggiamento: come sono sicuri sintomi di pazzia l'espressione risoluta e minacciosa, la fronte aggrottata, la faccia scura, il passo concitato, le mani irrequiete, il colorito alterato, il respiro frequente ed affannoso, tali e quali sono i sintomi dell'ira incipiente: gli occhi ardono e lampeggiano, il viso si copre di rossore per il rifluire di sangue dal fondo dei precordi, le labbra tremano, i denti si serrano, i capelli si drizzano ispidi, il respiro diventa forzato e rumoroso, le articolazioni schioccano tormentandosi, i gemiti e i muggiti si intercalano in un parlare che inciampa in voci mozze, le mani battono continuamente e i piedi percuotono la terra, il corpo è tutto eccitato e "scagliante grandi minacce d'ira", i lineamenti sono brutti e spaventosi, quando un uomo si sfigura per corruccio.
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Ego qui te consolari cupio consolandus ipse sum propterea quod nullam rem gravius iam diu tuli quam incommodum tuum. Tamen te magno opere non hortor solum sed etiam pro amore nostro rogo atque oro ut te colligas virumque praebeas et qua condizione omnes homines et quibus temporibus nos nati simus cogites Plus tibi virtus tua dedit quam fortuna abstulit, propterea quod adeptus es quod non multi homines novi, amisisti quae plurimi homines nobilissimi. Ea denique videtur condicio impendere legum iudiciorum temporum ut optime actum cum eo videatur esse qui quam levissima poena ab hac re pubblica discesserit. Tu vero cum et fortunas et liberos habeas et nos ceteroque necessitudine et benevolentia tecum coniunctissimos cumque magnam facultatem sis habiturus nobiscum et com omnibus tuis vivendi et cum unum sit iudicium ex tam multis quod reprehandatur ut quod una sententia eaque dubia potentia alicuius condonatum existimetur omnibus his de causis debes istam molestiam quam lenissime ferre. Meus animus erit in te liberosque tuos semper quem tu esse vis et qui esse debet
Io stesso, che desidero consolarti, devo essere consolato per il fatto che nessun fatto ho tollerato con più difficolta del tuo insuccesso. Tuttavia non solo ti incito con grande passione ma anche ti chiedo e ti supplico in nome del nostro affetto di riprenderti, di mostrarti uomo e di pensare in quale condizione e in quali tempi tutti e anche noi siamo nati. La tua virtù ti ha dato di più di quanto la sorte ti abbia tolto, specialmente perché hai raggiunto ciò che non hanno raggiunto molti 'uomini nuovi', e hai perduto ciò che moltissimi uomini di grande nobiltà hanno perduto. Sembra infine che incomba su di noi una situazione tale di leggi, di processi e di tempi che sembra sia stato trattato nella maniera migliore colui, che si sia congedato da questa repubblica con la pena più lieve possibile. .che il miglior modo di agire sia quello che si attua con chi si sia congedato dallo stato con la pena più lieve. Tu poi, avendo ricchezze, figli e noi e gli altri che siamo legatissimi a te sia per vincolo d'amicizia che d'affetto, ed essendo sul punto di possedere la grande opportunità di vivere con noi e con tutti i tuoi, e poiché una sola è la causa tra tante, che viene crirticata, dal momento che si ritiene sia stata lasciata impunita per il potere di qualcuno con una sola sentenza e per giunta dubbia, per tutti questi motivi devi sopportare questo disagio nel modo più tranquillo possibile. La mia disposizione nei confronti tuoi e dei tuoi figli sarà sempre quella che tu desideri sia e quella che ci deve essere.
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Inizio: Alexander Rhodum, Aegyptum Ciliciamque sine certamine receperat. Fine: coloniam Macedonum et caput totius Aegypti
Alessandro aveva recuperato senza combattere Rodi, Egitto e Cilicia. Poi si avvia verso il santuario di Giove Ammone per consultarlo sul futuro e le sue origini. Infatti un tempo Olimpia, sua madre, aveva detto a suo marito Filippo " Alessandro non da te l'ho generato, ma da un serpente, animale di mirabile grandezza e divina natura" Quindi Filippo, all'incirca nell'ultimo periodo della sua vita aveva proclamato pubblicamente che Alessandro non era suo figlio. Perciò aveva ripudiato la moglie. Allora Alessandro, che desiderava grandemente un'origine divina ed insieme aveva in animo di lavare l'onta arrecata alla madre, inviò a tappe forzate al tempio di Giove Ammone degli ambasciatori mandati avanti che corruppero i sommi sacerdoti. Subito i sacerdoti salutano il re che fa il suo ingresso nel tempio come figlio di Ammone. Alessandro, lieto dell'adozione divina, poi li interroga sulla vendetta da consumare a spese degli uccisori di suo padre. I sacerdoti così rispondono: "Tuo padre non può essere ucciso né morire; la vendetta del re Filippo è stata attuata completamente" Anche a quelli del suo seguito si rispose " Venerate Alessandro come un dio, non come re, infatti è stirpe divina" In seguito a questo Alessandro accrebbe la sua arroganza, moltiplicò la notevole baldanza d'animo e depose l'affabilità, che aveva appreso dall'istruzione greca e le istituzioni macedoni. Tornato indietro da Ammone fondò Alessandria, colonia macedone e capitale di tutto l'Egitto
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Mulier quaedam dilectum virum amisit et sarcophago corpus condidit, in quo se cum reclusisset et ...
Una donna perse l'amato marito e rinchiuse il corpo in un sarcofago, nel quale essendosi rinchiusa e trascorrendo la vita piangendo, acquisì la celebre fama di vergine casta. Intanto alcuni, che avevano saccheggiato il tempio di Giove, pagarono le pene appesi alla croce per volontà divina. Affinché qualcuno non potesse portar via resti di questi, dei soldati furono dati(furono posti) come custodi dei cadaveri vicino al sepolcro, nel quale si era rinchiusa la donna. Un giorno uno dei custodi assetato chiese dell'acqua nel mezzo della notte ad un'ancella, che allora assisteva la sua padrona con forza. Aperte un poco leporte il soldato guardò e vide la sofferente e bella donna in faccia. Subito il suo animo si infiammò e fu consumato dal desiderio. L'acutezza di ingegno trovò mille motivi, per i quali egli potè vedere la vedova più spesso. Presa una consuetudine quotidiana a poco a poco la vedova divenne più sottomessa allo straniero; presto si cinse l'animo con un legame più stretto. Mentre questo custode trascorreva le notti attento, un corpo fu sotratto da una croce. Turbato il soldato raccontò l'accaduto alla donna. E la santa donna : "Non hai motivo di temere"disse, e consegnò il corpo del marito perché lo appendesse alla croce, affinché non subisse le pene della negligenza. Così la vergogna occupò il posto della fama.
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Timotheus athenis gignitur. Desertus et belli peritus erant. Olynthios et byzantios bella subigit. Samum oppugnant. Adversus Cotum bella gerit. cyzicum liberat. Circumvehit Peloponnesum, classiarios Lacedaemoniorum fugat, Corcyram sub imperium Athenarum incolarum redigit sociosque adiungit Epirotas atque Athamanas. Quare Lacedaemonii de diutino bello desistunt et Athenarum incolis pelagi imperium concedunt. Attici Timotheo gratias agunt et Timotheo publice stautam in foro ponunt. Timotheo multi amici Athenis erant. Quondam Timotheus Athenis causam dicebat; non solum amici virum defendabant sed etiam tyrannus Thessaliae. Adversus Thessaliae tyrannum tamen Timotheus postea populi consilio bellum gerit
Timoteo nasce ad Atene. Era solitario ed esperto di guerra. Costringe alla guerra gli abitanti di Olinto e di Bisanzio. Assedia Samo. Conduce una guerra contro Coto. Libera Cizico. Circumnaviga il Peloponneso, riduce in fuga la flotta spartana, ricoporta Corfù; sotto il comando degli Ateniesi ed annette come alleati gli Epiroti e gli Stamani. Di conseguenza gli Spartani escono da una guerra durata lungo tempo e concedono agli Ateniesi il dominio del mare. Gli abitanti dell’ Attica ringraziano Timoteo ed ereggono nel foro, a spese dello stato, una statua a lui dedicata. Timoteo aveva molti amici ad Atene. Un tempo Timoteo difendeva la causa degli Ateniesi; non solo gli amici difendevano la persona ma anche il tiranno della Tessaglia. Tuttavia in seguito, con il parere favorevole del popolo, Timoteo dichiara guerra al tiranno della Tessaglia.