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Porsenna Cloeliam, virginem nobilem, inter obsides accepit. Castra Etruscorum... libertatem donavit.
Porsenna ricevette tra gli ostaggi Clelia, una nobile fanciulla. L'accampamento degli etruschi per caso era stato collocato non lontano dalla riva del Tevere. Clelia ingannò le guardie, fuggì di notte dall'accampamento, afferrò un cavallo, che la sorte le aveva donato e attraversò il Tevere. Quando questa cosa fu annunciata al re, quello, infiammato dall'ira, inviò i legati a Roma, per pretendere Clelia come ostaggio: i Romani la restituirono secondo il patto. Allora il re, lodò la virtù della fanciulla e la lealtà dei romani e donò la libertà a Clelia e alle altre fanciulle e ai fanciulli, che si trovavano come ostaggi.
(By Maria D. )
Versione tratta da LlBER DE VIRIS ILLUSTRIBUS URBIS ROMAE
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Iunius Brutus, cum a rege Tarquinio...
Giunio Bruto, quando vide (cum animadverteret cum narrativo) che dal re Tarquinio era stato ucciso suo fratello, perché era d'ingegno molto brillante, finse di essere ottuso e coprì con questo inganno le sue grandissime capacità. Partito verso di Delfi con i figli di Tarquinio. il re mandò questi per fare omaggio con sacrifici e regali all'oracolo di Apollo, portò l'oro al dio nascosto in un bastone cavo, temendo che non fosse sicuro per lui venerare la celeste divinità con aperta liberalità. Portati a termine gli incarichi avuti dal padre, i giovani chiesero ad Apollo chi di loro avrebbe regnato su Roma. E il dio rispose che avrebbe avuto il più alto potere, chi prima di ogni altro avesse dato un bacio alla madre. Allora Bruto scivolato quasi per caso, si lasciò cadere di proposito e baciò la terra stimata la madre comune di tutti.
Versione tratta da Valerio Massimo
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Aemilius Paulus, nunc felicissimi,...casu doleatis quam ergo vestro ingemescerem.
Emilio Paolo, evidente e viva rappresentazione di padre ora infelicissimo, ora felicissimo, dei quattro figli di ammirevole aspetto, di indole straordinaria, rinunciò a due volontariamente perché passati per diritto di adozione nella famiglia Fabia e in quella Cornelia: due glieli portò via la sorte. Uno di essi morì quattro giorni prima del trionfo del padre, l'altro morì tre giorni dopo esser stato visto sul carro trionfale. Pertanto egli che aveva avuto figli in abbondanza fino a donarli, fu all'improvviso abbandonato nella privazione. Con che forza d'animo abbia sopportato questa sventura, con il discorso che tenne presso il popolo sulle imprese da lui compiute, aggiungendo questa postilla, non lasciò dubbi a nessuno: "Poiché, nel massimo punto della mia felicità, temevo che la sorte mi preparasse qualcosa di male, o Quiriti, pregai Giove Ottimo Massimo e la regina Giunone e Minerva che, se qualcosa di avverso minacciasse il popolo romano, la riversasse tutta sulla mia casa. Perciò va bene così: infatti, accettando le mie preghiere, fecero ciò, in modo tale che voi vi dogliate per la mia disgrazia piuttosto che io piangessi per la vostra. "
ULTERIORE PROPOSTA DI TRADUZIONE
Emilio Paolo, evidente e viva rappresentazione di padre ora infelicissimo, ora assai felice, di quattro figli di singolare bellezza, due, di indole senza pari, ne rifiutò egli stesso, passati per diritto di adozione rispettivamente alle gentes Cornelia e Fabia: (gli altri) due glieli portò via la sorte. Di questi ultimi l'uno precedette di quattro giorni il trionfo del padre con il proprio funerale, l'altro, visto sul carro trionfale, morì tre giorni dopo. Perciò colui che aveva esagerato fino a dar via i (propri) figli, improvvisamente fu lasciato nella mancanza (di prole). sulle sue imprese che tenne davanti al popolo, aggiungendo questa conclusione: "Temendo che nella massima abbondanza (nel pieno) della nostra felicità, Quiriti, la sorte potesse portare qualcosa di male, ho pregato Giove ottimo massimo e Giunone regina e Minerva che, se qualcosa di avverso incombesse sul popolo romano, venisse rivolto tutto sulla mia famiglia. Per cui sta bene: infatti accogliendo le mie preghiere (gli dei) hanno fatto ciò (hanno fatto sì che ciò avvenisse) allo scopo di far addolorare voi per via di una mia disgrazia, piuttosto che far dolere me per una vostra".
(by Anna Maria Di Leo)
Versione da Valerio Massimo
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Eryx urbs antiquissima est quia, ut a studiosis antiquitatis confirmatur...
La città di Erice è molto antica poiché, come è confermato dagli archeologi, fu fondata dai Sicani nel primo millennio Avanti Cristo. Come Tucidide, il più grande fra gli storici greci ha detto, la città di Erice fu fondata da profughi Troiani, compagni di Enea, che dopo un lungo e difficile viaggio attraverso il mare e dopo pericolose e varie vicissitudini, quando approdarono in Sicilia e trovarono la pianura ampia e fertile chiusa da un alto monte, decisero di rimanere in quel luogo e rifiutarono di accompagnare Enea nel Lazio. Alla città diede nome Erice che - come si tramanda - era il figlio di Buta, uno degli Argonauti, e della dea Venere, perciò era fratello di Enea, del quale Venere era la madre ed il padre Anchise. Erice, uomo molto potente di forze, provocava gli stranieri con le strisce di cuoio, guarnite con piombo ( di cui si armavano le mani o i polsi dei pugilatori) ed uccideva i vinti. Egli diede il nome anche al monte che si eleva tra la città di Erige e Drepano, in quel luogo Erice costruì un tempio e lo consacrò a Venere Ericina, sua madre. Infine, Erice fu ucciso da Ercole e fu sepolto sul monte Erice. Sul monte Erice - come ha detto Servio - ebbe anche sepoltura Anchise, il padre di Enea. Il tempio di Venere Ericina fu distrutto dai Cartaginesi, ma i Romani, dopo che vinsero i Cartaginesi e li allontanarono dalla Sicilia, ricostruirono il tempio di Venere Ericina sul monte Erice.
(Traduzione di Anna Maria Di Leo)
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Solon in magna veneratione apud Athenienses erat. Insigni....principatum filiis reliquit.
Solone era in grande considerazione presso gli Ateniesi. Infatti aveva amministrato la città con straordinaria competenza ed aveva, su richiesta del popolo, accordato nuove leggi. Così le discordie dei cittadini erano state sistemate (compositae e non composite c'è un errore del testo) e la concordia dello stato era stata ripristinata. Dopo, Solone lasciò la città e andò attraverso il mare in Egitto per conoscere (ut + congiuntivo = prop. finale) gli usi degli abitanti: dopo lunghi viaggi infine fece ritorno in patria (domum = a casa = in patria). Nel frattempo Pisistrato, un cittadino ricco ed astuto desiderava il comando di Atene. Solone aveva avvertito spesso [sottointeso: i suoi concittadini] riguardo ai piani occulti di Pisistrato. Gli ateniesi, a dire il vero, dimentichi delle parole di Solone e desiderosi di novità (lett. di cose nuove), non si opposero a Pisistrato. Così Pisistrato, con pochi alleati occupò la rocca con l'inganno e istituì la tirannide. Tuttavia come capo (princeps) fu saggio; Atene infatti fu decorata da Pisistrato con magnifici edifici e dal tiranno furono costruiti molti templi di marmo. Inoltre, sotto il comando di Pisistrato fiorirono l'agricoltura, l'industria e il commercio con ogni sforzo. Il tiranno morì a causa della peste (il complemento di causa si traduce in latino anche con l'ablativo semplice) e lascio ai figli il governo della città. (Traduzione di Anna Maria Di Leo)