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Multos annos homines deum amici erant et in pacato orbe beati vivebant...
Per molti anni gli uomini erano amici degli dei e vivevano beati in un mondo tranquillo, ma per un'inattesa follia iniziavano a disprezzare gli dei e a desiderare massacro e violenza. Per questo motivo Giove, padre degli dei (divus, divi) e delle dee viene preso dalla collera ed ordina di convocare immediatamente il concilio degli dei. Sull'alto suo trono di marmo, lo scettro nella mano destra, emette molte ingiunzioni per/agli dei e li cita in giudizio sul monte Olimpo, poiché i clamori non sono graditi alle sue orecchie. Con molta indignazione, il dio esponeva ai suoi compagni (comes, comitis) il problema e diceva così: "Sulla terra una volta regnava la pace, ma oggi gli uomini commettono molte infamie: l'ospite ( hospes, hospitis) viene violato dall'ospite, non viene dimostrata dal figlio obbedienza al padre e presto il fratello ucciderà i fratelli, così io temo. Quindi ascoltate la mia opinione: la necessaria punizione per gli uomini e per le donne è, e sarà la morte." La ferocia del dio è resa nota manifesta e chiara a tutti gli altri. Allora Giove manderà un grande diluvio su tutta la terra e la rovina della stirpe umana si genererà con grande dolore. (Traduzione by Anna Maria Di Leo)
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At ille fugere acrius coepit, sed elephantus quoque, qui multa exceperat tela,...Ergo telis undique obruit compositoque eo, in vehiculum Porus imponitur.
Ma quello (il re Poro), iniziò a scappare più velocemente; ma anche l'elefante, il quale aveva preso molte frecce, moriva. E così fermò la fuga ed espose al pericolo la fanteria al nemico che lo inseguiva. Ormai Alessandro (lo) aveva raggiunto, e riconosciuta la tenacia di Poro, vietava di avere misericordia di quelli che opponevano resistenza. Quindi furono tirati dardi da ogni parte sia contro i fanti che contro Poro stesso; infine indebolito da questi, iniziò a cadere giù dall'animale. L'Indiano che guidava l'elefante, ritenendo che egli stesse scendendo come d'abitudine, ordinò all'elefante di piegare le ginocchia; come questo lo fece, [lo fecero] anche gli altri, - erano stati infatti addestrati così, - ad abbassare i loro corpi a terra. Questo fatto consegnò ai vincitori Poro e gli altri. Il re ordinò di denudare il corpo di Poro, credendo che fosse stato ucciso, ed alcuni corsero a togliergli la corazza e la veste, quando l'animale cominciò a proteggere il padrone e ad assalire quelli che cercavano di spogliarlo, e sollevato il corpo lo rimise di nuovo sul suo dorso. Quindi fu sommerso da dardi da ogni parte e, dopo essere stato ucciso, Poro fu caricato sul carro.
Versione da Curzio Rufo
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Alexander cum phalange et equitatu centum et quinquaginta stadia emensus...praecipitari iubet, quorum corpora, ubi rursus erumpit, expulsa videre qui missi erant ut exciperent.
Alessandro, attraversati centocinquanta stadi con la falange e la cavalleria, rinforzò l'accampamento in una valle che è accessibile verso l'Ircania. [In quel luogo] C'è un bosco ombreggiato da fitti e molto alti alberi; il suolo della valle è fertile, che le acque che provengono dalle rocce sovrastanti irrigano. Da quelle stesse radici dei monti fluisce il fiume Ziobeti, che scorre compatto per una lunghezza di circa tre stadi; poi ostacolato da una rupe, che impedisce il piccolo alveo, rifluendo, distribuite le sue acque, apre due strade. Quindi rapido, e molto impetuoso per l'asperità dei massi in mezzo ai quali scorre, entra a precipizio sotto terra. Per trecento stadi scorre nascosto alla vista; e di nuovo viene alla luce come nato da un'altra sorgente, e distende un nuovo letto, più ampio di quello della sua parte precedente; giacché si allarga per tredici stadi; e chiuso nuovamente da sponde più strette rinserra il suo corso; infine termina in un altro fiume: il suo nome è Ridagno. Gli abitanti del luogo affermavano che chiunque fosse caduto nella cavità che è prossima alla sorgente, usciva nuovamente fuori dove si apre l'altra bocca del fiume. Quindi Alessandro ordinò di gettare due tori nel punto in cui le acque penetrano sotto terra, e quelli che erano stati mandati a raccoglierli videro i corpi degli animali spinti fuori dove viene di nuovo allo scoperto.
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Rumor, otiosi militis vitium, sine auctore percrebruit regem contentum rebus, quas gessisset,... Ita se facturum esse respondit.
Si diffuse la diceria, conseguenza di un soldato sfaccendato, che il re, contento delle gesta che aveva compiuto, aveva deciso di far ritorno immediatamente in Macedonia. (I soldati) corsero qua e là simili a impazziti; prepararono le tende e i bagagli per il viaggio: avresti potuto credere che fosse stato dato il segnale di togliere il campo. Da tutto l'accampamento arrivò fino al re il fracasso da una parte di quelli che cercavano i propri compagni di tenda, dall'altra di quelli che caricavano i carri. (...) Non altrimenti che, com'era naturale, spaventato, lui (il re), che si era proposto di entrare nell' India e nell'estremo Oriente, riunì nel pretorio i comandanti delle milizie e, tra le lacrime, si lamentò di essere costretto a ritirarsi nel mezzo della sua gloria e di riportare in patria il risultato di un vinto più che di un vincitore; diceva che non gli era d'ostacolo la viltà dei soldati, ma l'invidia degli Dei, che avevano fatto sentire l'improvviso desiderio della patria a uomini assai valorosi (...). Allora, in vero, ciascuno secondo le proprie possibilità gli offrì il proprio servizio, richiese i compiti più pericolosi, promise l'obbedienza anche dei soldati, se avesse voluto confortare con un discorso calmo e stringato i loro animi (...). Così rispose che avrebbe fatto in questo modo.
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Solvi mari languido; erat sine dubio caelum grave sordidis nubibus, quae fere aut in aquam aut in ventum ...Intellexi non immerito nautis terram timeri.
Sono salpato con un mare calmo; senza dubbio il cielo era coperto di nuvoloni neri, che solitamente si risolvono in pioggia o in vento, ma io ho pensato che così poche miglia da Napoli a Pozzuoli si potessero superare anche con il tempo incerto e minaccioso. E così, per arrivare prima, mi sono recato, attraverso l'alto mare, direttamente verso Nisida, con l'intenzione di evitare tutte le insenature. Quando ormai ero arrivato al punto nel quale non vi era più differenza tra proseguire e tornare indietro, quella calma fini, (quella calma) che dapprima mi aveva tratto in errore. Non c'era ancora una tempesta, ma il mare già agitato, e le onde sempre più frequenti. Ho iniziato a supplicare il timoniere che mi facesse sbarcare in qualche punto della costa. Quello affermava che quelle erano frastagliate e prive di porti, e che, con il tempo cattivo, non temeva nulla tanto quanto la terra. Ma io pativo troppo perché mi venisse in mente il pericolo; infatti, questa nausea – che agita la bile, ma non la butta fuori – mi torturava in modo lento e senza una fine. Pertanto ho insistito con il timoniere e l'ho costretto, volente o nolente, a recarsi verso la costa. Poi, quando le siamo stati vicini, non ha atteso (oltre) mi ha gettato in mare, vestito di panno grosso, come si addice a chi fa bagni freddi. Che cosa credi che io abbia passato, mentre mi arrampicavo su per gli scogli, mentre cercavo una via, mentre me la aprivo? Ho compreso che i marinai temono la terra non a torto.