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Urbs Croto murum in circuitu patentem duodecim milia passum habuit ante Pyrri in Italiam adventum. Post vastitatem eo bello factam vix pars dimidia habitabatur: flumen, quod medio oppido fluxerat, extra frequentia tectis loca praeterfluebat, et arx erat procul eis, quae habitabantur. Sex milai passum aberat ab urbe nobile templum, ipsaurbe nobilius, Laciniae Iunonis, sanctum omnibus circa populis. Lucus ibi frequenti silva ac proceris abietis arboribus saeptus laeta in medio pascua habuit, ubi omnis generis sacrum deae pecus pascebatur sine ullo pastore; separatimque greges sui cuiusque generis nocte remeabant ad stabula, numquam insidiis ferarum, non fraude violati hominum. Magni igitur fructus ex eo pecore capti sunt, columnaque inde aurea solida facta et sacrata est; inclitumque templum divitiis etiam, non tantum sanctitate fuit
La città di Crotone ebbe un muro di circonferenza esteso per dodici mila passi prima dell'arrivo di Pirro in Italia. Dopo la rovina causata da quel conflitto, appena una metà era abitata: il fiume, che scorreva (a metà la città, che esternamente scorreva via il maggior numero di case e la roccaforte era lontana dalle parti abitate. A sei miglia distava dalla città il noto Tempio di Giunone Lacinia, più celebre della stessa città, di Giunone Lacinia, sacro per tutti i popoli circostanti. Lì un bosco, cinto da una fitta foresta e da alti alberi di abete ebbe nel mezzo abbondanti pascoli, dove capi di bestiami di ogni genere sacro alla dea pascolava senza alcun pastore; e separatamente i greggi di lui e di quello, i greggi di notte ritornavano nelle stalle, senza mai subire agguati delle belve o violati da inganni degli umani. Dunque si ricavarono grandi frutti da quel bestiame; e in seguito una colonna d'oro fu costruita e consacrata; e il tempio fu famoso non tanto per il carattere sacro, ma anche per le ricchezze
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Est fidei pietatisque nostrae declarare fortissimis viris quam eorum memores simus, quam grati. Quamobrem promissa nostra atque ea quae, bello confecto, legionibus spopondimus, hodierno die senatusconsulto renoventur. Atque utinam, patres conscripti, civibus omnibus solvere nobis praemia liceat. Facile est bene agere cum iis, a quibus etiam tacentibus flagitari videmur. Illud admirabilius et maius maximeque proprium senatus et populi Romani est grata eorum virtutem memoria prosequi, qui pro patria vitam profuderunt. Duo certe non praeteribo, quae maxime occurrunt menti, quorum alterum pertinet ad virorum fortissimorum gloriam sempiternam, alterum ad leniendum maerorem et luctum hodiernum. Maxima laude dignum est legionis Martiae militibus monumentum fieri quam amplissimum. Praemia ergo, quae militibus promisimus, ea vivis victoribusque, quoniam tempus venit, cumulate persolvantur. Qui autem ex iis, quibus promissa sunt, pro patria occiderunt, eorum parentibus, liberis, coniugibus, fratribus, eadem tribuantur.
E' compito della nostra fiducia e pietà dichiarare agli uomini fortissimi quanto siamo memori di loro, quanto grati. Per cui le nostre promesse e quelle cose che, finita la guerra, abbiamo promesso alle legioni, oggi sono rinnovate dal decreto del senato. E magari, senatori, ci sia offerto di assegnare i premi a tutti i cittadini. E' facile comportarsi correttamente con quelli che, anche quando tacciono, sembrano domandarci delle ricompense. La cosa più ammirabile e più importante e di più grande interesse per il senato e il popolo romano è prolungare con il grato ricordo la virtù di coloro che hanno dato la vita per la patria. Magari mi venissero in mente più cose sull'onore di questi! Due certamente, che più delle altre ho presenti nella mente, non tralascerò, delle quali una riguarda la gloria eterna degli uomini fortissimi, l'altra è volta ad addolcire la tristezza e il lutto odierno. L'idea di costruire un monumento quanto più grande possibile ai soldati della legione Marzia è degna di massima lodeDunque quei premi, che promettemmo ai soldati, poiché viene il momento, sono pagati largamente ai vivi e ai vittoriosi. Ma questi premi sono dati ai genitori, ai figli, alle mogli, ai fratelli di quelli di loro a cui furono promessi, che morirono per la patria.
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Gyges, qui cum terra discessisset magnis quibusdam imbribus, descendit in illum hiatum aeneumque equum, ut ferunt fabulae, animadvertit, cuius in lateribus fores essent; quibus apertis corpus hominis mortui vidit magnitudine invisitata anulumque aureum in digito; quem ut detraxit, ipse induit (erat autem regius pastor), tum in concilium se pastorum recepit. Ibi cum palam eius anuli ad palmam converterat, a nullo videbatur, ipse autem omnia videbat; idem rursus videbatur, cum in locum anulum inverterat. Itaque hac oportunitate anuli usus reginae stuprum intulit eaque adiutrice regem dominum interemit, sustulit quos obstare arbitrabatur, nec in his eum facinoribus quisquam potuit videre. Sic repente anuli beneficio rex exortus est Lydiae. Hunc igitur ipsum anulum si habeat sapiens, nihil plus sibi licere putet peccare, quam si non haberet; honesta enim bonis viris, non occulta quaeruntur.
Gige essendosi la terra spaccata per certe grandi piogge, Gige scese in quella voragine e scorse, come dicono le leggende, un cavallo di bronzo, che aveva ai fianchi delle porte; dopo averle aperte scorse il corpo di un uomo morto di grandezza mai vista, con un anello d'oro al dito; glielo tolse e se lo mise, poi si recò all'adunanza dei pastori (era, intatti, pastore del re); lì, ogni volta che volgeva il castone dell'anello verso la palma della mano, diveniva invisibile a tutti, mentre egli era in grado di veder tutto; ritornava nuovamente visibile quando rimetteva l'anello al suo posto. E così, servendosi dei poteri concessigli dall'anello, fece violenza alla regina e col suo aiuto uccise il re suo padrone, tolse di mezzo chi, a parer suo, gli si opponeva, e nessuno potè scorgerlo mentre compiva questi delitti; così, tutto ad un tratto, grazie all'anello divenne re della Lidia. Se, dunque, il sapiente avesse questo stesso anello, penserebbe che non gli fosse lecito peccare più che se non l'avesse; i galantuomini, difatti, cercano l'onestà, non la segretezza
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Maiores fuerunt Titi Pomponii Attici usque ab adulescentia humanitas et doctrina quam ut de iis taceri possit. Quas adeo probavit Sulla ut, quamdiu, ex Asia decedens, Athenis fuit, secum semper habere eum voluerit. Sic enim Graece loquebatur ut Athenis natus videretur ob eamque causam Atticus nominaretur. Tanta autem erat suavitas sermonis Latini ut appareret in eo nativum quondam leporem esse, non adscitum. Idem poemata pronuntiabat aeque bene et Graece et Latine sic ut supra nihil posset addi. Quibus rebus factum est ut Sulla nusquam eum a se dimitteret cuperetque secum ducere ad bellum contra Marium. Nam cum ei persuadere tentaret: “Noli, oro te, – inquit Pomponius – me velle ducere adversus cives meos, cum quibus olim Italiam reliqui ne contra te bello civili arma ferrem”. Tantum autem afuit ut Sulla his verbis irasceretur, ut etiam, adulescentis constantia collaudata, ei munera, quae ab Atheniensibus acceperat, deferret.
L’umanità e il rigore di Tito Pomponio Attico furono fino dall’adolescenza troppo grandi perché si potesse tacere in merito ad essi. Silla li provò per tutto il tempo in cui, tornando dall’Asia, rimase ad Atene, al punto da volerlo sempre avere con sé. Lui, infatti, parlava in greco da sembrare nato ad Atene e per questo motivo era soprannominato “Attico”. La bellezza del suo parlare in latino era così profonda, d’altra parte, da sembrare chiaro che in lui vi era una certa grazia innata, non acquisita. Ugualmente declamava poesie ugualmente bene sia in greco che in latino, così che nulla si poteva aggiungere oltre. Per questi meriti successe che Silla non volesse allontanarlo da sé in nessuna occasione e desiderasse portarlo con se nella guerra contro Mario. Infatti, provando a convincerlo: “Ti prego, – disse Pomponio – di non volermiportare contro i miei concittadini, con i quali una volta lasciai l’Italia per non portare le armi contro di te durante la guerra civile”. Tanto lontano fu Silla dall’arrabbiarsi a queste parole, che, elogiata la fermezza del giovane, gli donò i rgali che aveva ricevuto dagli Ateniesi.
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La Felice posizione di Roma
versione latino Cicerone
libro latina lectio n. 102 pagina 202
inizia con: Potuit Romulus divine et utilitates complecti maritimas et vitia maris vitare. . finisce con: incolumis atque intacta permanserit.
Romolo poté magnificamente sia raccogliere i vantaggi delle regioni marittime che evitare i difetti del mare, ponendo la città sulla riva di un fiume a portata regolare e che sfocia nel mare per largo spazio, grazie al quale la città potesse e ricevere dal mare le cose di cui aveva bisogno e esportare quelle di cui abbondava, al punto che mi sembra che egli avesse già allora presagito che questa città avrebbe offerto ( prima o poi una sede e una casa ad un grandissimo impero. Infatti chi è così superficiale che non ha notato e riconosciuto in cuor suo le difese naturali della città di Roma? Infatti la sua cinta di mura ininterrotta fu delimitata, grazie alla saggezza di Romolo e dei re rimanenti, da monti impervii e molto scoscesi da ogni parte, in modo tale che l’unico accesso, che era tra il monte Quirinale e l’Esquilino, fosse cinto da un fossato larghissimo e la rocca fortificata fosse appoggiata ad una rupe scoscesa gettata tutt’intorno e quasi incisa, tanto che restò, anche in quella spaventosa circostanza dell'arrivo dei Galli, salda e intatta.