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Veteres regnum mortuorum Erebum, vel etiam Averna appellabant...in Tartaro regiam fuisse Plutonis, omnem potestatem in mortuos habentis.
Gli antichi chiamavano il regno dei morti Erebo, o anche Averno, e lo collocavano sottoterra, in una buia voragine. Credevano che sulla soglia stesse sdraiato il cane Cerbero, che aveva tre teste e colli spaventosi a causa di sinistri serpenti. Egli terrorizzava con forti latrati le pallide anime. Leggiamo anche che nell'Erebo si trovava il Tartaro, sede degli uomini scellerati, e l'Eliso: qui avevano le sedi beate le anime dei giusti, che conducevano una vita lieta. Intorno al Tartaro scorrevano neri fiumi impetuosi: l'Acheronte, dove arrivavano le folle dei morti per imbarcarsi sulla barchetta del colore della ruggine del traghettatore Caronte; il Cocito, al posto delle onde, portava con sé le lacrime degli scellerati; l'orrendo Stige, dal quale esalavano vapori mortiferi; il Lete, dalle sorgenti del quale le anime dei morti bevevano con l'acqua l'oblio della vita passata. Senza dubbio nessuno di voi ignora che nel Tartaro c'era la reggia di Plutone, che aveva ogni potere sui morti.
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Regibus omissis, hi fuerunt Graecae gentis duces, memoria digni. Namque omnium regum res gestae separatim sunt relatae....tertius ab Artabano praefecto ferro interemptus est.
Omessi i re, questi furono i capi dei popoli greci degni di memoria. E infatti le imprese di tutti i re sono state riportate (refereor) a parte. E non furono tuttavia molto numerosi. Lo Spartano Agesilao fu un re di nome, non di diritto, come tutti gli altri Spartani. Fra gli altri popoli i più eminenti dei Persiani furono, secondo il nostro parere (lett. come noi giudichiamo), Ciro e Dario, figlio di Istapse: ciascuno dei due da (cittadino) privato ottenne il regno grazie alle sue capacità. Il primo cadde in battaglia al cospetto dei Massageti; Dario morì di vecchiaia. Sono inoltre grandi Re Persiani Serse e i due Artaserse, soprannominati Macrochiro e Mnemone. Di Serse è famosa specialmente la guerra condotta via terra e via mare contro i Greci con i più grandi eserciti a memoria d'uomo. Macrochiro era invece non solo di aspetto molto bello, ma anche assai valoroso: infatti nessun Persiano fu più forte di mano di Artaserse Macrochiro. Mnemone invece si distinse per la fama del suo senso di giustizia. Infatti, persa la moglie per colpa del delitto della madre, si abbandonò al dolore soltanto al punto che la pietà prevalesse. Due restituirono il debito alla natura/morirono con una malattia; il terzo fu ucciso con la spada (con il ferro) dal satrapo Artabano.
Versione tratta da Cornelio Nepote
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Filia Pharaonis venit ad flumen Nilum ut ablueret corpus. Forte vidit fiscellam inter arundines misitque illuc unam e famulis suis praecipiens: "Fer mihi fiscellam illam"....
La figlia del Faraone giunse al fiume Nilo per lavare il corpo. Per caso vide una cesta tra le canne ed inviò in quel luogo una delle sue serve ordinando: "Portami quella cesta". L'ancella subito obbedì e, afferrò la cesta e, dopo averla aperta, vedendo il piccolo che piangeva, ebbe compassione di lui: "Questo è uno dei bambini degli Ebrei - disse. Se lo porterò alla mia padrona, indubbiamente sarà ucciso. Pertanto non lo porterò". Allora la sorella del bimbo, che si trovava non lontano dalla cesta, si avvicinò all'ancella e la esortò a portare il bambino da una donna Ebrea, affinché lo allevasse. La figlia del Faraone, avendole viste discorrere, ordinò alla sua ancella di portarle la cesta. Allora l'ancella fece ritorno dalla sua padrona, portando la cesta con il bimbo. Quando la figlia del Faraone lo vide anch'essa ebbe compassione di lui. E la sorella del bambino, esortata anche la figlia del Faraone a trovare una donna Ebrea che allevasse il piccolo, chiamò subito la madre. La figlia del re diede a lei il bimbo, affinché fosse allevato, dopo aver promesso una ricompensa. E così la madre allevò il bimbo e da adulto lo portò dalla figlia del Faraone, che lo adottò e lo chiamò Mosè, cioè "salvato dalle acque".
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Postquam L.Sulla malos eventus habuit, rapere omnes, omnes trahere, domum alius, alius agros cupere, neque modum neque modestiam... rapere, consumere, aliena cupere.
Dopo che L.Silla fece delle azioni terribili, tutti depredavano, tutti arraffavano, desideravano la casa di uno, i terreni di un altro, i vincitori non avevano né misura né discrezione, commettevano delitti ignobili e crudeli contro i concittadini. A ciò si aggiungeva che L. Silla aveva trattato troppo liberamente l'esercito. I luoghi ameni, le voluttà avevano fiaccato gli animi feroci dei soldati: l'esercito del popolo Romano si abituò ad amare, a bere, ad ammirare le statue, i quadri, i vasi cesellati, a rubarli privatamente e pubblicamente, a saccheggiare i templi, a violare tutte le cose sacre e profane. Quindi la lussuria e l'avidità con l'arroganza invasero la gioventù: rubavano, scialacquavano, desideravano i beni altrui.
Versione tratta da Sallustio
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Aper, dum sese volutat in vado, quo sitim equus sedare solebat, aquam turbavit. Hinc lis fuit. Tum equus, iratus ferae,... quaero, servitutem repperi».
Mentre si rotolava nell'acqua bassa, dove un cavallo era solito placare la sete, un cinghiale rese torbida l'acqua. Da quel momento ci fu una lite. Allora il cavallo, infuriato con la bestia, chiese aiuto all'uomo: lo trasportò sul dorso e tornò dal nemico. Dopo aver ucciso il cinghiale con le frecce il cavaliere disse così: "Gioisco per aver portato aiuto alle tue preghiere; infatti ho catturato una preda e sono venuto a conoscenza della tua utilità". E così lo costrinse a prendere, suo malgrado, il morso. Allora quello molto mesto (disse): "Mentre cercavo, sciocco, la vendetta di una piccola offesa, ho trovato la schiavitù".