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Caesar urbem Alesiam occupavit. Magna fuit equorum, ovium, hominum praeda: in praeda …
Cesare occupò la città di Alesia. Il bottino di cavalli, pecore ed uomini fu grande: nel bottino si trovavano anche gioielli preziosi, e tra i prigionieri spiccava per prestigio Vercingetorige, egli, infatti, ad Alesia era il capo ed era il condottiero delle popolazioni della Gallia. Ancora oggi noi consideriamo Vercingetorige il vendicatore e il propugnatore della libertà della Gallia. Venne trattenuto in catene, come una bestia feroce nella tana, e alla fine rese più bello il trionfo del vincitore Cesare a Roma. Il trionfo fu magnifico anche per l’affluenza dei cittadini Romani. Fu grande la discrepanza tra la gioia allegra delle legioni dei Romani e il triste silenzio dei prigionieri.
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Vultures etiam in maribus cadavera sentiunt. Ciconiae, veris nuntiae, serpentium hostes …
Gli uccelli percepiscono i cadaveri anche nei mari. Le cicogne, messaggere della primavera, nemiche dei serpenti, attraversano in volo i mari, e si dirigono in Asia. Lo struzzo riscalda le uova. L’airone teme le piogge. La fenice, un uccello dell’Arabia, risorge dalle ceneri. Il pellicano abita nel deserto del fiume Nilo. Nessun animale percepisce l’odore dell’uomo come l’anatra. La tortora vive sempre sulle vette di un monte e nei deserti. La colomba ama i ripari degli uomini. La pernice riceve il nome dal verso, è un uccello subdolo e sporco. I passeri sono uccelli piccoli. La rondine, uccello lamentoso, attraversa i mari in volo.
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Solus vivebat Diogenes philosophus, quia Athenis in summa paupertate vitam agebat...
Il filosofo Diogene viveva da solo, poiché, ad Atene, egli trascorreva la vita nell'estrema povertà: non invitata nessun uomo, e nessun cittadino inviata il filosofo per cena, perché Diogene biasimava con parole dure i cattivi costumi dei cittadini. E quindi conduceva tristemente una vita solitaria. Un giorno egli cenava triste, e vide un topo: scorrazzava qua e là, e raccoglieva le molliche di pane che cadevano a terra dalla tavola. Diogene osservò l'animaletto, poi sorrise ed esclamò: Un sorcio non desidera né le conversazioni, né le cene degli Ateniesi; e invece tu, o Diogene ti rammarichi perché ceni da solo in un tugurio miserabile! Immediatamente risollevò lo spirito, e condusse una vita lieta, libero dalle preoccupazioni.
ALTRE VERSIONI CON QUESTO TITOLO
Diogene e il topo - Versione Grammatica Picta 1 pagina 154 numero 21
Diogene e il topo - Versione il latino di tutti
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Pugna imminebat. Statim in villis bona et fortunae abdita sunt; matronae cum filiis et …
La battaglia incombeva. Gli averi e le ricchezze vennero immediatamente nascosti nelle fattorie; le matrone si recarono insieme ai figli e alle figlie presso i templi, e per mezzo di corone di rose decorarono gli altari degli dei e delle dee, in questa maniera esse erano d’aiuto agli uomini, che rimasero sempre nell’accampamento. Poiché i Romani avevano una grande fiducia negli dei, non soltanto sugli altari vennero immolate delle vittime, ma inoltre vennero fatte molte offerte votive. Poi vennero preparate le armi: scudi, lance, spade. Il morale delle truppe dei Romani crebbe, perché arrivavano anche gli alleati. Nel frattempo le truppe dei nemici penetravano nella città: la sorte era avversa. La tromba suonò e venne dato il segnale: i Romani uscirono dall’accampamento, preparati alla battaglia. Si combatté a lungo.
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In villa puer varius et ad iram promptus flebat; avia severis verbis puerum obiurgabat …
In una fattoria, un fanciullo volubile e incline alla collera piangeva; la nonna rimproverava il fanciullo con parole severe: Il lupo, belva feroce, mangia i fanciulli malvagi; io lo chiamerò, perché tu piangi invano. Per caso un lupo si trovava presso la porta; sente le parole della nonna, e, lieto per la prede vicina, si avvicina alla fattoria, avido di cibo. Ma la nonna calmava il fanciullo terrorizzato: Se verrà, io colpirò il lupo feroce con un bastone. Allora la belva feroce e affamata esclama: Le parole della donna sono false, per ché dice delle cose e ne fa altre.