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L'imperturbabilità del saggio
Autore: Seneca
Littera, litterae
Il saggio invece non si lascia disprezzare da nessuno: conosce la propria grandezza e dice a se stesso che a nessuno è consentito tanto sul suo conto, e tutte quelle cose che oserei chiamare non tormenti dell’animo, ma molestie, non è che le vinca, ma neppure (le) percepisce. Si possono trovare altre cose tali da toccare il saggio, anche se non (lo) abbattono, come il dolore fisico, l’infermità o la perdita degli amici e dei figli e la rovina della patria in fiamme per la guerra; non nego che il saggio avverta queste cose; noi, infatti, non gli attribuiamo la durezza della pietra o del ferro. Non è affatto prova di virtù sopportare ciò che non si sente Che cos’è dunque? Egli avverte alcuni colpi, ma li supera una volta subiti, e li guarisce e li respinge; invece neppure percepisce queste sensazioni minori e contro di esse non fa ricorso a quella abituale virtù di tollerare le avversità, ma o non ne tiene conto o le reputa risibili.
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Liberalis noster nunc tristis est cum nuntiatum esset incendium quo Lugdunensis colonia exusta est. Movere hic casus quemlibet posset, nedum hominem patriae suae amantissimum. Multas civitates incendium vexavit, nullam a fundamentis diruit. Nam etiam ubi hostili manu in tecta ignis immissus est, multis locis deficit, et quamvis subinde excitetur, raro tamen sic cunca exurit, ut nihil ferro relinquat. Terrarum quoque vix umquam tam gravis et perniciosus fuit motus, ut tota oppida everteret. Numquam denique tam infestum ulli urbi exarsit incendium, ut nihil alteri superesset incendio. Tot pulcherrima opera, quae singula inlustrare urbes singulas poterant, una nox stravit, et in tanta pace quantum ne bello quidem timeri potest, accidit.
Il nostro Liberale adesso è triste perché è stato comunicato l'incendio per il quale la colonia lugdinese (=di Lione) è stata incendiata. Questa disgrazia potrebbe smuovere (l'animo di) chiunque, nonché (quello di) un uomo affezionatissimo alla sua patria. L'incendio ha distrutto molte città, (ma) non (ne) ha distrutta nessuna dalle fondamenta. Infatti anche dove è stato spinto il fuoco sulle abitazioni da una forza avversa, ha risparmiato numerose regioni, e sebbene è alimentato spesso, tuttavia incendia tutto raramente, tanto da non lasciare nulla in ferro. Il tumulto delle terre fu talvolta tanto grave e anche quasi dannoso, che mette sottosopra tutte le roccaforti. Infine l'incendio non avampò mai in modo tanto minaccioso come in altre città, tanto da non superare per nulla nessun altro incendio. Con un magnifico lavoro, tanto che per una volta le città avevano potuto ciascuna rifiorire, di notte si calmò, e cadde in una pace tanto grande che neanche una guerra può essere temuta.
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L'ira è un momento di follia
Autore: Seneca
Exegisti a me, Novate, ut scriberem quemadmodum posset ira leniri, nec immerito mihi videris hunc praecipue affectum pertimuisse maxime ex omnibus taetrum et rabidum. Ceteris (affectibus) enim aliquid quieti placidique inest, hic totus concitatus et in impetu est doloris, armorum sanguinis suppliciorum minime humana furens cupiditate, dum alteri noceat sui neglegens, in ipsa irruens tela et ultionis secum ultorem tracturae avidus. Quidam itaque e sapientibus viris iram dixerunt brevem insaniam; aeque enim impotens sui est, decoris oblita, necessitudinum immemor, in quod coepit pertinax et intenta, rationi consiliisque preclusa, vanis agitata causis, ad dispectum aequi verique inhabilis, ruinis simillima quae super id quod oppressere franguntur.
Pretendesti da me, Novate, che scrivessi in che modo l’ira potesse essere placata e ingiustamente mi sembra che tu abbai temuto molto questo sentimento, come brutto e violento. Negli altri sentimenti infatti c’è qualcosa di quieto e placido: questo è tutto infiammato nell’impeto di esasperazione, furente per la condizione umana di armi, di sangue e di preghiere, fino al momento che indifferente di sé stesso reca danno ad un altro, introducendosi nella stessa trama, avido di condurre con sé un vendicatore di castighi. Per questa ragione qualcuno tra uomini saggi disse che l’ira fosse una pazzia: ugualmente infatti è incapace di dominare sé stesso, dimentica il conveniente, immemore degli obblighi, è incurante di sé tra i parenti, ostinatamente rivolta a ciò che si è prefissa, chiusa alla ragione e ai consigli, agitata per motivi vari, incapace di distinguere il giusto, molto simile alla rovine che sono ciò che oppressero sono abbattute
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Democritus ait, cum in angusto inani multa sint corpuscula, quae ille atomos vocat, oriri ventum. At contra quietum et placidum esse, quum in multo inani parva sint corpuscula. Nam quemadmodum in foro aut vico, quamdiu paucitas est, sine tumultu ambulatur, ubi autem turba in angustum concurrit, necesse est aliorum in alios incidentium rixa sit, sic in hoc quo circumdati sumus spatio, cum exiguum locum multa corpora impleverint, necesse est alia aliis incidant et impellantur ac repellantur, implicenturque et comprimantur, ex quibus nascitur ventus cum illa quae colluctabantur incubant et, diu fluctuata, se inclinant. At, ubi in magna laxitate corpora pauca versantur, nec arietare possunt nec impelli. Hoc falsum est. Nam tunc interim ventus minime est, cum aer nubilo gravis est. Atqui tunc plurima corpora se in angustum contulere et inde spissarum nubium gravitas est. Adice etiam quod circa fulmina et lacus frequens nebula est, arctatis congestisque corporibus, nec tamen ventus est. Atqui nullum tempus magis quam nebulosum caret vento.
Democrito sostiene che, quando in uno stretto spazio vuoto ci sono molti corpuscoli, che egli chiama atomi, si origina il vento; e che, al contrario, lo stato dell’aria è quieto e tranquillo quando ci sono pochi corpuscoli in un grande spazio vuoto. Infatti, come in una piazza o in una via, quando c’è poca gente, si cammina senza disordine, quando invece una folla si accalca in uno stretto passaggio, ci si urta vicendevolmente e nasce una lotta, così nello spazio che ci circonda, quando molti corpuscoli hanno riempito uno spazio angusto, inevitabilmente si incontrano, si spingono e si respingono, si impigliano e si serrano, e da questi nasce il vento quando i corpuscoli che erano in lotta fra loro si sono portati da una parte e, dopo aver fluttuato a lungo incerti, si sono inclinati in una direzione. Ma quando ci sono pochi corpi in un ampio spazio non possono né urtare né essere spinti. Ciò è falso, infatti non c’è affatto vento quando l’atmosfera è carica di nubi: eppure, allora moltissimi corpi si sono ammassati in uno spazio angusto, e da ciò deriva la pesantezza e la densità delle nubi. Aggiungi ora che intorno ai fiumi e ai laghi spesso si forma una nebbia prodotta da particelle serrate e ammassate, eppure non c’è vento. Eppure, non c’è mai meno vento di quando c’è nebbia.
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Libet itaque ex seniorum turba comprendere aliquem: "Pervenisse te ad ultimum aetatis humanae videmus, centesimus tibi uel supra premitur annus: agedum, ad computationem aetatem tuam revoca. Duc quantum ex isto tempore creditor, quantum amica, quantum rex, quantum cliens abstulerit, quantum lis uxoria, quantum seruorum coercitio, quantum officiosa per urbem discursatio; adice morbos quos manu fecimus, adice quod et sine usu iacuit: uidebis te pauciores annos habere quam numeras. Repete memoria tecum quando certus consilii fueris, quotus quisque dies ut destinaueras recesserit, quando tibi usus tui fuerit, quando in statu suo uultus, quando animus intrepidus, quid tibi in tam longo aeuo facti operis sit, quam multi uitam tuam diripuerint te non sentiente quid perderes, quantum uanus dolor, stulta laetitia, auida cupiditas, blanda conuersatio abstulerit, quam exiguum tibi de tuo relictum sit: intelleges te immaturum mori.
"E così piace citare uno dalla folla degli anziani: "Vediamo che sei arrivato al termine della vita umana, hai su di te cento o più anni: suvvia, fa un bilancio della tua vita. Calcola quanto da questo tempo hanno sottratto i creditori, quanto le donne, quanto i patroni, quanto i clienti, quanto i litigi con tua moglie, quanto i castighi dei servi, quanto le visite di dovere attraverso la città; aggiungi le malattie, che ci siamo procurati con le nostre mani, aggiungi il tempo che giacque inutilizzato: vedrai che hai meno anni di quanti ne conti. Ritorna con la mente a quando sei stato fermo in un proposito, quanti pochi giorni si sono svolti così come li avevi programmati, a quando hai avuto la disponibilità di te stesso, a quando il tuo volto non ha mutato espressione, a quando il tuo animo è stato coraggioso, che cosa di positivo hai realizzato in un periodo tanto lungo, quanti hanno depredato la tua vita mentre non ti accorgevi di cosa stavi perdendo, quanto ne ha sottratto un vano dispiacere, una stupida gioia, un’avida bramosia, una piacevole discussione, quanto poco ti è rimasto del tuo: capirai che muori anzitempo".