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L'adulazione può vincere persino l'amore paterno
Autore: Seneca
Paginae
Cambysen regem nimis deditum vino Praexaspes unus ex carissimis monebat ut parcius biberet, turpem esse dicens ebrietatem in rege, quem omnium oculi auresque sequerentur. Ad haec ille 'ut scias' inquit 'quemadmodum numquam excidam mihi, adprobabo iam et oculos post vinum in officio esse et manus. 'Bibit deinde liberalius quam alias capacioribus scyphis et iam gravis ac vinolentus obiurgatoris sui filium procedere ultra limen iubet adlevataque super caput sinistra manu stare. Tunc intendit arcum et ipsum cor adulescentis (id enim petere se dixerat) figit rescissoque pectore haerens in ipso corde spiculum ostendit ac respiciens patrem interrogavit satisne certam haberet manum. At ille negavit Apollinem potuisse certius mittere. Di illum male perdant animo magis quam condicione mancipium! eius rei laudator fuit cuius nimis erat spectatorem fuisse. Occasionem blanditiarum putavit pectus filii in duas partes diductum et cor sub vulnere palpitans: controversiam illi facere de gloria debuit et revocare iactum, ut regi liberet in ipso patre certiorem manum ostendere. O regem cruentum! o dignum in quem omnium suorum arcus verterentur! Cum execrati fuerimus illum convivia suppliciis funeribusque solventem, tamen sceleratius telum illud laudatum est quam missum. Videbimus quomodo se pater gerere debuerit stans super cadaver fili sui caedemque illam cuius et testis fuerat et causa: id de quo nunc agitur apparet, iram supprimi posse.
Non male dixit regi, nullum emisit ne calamitosi quidem verbum, cum aeque cor suum quam fili transfixum videret
Il re Cambise, troppo dedito al vino, veniva ammonito da Prexaspe, uno dei suoi più cari, di bere meno; gli faceva osservare che è vergognosa l’ubriachezza in un re, sempre accompagnato dagli occhi e dagli orecchi di tutti. Sentendo ciò, quello rispose: "Perché tu sappia fino a che punto conservo sempre il pieno controllo di me stesso, ti proverò che, dopo che ho bevuto, l’occhio e la mano mi servono a puntino". Bevve poi più abbondantemente del solito, in coppe più capaci e, già pesantemente avvinazzato, diede ordine al figlio del suo censore di varcare la soglia e di rimanere diritto, tenendo la mano sinistra alzata sopra il capo. Poi tese l’arco e trafisse proprio il cuore (a quello aveva dichiarato di mirare) del giovinetto. Apertogli il petto, mostrò il dardo conficcato diritto nel cuore, si volse al padre e gli chiese se aveva mano abbastanza ferma. Quello rispose che neppure Apollo avrebbe saputo saettare più preciso.
Gli dèi mandino in rovina quell’uomo, schiavo più per indole che per condizione! Tessé l’elogio di una azione, cui era già troppo aver assistito. Ritenne motivo di adulazione il petto del figlio, aperto in due parti, ed il cuore palpitante per la ferita: doveva contestargli il vanto, chiedergli un secondo colpo, perché il re si compiacesse di mostrare mano più sicura direttamente sul padre. Oh, il re sanguinario! Oh, il re degno che gli si puntassero contro tutti gli archi dei suoi! Ma una volta esecrato quest’uomo, che concludeva i banchetti con supplizi e lutti, dobbiamo dire che fu maggior delitto lodare quella freccia, che scagliarla. Vedremo come avrebbe dovuto comportarsi quel padre, che stava ritto presso il cadavere del figlio ed assisteva ad una strage della quale era testimonio e causa; per ora, risulta dimostrata la tesi proposta: l’ira può essere soffocata. Non ingiuriò il re, non si lasciò neppure sfuggire una parola di disperazione, mentre si sentiva trafiggere il cuore,
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Si quis itaque ex istis qui philosophiam conlatrant quod solent dixerit: "Quare ergo tu fortius loqueris quam uiuis? Quare et superiori uerba summittis et pecuniam necessarium tibi instrumentum existimas et damno moueris et lacrimas audita coniugis aut amici morte demittis et respicis famam et malignis sermonibus tangeris? Quare cultius rus tibi est quam naturalis usus desiderat? Cur non ad praescriptum tuum cenas? Cur tibi nitidior supellex est? Cur apud te uinum aetate tua uetustius bibitur? Cur aurum disponitur? Cur arbores nihil praeter umbram daturae conseruntur? Quare uxor tua locupletis domus censum auribus gerit? Quare paedagogium pretiosa ueste succingitur? Quare ars est apud te ministrare nec temere et ut libet conlocatur argentum sed perite struitur et est aliquis scindendi obsonii magister?". Adice si uis: "Cur trans mare possides? Cur plura quam nosti? <Cur> turpiter aut tam neglegens es ut non noueris pauculos seruos aut tam luxuriosus ut plures habeas quam quorum notitiae memoria sufficiat?". Adiuuabo postmodo conuicia et plura mihi quam putas obiciam, nunc hoc respondeo tibi: non sum sapiens et, ut maliuolentiam tuam pascam, nec ero. Exige itaque a me, non ut optimis par sim, sed ut malis melior: hoc mihi satis est, cotidie aliquid ex uitiis meis demere et errores meos obiurgare. Non perueni ad sanitatem, ne perueniam quidem; delenimenta magis quam remedia podagrae meae compono, contentus si rarius accedit et si minus uerminatur: uestris quidem pedibus comparatus, debiles, cursor sum.
Se qualcuno tra costoro che vituperano la filosofia farà la solita obiezione: "Perché parli più valorosamente di quanto vivi? Perché abbassi la voce davanti ai superiori e ritieni le ricchezze strumento per te necessario e a motivo di una perdita sei afflitto e verso lacrime alla notizia della morte del coniuge o di un amico e fai gran conto dell'opinione altrui e sei punto da parole malevole? Perché hai un podere coltivato più di quanto richieda la tua esigenza naturale? Perché non mangi secondo le regole che predichi? Perché hai suppellettili così splendenti? Perché da te si beve un vino vecchio più di sessant'anni? Perché si coltivano alberi destinata a non dare altro che ombra? Perché tua moglie porta alle orecchie un patrimonio (di una casa ricca)? Perché i paggi indossano vesti preziose? Perché da te servire a tavole è un'arte e il vasellame d'argento è esposto non alla buona come capita ma studiosamente ma c'è tanto di maestro addetto a tagliare le vivande". Aggiungi, se vuoi: "Perché hai possedimenti oltremare? Perché ne hai più di quanti conosci? Che vergogna è questa di essere tanto negligente da non conoscere il nome dei tuoi servi, o tanto fastoso da averne più di quanti tu possa ricordarne il nome?". Mi assocerò tra poco a questi rimbrotti e ne presenterò più di quanti credi, ora ti risponderò così: non sono un saggio e, per alimentare la tua ostilità, non lo sarò. Non pretendere da me che io sia al pari dei migliori, ma il migliore del malvagi: questo mi basta, eliminare ogni giorno un pò dei miei vizi e castigare i miei errori. Non ho raggiunto la guarigione né la raggiungerò; dispongo per la mia podagra più di rimedi lenitivi che curativi, contento, se la malattia ha accessi meno frequenti e dà meno prurito: a paragone dei vostri piedi, seppur fiacco, sono un corridore.
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Omnes sensus perducendi sunt ad firmitatem; natura patientes sunt, si animus illos desit corrumpere, qui cotidie ad rationem reddendam vocandus est. Faciebat hoc Sextius, ut consummato die, cum se ad nocturnam quietem recepisset, interrogaret animum suum: 'quod hodie malum tuum sanasti? Cui vitio obstitisti? Qua parte melior es?' Desinet ira et moderatior erit quae sciet sibi cotidie ad iudicem esse veniendum. Quicquam ergo pulchrius hac consuetudine excutiendi totum diem? Qualis ille somnus post recognitionem sui sequitur, quam tranquillus, quam altus ac liber, cum aut laudatus est animus aut admonitus et speculator sui censorque secretus cognouit de moribus suis! Utor hac potestate et cotidie apud me causam dico. Cum sublatum e conspectu lumen est et conticuit uxor moris iam mei conscia, totum diem meum scrutor factaque ac dicta mea remetior; nihil mihi ipse abscondo, nihil transeo. Quare enim quicquam ex erroribus meis timeam, cum possim dicere: 'uide ne istud amplius facias, nunc tibi ignosco. In illa disputatione pugnacius locutus es: noli postea congredi cum imperitis; nolunt discere qui numquam didicerunt. Illum liberius admonuisti quam debebas, itaque non emendasti sed offendisti: de cetero uide, non tantum an uerum sit quod dicis, sed an ille cui dicitur ueri patiens sit: admoneri bonus gaudet, pessimus quisque rectorem asperrime patitur.
Tutti i nostri sensi devono essere indirizzati a fermezza; per natura sono pazienti, se l’animo ha smesso di corromperli, animo che deve esser convocato ogni giorno a rendere conto. Sestio faceva ciò, cioè di interrogare il suo animo, una volta concluso il giorno, dopo essersi ritirato per il riposo notturno: «Qual tuo male hai guarito oggi? A quale vizio ti sei opposto? In quale parte (di te) sei migliore?». L’ira cesserà, e sarà più moderato l’uomo che sa di doversi presentare ogni giorno al giudice. C’è usanza più bella di questa, di esaminare un’intera giornata? Che sonno segue questa inchiesta su se stessi, quanto tranquillo, quanto profondo e libero, dopo che l’animo o è stato lodato o ammonito e, da osservatore e censore privato di se stesso, ha concluso l’inchiesta sui suoi costumi. Io mi avvalgo di questa possibilità, e mi metto sotto processo ogni giorno. Quando hanno portato via la lucerna e mia moglie, che conosce la mia abitudine, tace, io scruto l’intera mia giornata e controllo tutte le mie parole ed azioni, senza nascondermi nulla, senza passar sopra a nulla. Perché dovrei temere uno qualunque dei miei errori, se posso dire: "Questo, vedi di non farlo più; per questa volta, ti perdono. In quella discussione sei stato troppo polemico; impara a non contendere più con gli incompetenti, che non vogliono imparare, perché non hanno mai imparato. Hai rimproverato quello là con eccessiva franchezza, quindi non lo hai corretto, ma offeso; d’ora in poi, non guardare soltanto se è vero quello che dici, ma anche se la persona, alla quale parli, è in grado di accettare la verità". L’uomo buono gradisce un ammonimento, ma tutti i cattivi sono estremamente restii ai pedagoghi.
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Epistulas ad me perferendas tradidisti, ut scribis, amico tuo: deinde admones me ne omnia cum eo ad te pertinentia communicem, quia non soleas ne ipse quidem id facere; ita eadem epistula illum et dixisti amicum et negasti. Si aliquem amicum existimas cui non tantundem credis quantum tibi, vehementer erras. Tu vero omnia cum amico delibera, sed de ipso prius: post amicitiam credendum est, ante amicitiam iudicandum. Diu cogita an tibi in amicitiam aliquis recipiendus sit. Deinde toto illum pectore admitte; tam audaciter cum illo loquere quam tecum. Tu quidem ita vive ut nihil tibi committas nisi quod committere etiam inimico tuo possis; sed quia interveniunt quaedam quae consuetudo fecit arcana, cum amico omnes curas, omnes cogitationes tuas misce. Fidelem si putaveris, facies; nam quidam fallere docuerunt dum timent falli, et illi ius peccandi suspicando fecerunt.
Tu consegnasti le lettere a un tuo amico perché fossero portate a me portandole, come scrivi; in seguito mi raccomandi di non parlare (comunicare) con lui di tutte le cose che ti riguardano, poiché tu stesso non sei solito certamente fare ciò; così con la medesima lettera hai affermato e negato che sia amico (tuo). Se reputi amico qualcuno (si existimas amicum aliquem), al quale non credi quanto a te, (cui non credis tantundem, quantum tibi), sbagli fortemente. Tu decidi veramente di tutte le cose con un amico, ma prima di tutto riguardo lui: dopo è necessario credere nell'amicizia, ma prima bisogna giudicare l'amicizia. A lungo rifletti se tu debba accogliere qualcuno nell'amicizia. In seguito con tutto il cuore accettalo; e parla tanto apertamente con lui quanto con te stesso. Tu certamente così vivi da non confidare niente a te che tu non possa confidare anche ad un tuo nemico; ma poiché intervengono certe cose che l'abitudine fece segrete (è consuetudine tenere segrete), dividi (misce) con l’amico tutti gli affanni (omnes curas), tutti i pensieri. Se tu l’avrai ritenuto fedele, lo farai tale (lo renderai fedele); infatti alcuni insegnarono ad ingannare mentre (proprio perché) temono di essere ingannati, e quelli stessi, sospettando, autorizzarono (facere ius) a sbagliare.
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Cogito mecum quam multi corpora exerceant, ingenia quam pauci; quam imbecilli animo sint, quorum lacertos umerosque miramur. Illud maxime revolvo mecum: si corpus perduci exercitatione ad hanc patientiam potest, qua et pugnos pariter et calces non unius hominis ferat, qua solem ardentissimum in ferventissimo pulvere sustinens aliquis diem ducat, quanto facilius animus corroborari possit, ut fortunae ictus invictus excipiat, ut conculcatus exurgat. Corpus enim multis eget rebus, ut valeat: animus ex se crescit, se ipse alit, se exercet. Illis (=agli atleti) multo cibo, multa potione opus est, multo oleo, longa denique opera: tibi continget virtus sine apparatu, sine impensa. Quicquid facere te potest bonum, tecum est. Quid tibi opus est, ut sis bonus? Velle.
SENECA
Penso tra me quanti numerosi uomini esercitano il corpo, quanti pochi lo spirito; quanto deboli siano nell'animo coloro di cui ammiriamo i muscoli e le spalle. Rifletto tra me soprattutto su questo: se il corpo con l'esercizio può portare a tale resistenza, con la quale sopporta ugualmente sia pugni che calci di non solo un uomo, con la quale qualcuno trascorre un giorno in una terra molto rovente sopportando un ardentissimo sole; quanto possa essere più facile rinforzare l'animo, per sostenere invitto i colpi della sorte e risollevarsi sebbene calpestato. Il corpo ha bisogno di molte cose per essere forte: l'animo, invece, cresce da sé, si nutre e si esercita da sé. Gli atleti hanno bisogno di mangiare e bere molto (lett. di molto cibo e molta bevanda), di molto olio e dunque di molto lavoro: ti potrà toccare in sorte la virtù senza preparazione né sacrificio. Ciò che puoi fare di buono, è con te. Di che cosa hai bisogno per essere virtuoso? Della volontà. (lett. di volere)