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Ecce altera quaestio, quomodo hominibus sit utendum. Quid agimus? Quae damus praecepta? ...Societas nostra lapidum fornicationi simillima est, quae, casura nisi in vicem obstarent, hoc ipso sustinetur.
Ecco un'altra questione, in che modo bisogna comportarsi con gli uomini? Come agiamo? Quali insegnamenti diamo? Come non versare sangue umano? È davvero poco non nuocere a quello a cui si dovrebbe fare del bene! È proprio un grande merito per un uomo essere mite con un altro uomo! Insegneremo a porgere la mano al naufrago, a mostrare la strada a chi l'ha perduta, a dividere il pane con chi ha fame? Perché elencare tutte le azioni da compiere e da evitare quando posso insegnare questa breve formula che comprende tutti i doveri dell'uomo: tutto ciò che vedi e che racchiude l'umano e il divino, è un tutt'unico; noi siamo le membra di un grande corpo. La natura ci ha generato fratelli, poiché ci ha creato dalla stessa materia e indirizzati alla stessa meta; ci ha infuso un amore reciproco e ci ha fatti socievoli. Ha stabilito l'equità e la giustizia; in base alle sue norme, chi fa del male è più sventurato di chi il male lo riceve; per suo comando le mani siano sempre pronte ad aiutare. Medita e ripeti spesso questo verso: sono un uomo, e niente di ciò che è umano lo giudico a me estraneo. Mettiamo tutto in comune: siamo nati per una vita in comune. La nostra società è molto simile a una volta di pietre: cadrebbe se esse non si sostenessero a vicenda, ed è proprio questo che la sorregge.
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Scilicet minus beate vivebat dictator noster qui Samnitium legatos audiit cum vilissimum cibum infoco ipse manu sua versaret, ...et, velut in ultima fame victurus si in sestertio centies vixisset, veneno vitam finivit
Evidentemente viveva meno bene il nostro dittatore che ascolta gli ambasciatori dei Sanniti, quando con la mano dello stesso girava nel fuoco il cibo di bassissimo prezzo- quella (la mano) con cui aveva già ucciso spesso il nemico e aveva deposto la corona d'alloro nel grembo di Giove Capitolino- di quanto Apicio visse al nostro tempo, che nella stessa città, dalla quale fu ordinato una volta ai filosofi di andare via come corruttori della gioventù, professando la scienza della cucina con il suo metodo corruppe tutta un'epoca. Vale la pena conoscere la sua
Fine: dopo che ebbe speso in cucina un milione di sesterzi e dopo aver divorato in un banchetto dopo l'altro tanti doni di principi e l'enorme tributo del Campidoglio, colmo di debiti, fu costretto per la prima volta a fare i suoi conti e dunque calcolò che gli rimanevano solo dieci sesterzi e, come se vivere con dieci milioni di sesterzi volesse dire soffrir la fame, si avvelenò.
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Ira accusanda est apud nos, damnanda; perscrutanda eius mala et in medium protrahenda sunt. Comparanda nobis cum pessimis vitiis est ut qualis sit appareat. Avaritia adquirit et contrahit quo aliquis medior utatur; ira impendit, paucis gratuita est. Ira patri luctum, marito divortium attullit, magistratui oduum, candidato repulsam. Peior est quam luxuria, quoniam illa sua voluptate fruitur, haec alieno dolore. Vincit malignitatem et invidiam. Demus operam ne iraascamur: cum placidissimo et facillimo et minime anxio morosoque vivendum est; sumuntur a conversantibus mores et ut quaedam vitia in contractos corporis transiliunt, ita animo mala sua proximis tradit. Elige simplices, faciles, moderatotos, qui iram nes evocentet ferant; magis adhuc proderunt summissi et humani et dulces, non tamen usque in adulationem, nam iracundos nimia adsentatio offendit
L’ira deve essere messa sotto accusa presso di/in noi, e (deve essere) condannata; i suoi danni devono essere indagati e portati alla luce ( in medium protrahere = mettere in luce). Noi dobbiamo compararla con i peggiori errori affinché essa appaia com'è. L’avarizia acquista in aggiunta ed accumula quanto più del normale qualcuno usi. L'ira ha un prezzo , essa è gratuita per pochi. L'ira ha arrecato un lutto ad un padre, un divorzio ad un marito, l'odio ad un magistrato, la delusione ad un candidato. Essa è peggiore della dissolutezza, perché questa gode del proprio piacere, quella, gode della sofferenza altrui. Essa supera la malevolenza e l’invidia. Facciamo in modo di non infuriarci: occorre vivere con chi è calmissimo, socievolissimo e per niente agitato e fastidioso: i costumi si riprendono da quelli che ci circondano e, così come certi disturbi fisici si trasmettono nei contatti del corpo, allo stesso modo l’animo trasmette i suoi difetti a coloro che si trovano più vicini. Scegli i pacati, gli affabili, i temperanti, i quali non stimolino la tua ira e la sopportino; porteranno anche più beneficio i remissivi, i gentili ed i miti, ma non fino all’adulazione – infatti l’eccessiva accondiscendenza turba i collerici.
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Ecce undique me varius clamor circumsonat: supra ipsum baleneum habito. Propone nunc tibi omnia genera vocum quae in odium possunt aures adducere: cum fortiores exercentur et manus plumbo graves iactant, cum aut laborant aut laborantem imitantur, gemitus audio, quotiens retentum spiritum remiserunt, sibilos et acerbissimas respirationes; cum in aliquem inertem et hac plebeia unctione contentum incidi, audio crepitum illisae manus umeris, quae prout plana pervenit aut concava, ita sonum mutat. Si vero pilicrepus supervenit et numerare coepit pilas, actum est. Adice nunc scordalum et furem deprensum et illum cui vox sua in balineo placet, adice nunc eos qui in piscinam cum ingenti impulsae aquae sono saliunt. Praeter istos quorum, si nihil aliud, rectae voces sunt, alipilum cogita tenuem et stridulam vocem quo sit notabilior subinde exprimentem nec umquam tacentem nisi dum vellit alas et alium pro se clamare cogit; iam biberari varias exclamationes et botularium et crustularium et omnes popinarum institores mercem sua quadam et insignita modulatione vendentes.»
Abito proprio sopra le terme. Adesso immaginati ogni genere di rumore che potrebbe esasperare le orecchie: quando i più forti si allenano e si esercitano con i manubri, quando o si affaticano o fingono di affaticarsi, sento i gemiti, ogni volta che trattengono e rilasciano il respiro, sento sibili e soffi fastidiosissimi; quando mi imbatto in uno che sta fermo e che si accontenta di una comune unzione, sento il rumore della mano che picchia contro le spalle, che, a seconda che giunga piatta o concava, così modifica il suono. Se poi arriva uno che gioca a palla e prende a contare le palle, è finita. Aggiungici adesso il rissoso e il ladro sorpreso con le mani nel sacco e quello a cui piace la sua voce nel bagno, aggiungici adesso quelli che si tuffano in piscina facendo un gran fracasso con l'acqua spostata. Oltre a questi, che, se non altro, hanno una voce normale, pensa al depilatore che ripetutamente emette una voce sottile e stridula con la quale possa farsi meglio notare e che non sta mai zitto se non quando depila le ascelle e costringe un altro a gridare al suo posto; inoltre gli schiamazzi vari del venditore di bibite e il salsicciaio e il pasticciere e tutti i venditori delle bettole che vendono la merce con la propria diversa modulazione di voce.
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Amor formae rationis oblivio est et insaniae proximus, foedum minimeque conveniens animo sopiti vitium: turbat consilia, altos et generoso spiritus frangit, a magnis cogitationibus ad humillimas detrahit, querulos, iracundos, temerarios, dure imperiosos, serviliter blando, omnibus inutile, ipsi nuovissime amori facit. Nam cum fruendi cupiditate insatiabili flagret, plura tempora suspicionibus, lacrimis, conquestionibus perdita, odium sui facit et ipse novissime sibi odio est
L'amore è la dimenticanza della forma della ragione ed è vicinissimo alla pazzia, un brutto difetto che si adatta pochissimo ad un animo sopito: sconvolge i progetti, infrange gli alti e generosi spiriti, trascina dai pensieri elevati a quelli più infimi, rende lamentosi, iracondi, temerari, severamente imperiosi, servilmente lusinghieri, inutili a tutti, in ultimo allo stesso amore. Infatti bruciando dal desiderio insaziabile di raggiungere ciò che si desidera, perde moltissimo tempo nei sospetti, nelle lacrime, nelle lamentele, si rende odioso ed in ultimo egli stesso è in odio con se stesso. (by Maria D.)