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Ita fac, mi Lucili, vindica te tibi, et tempus. quod adhuc aut auferebatur aut subripiebatur aut excidebat collige et serva. Persuade tibi hoc sic esse, ut scribo: quaedam tempora eripiuntur nobis, quaedam subducuntur, quaedam effluunt. Turpissima tamen est iactura temporis, quae per neglegentiam fit. Et si volueris attendere, maxima pars vitae elabitur male agentibus, magna nihil agentibus, tota vita aliud agentibus. Quis est, qui aliquod pretium tempori ponat, qui diem aestimet, qui intellegat se cotidie mori? In hoc enim fallimur, quod mortem prospicimus: magna pars eius iam praeteriit. Quicquid aetatis retro est, mors tenet. Fac ergo, mi Lucili, quod facere te scribis, omnes horas complectere. Sic fiet ut minus ex crastino pendeas, si hodierno manum inieceris. Dum differtur, vita transcurrit. Omnia, Lucili, aliena sunt, tempus tantum nostrum est.
Fai così, mio Lucilio, vendicati per te, e raccogli e conserva il tempo, che fino ad ora o era stato lasciato da parte o era stato rubato o era sfuggito. Convinciti che ciò è così, come io scrivo: alcuni momenti ci sono stati sottratti, alcuni ci sono stati rubati, altri scorrono. Tuttavia è vergognosissima la perdita del tempo, che accade per negligenza. E se avessi voluto attendere, la maggior parte della vita sarebbe scivolata via a coloro che agiscono male, una gran parte a coloro che non fanno niente, tutta la vita a coloro che fanno un'altra cosa. Chi è, colui che potrebbe porre un qualche valore al tempo, che potrebbe valorizzare il giorno, che comprenda che ogni giorno potrebbe morire? In ciò noi infatti sbagliamo, perché stiamo di guardia alla morte: la maggior parte di questa passa ormai oltre. Qualsiasi cosa del tempo è indietro, la morte la tiene. Fai dunque, mio Lucilio, la cosa che scrivi che farai, abbracciare tutte le ore. Così avverrà che dipenderai meno dal domani, se avrai dato contributo al giorno che vivi. Per tutto il tempo che sarà rinviato, la vita passa. Tutte le cose, Lucilio, sono di altri (non ci appartengono), il tempo è soltanto nostro.
(By Maria D. )
Versione tratta da Seneca
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Damnationem suam Rutilius sic tulit tamquam nihil illi molestum aliud esset quam quod male iudicaretur. Exilium Metellus fortiter tulit, Rutilius etiam libenter; alter ut rediret rei publicae praestitit, alter reditum suum Sullae negavit, cui nihil tunc negabatur. In carcere Socrates disputavit et exire, cum essent qui promitterent fugam, noluit remansitque, ut duarum rerum gravissimarum hominibus metum demeret, mortis et carceris. Mucius ignibus manum imposuit. Acerbum est uri: quanto acerbius si id te faciente patiaris! Vides hominem non eruditum nec ullis praeceptis contra mortem aut dolorem subornatum, militari tantum robore instructum, poenas a se irriti conatus exigentem; spectator destillantis in hostili foculo dexterae stetit nec ante removit nudis ossibus fluentem manum quam ignis illi ab hoste subductus est. Facere aliquid in illis castris felicius potuit, nihil fortius. Vide quanto acrior sit ad occupanda pericula virtus quam crudelitas ad irroganda: facilius Porsina Mucio ignovit quod voluerat occidere quam sibi Mucius quod non occiderat.
Rutilio sopportò la propria condanna così come se lui non avesse nient'altro di molesto rispetto al fatto di essere giudicato male (che fosse giudicato male). Metello sopportò coraggiosamente l'esilio, Rutilio lo sopportò anche volentieri; il primo fece in modo di ritornare allo stato, il secondo negò il proprio ritorno a Silla, a cui a quell'epoca niente era negato. in carcere Socrate disputò e non volle scappare, anche se vi furono coloro che gli garantirono la fuga e rimase, per togliere la paura di due cose gravissime agli uomini, della morte e del carcere. Mucio mise la mano nelle braci. Bruciarsi è duro: quanto più duro se dovessi sopportarlo mentre tu stesso lo compi Vedi un uomo non erudito né provvisto di alcun precetto contro la morte o il dolore, dotato soltanto di forza militare, che esige da se stesso le pene di uno sforzo nullo; stette come uno spettatore della mano destra che cadeva gradatamente nel fuoco ostile e non allontanò la mano che bruciava nelle nude ossa prima che il fuoco fu sottratto dal nemico verso di lui. Potè fare qualcosa in quell'accampamento più fortunatamente, niente più fortemente. Vedi quanto più duro sia il valore ad in vadere i pericoli rispetto alla crudeltà ad infliggerli: Porsenna perdonò più facilmente Mucio per il fatto che aveva voluto ucciderlo di quanto Mucio perdonò a se stesso il fatto di non averlo ucciso.
(By Cenerentola70)
Versione tratta da Seneca
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Deos nemo sanus timet; furor est enim metuĕre salutaria, nec quisquam amat, quos timet. Tu denĭque, Epicure, deum inermem facis, omnia illi tela, omnem detraxisti potentiam et, ne quis eum metuat, proiecisti illum extra metum. Nam eum ingenti quodam et inexplicabili muro circumdedisti neque habes quare eum verearis, cum divisus a contactu et a conspectu mortalium sit; nulla illi facultas est: nec quicquam hominibus tribuĕre, neque ullo modo illis nocere potest; in medio intervallo huius et alterīus caeli desertus sine animali, sine homine, sine re ruinas mundorum supra se circaque se cadentium evĭtat, neque exaudit vota neque est nostri curiosus. Atqui hunc vis grato animo colĕre non alĭter quam parentem; sed, si nullum habes illius beneficium, cur colis? «Propter maiestatem» inquis «eius eximiam ac singularem naturam». Ut concedam tibi, nempe hoc facis nullo pretio inductus, nulla spe; est ergo aliquid, quod per se expĕti debet, cuius te ipsa dignitas ducit, id est honestum.
Nessuno ragionevole teme gli dèi; è pazzia, infatti, temere le cose buone, e nessuno ama quelli che teme. Tu infine, o Epicuro, consideri il dio impotente, gli hai tolto tutte le armi, tutta la potenza e, affinché nessuno lo tema, lo hai gettato al di là della paura. Infatti lo hai circondato con una sorta di muro grande e invalicabile, e non hai alcuna ragione per venerarlo, una volta che è stato separato dal contatto e dallo sguardo dei mortali; non ha alcuna influenza: non può concedere niente agli uomini, né nuocere loro in alcun modo; abbandonato nello spazio in mezzo fra questo e l'altro mondo, senza un animale, senza un uomo, senza una cosa, egli evita le rovine dei mondi che precipitano sopra ed intorno a sé, e non esaudisce le preghiere, e non è curioso di noi. Eppure desideri che veneriamo costui con animo riconoscente, non diversamente da un genitore; ma, se non ricevi nessun suo favore, perché lo veneri? Per la sua maestà straordinaria – dici – e per l'eccezionale natura. Come ti concederò, in realtà fai questo spinto da nessun guadagno, da nessuna prospettiva; dunque esiste qualcosa, che deve essere ricercato di per sé, di cui ti attira la dignità stessa, ciò è la virtù.
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Alexander Magnus, vir vesanus et qui nihil animo nisi grande conciperet, urbem cuidam donaturus erat. Cum ille, cui donabatur, tanti muneris invidiam refugisset dicens id non convenire fortunae suae: «Non quaero – inquit rex – quid te accipere deceat, sed quid me dare (deceat)». Animosa vox videtur et regia, cum sit stultissima. Nihil enim per se quemquam decet; refert, qui det, cui, quando, quare, ubi, et cetera, sine quibus facti ratio non constabit. Tumidissimum hominem! Si illum accipere hoc non decet, nec te dare decet. Ab Antigono Cynicus petit talentum: respondit plus esse quam quod (= di quanto) Cynicus petere deberet. Repulsus petit denarium: Antigonus respondit minus esse quam quod regem deceret dare. Si me interrogas, probo; est enim intolerabilis res simul poscere nummos et contemnere: indixisti pecuniae odium; iniquissimum est te pecuniam sub gloria (vantandoti di) egestatis adquirere.
Alessandro magno, uomo (era) un uomo impetuoso o e che non comprendeva nulla che che non fosse di animo grande, aveva intenzione di donare ad un tale una città. Poichè q uello a cui veniva donata, rifuggiva l'invidia di un così grande dono, affermando che non era adatta (non conveniva) al proprio alla sua condizione: (Alessandro rispose: )"non chiedo, disse, il re che cosa ti convenga ricevere, ma cosa mi (convenga) dare". La frase (lett. la voce) sembra presuntuosa e regale, benché sia molto imprudente. Infatti nulla conviene per qualcuno: importa chi dà, a chi, quando, perché, dove, e le altre circostanze, non risulterà evidente il motivo del fatto senza queste condizioni. Uomo molto presuntuoso! Se a questo non conviene accettare quella cosa, non conviene dartela. Un cinico chiese ad Antigono un talento: egli rispose ch'era più di quanto un cinico dovesse chiedere. Vistosi opporre un rifiuto chiese un denaro: Antigono ribattè ch'era meno di quanto ad un re convenisse dare. Se domandi il mio parere, approvo; è infatti intollerabile domandare soldi e disprezzarli al tempo stesso: hai dichiarato guerra al denaro; è vergognoso che tu ti procacci denaro vantandoti della povertà
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Aliquis lapidem asperum aspero imposuit ad similitudinem dentium, quorum pars immobilis motum alterius expectat; deinde utriusque adtritu grana franguntur et saepius regeruntur donec ad minutiam frequenter trita redigantur; tum farinam aqua sparsit et adsidua tractatione perdomuit finxitque panem, quem primo cinis calidus et fervens testa percoxit, deinde furni paulatim reperti et alia genera quorum fervor serviret arbitrio.
Qualcuno mise due ruvide pietre l'una sull'altra a similitudine dei denti, di cui una parte sta ferma e l'altra si muove; poi con l'attrito delle due pietre spezzò i chicchi, e ripeté più volte l'operazione fino a ridurli triturati in farina; poi bagnò la farina, la impastò lavorandola a lungo e fece il pane, che all'inizio fu cotto al calore della cenere e in un vaso di argilla rovente, quindi nei forni inventati con il tempo e con altri sistemi a calore regolabile.