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La morte di Cicerone e il giudizio di Augusto sul Grande oratore
versione di greco di Plutarco
Traduzione dal libro Verso Itaca
ἐσφάγη δὲ τὸν τράχηλον ἐκ τοῦ φορείου προτείνας, ἔτος ἐκεῖνο γεγονὼς ἑξηκοστὸν καὶ τέταρτον. τὴν δὲ κεφαλὴν ἀπέκοψαν αὐτοῦ καὶ τὰς χεῖρας, Ἀντωνίου κελεύσαντος, αἷς τοὺς Φιλιππικοὺς ἔγραψεν. αὐτός τε γὰρ ὁ Κικέρων τοὺς κατ’ Ἀντωνίου λόγους Φιλιππικοὺς ἐπέγραψε, καὶ μέχρι νῦν Φιλιππικοὶ καλοῦνται. Τῶν δ’ ἀκρωτηρίων εἰς Ῥώμην κομισθέντων, ἔτυχε μὲν ἀρχαιρεσίας συντελῶν ὁ Ἀντώνιος, ἀκούσας δὲ καὶ ἰδὼν ἀνεβόησεν, ὡς νῦν αἱ προγραφαὶ τέλος ἔχοιεν. Τὴν δὲ κεφαλὴν καὶ τὰς χεῖρας ἐκέλευσεν ὑπὲρ τῶν ἐμβόλων ἐπὶ τοῦ βήματος θεῖναι, θέαμα Ῥωμαίοις φρικτόν, οὐ τὸ Κικέρωνος ὁρᾶν πρόσωπον οἰομένοις, ἀλλὰ τῆς Ἀντωνίου ψυχῆς εἰκόνα. Πλὴν ἕν γέ τι φρονήσας μέτριον ἐν τούτοις, Πομπωνίᾳ τῇ Κοΐντου γυναικὶ τὸν Φιλόλογον παρέδωκεν. Ἡ δὲ κυρία γενομένη τοῦ σώματος, ἄλλαις τε δειναῖς ἐχρήσατο τιμωρίαις, καὶ τὰς σάρκας ἀποτέμνοντα τὰς ἑαυτοῦ κατὰ μικρὸν ὀπτᾶν, εἶτ’ ἐσθίειν ἠνάγκασεν. Οὕτω γὰρ ἔνιοι τῶν συγγραφέων ἱστορήκασιν· ὁ δ’ αὐτοῦ τοῦ Κικέρωνος ἀπελεύθερος Τίρων τὸ παράπαν οὐδὲ μέμνηται τῆς τοῦ Φιλολόγου προδοσίας. Πυνθάνομαι δὲ Καίσαρα χρόνοις πολλοῖς ὕστερον εἰσελθεῖν πρὸς ἕνα τῶν θυγατριδῶν· τὸν δὲ βιβλίον ἔχοντα Κικέρωνος ἐν ταῖς χερσίν, ἐκπλαγέντα τῷ ἱματίῳ περικαλύπτειν· ἰδόντα δὲ τὸν Καίσαρα λαβεῖν καὶ διελθεῖν ἑστῶτα μέρος πολὺ τοῦ βιβλίου, πάλιν δ’ ἀποδιδόντα τῷ μειρακίῳ φάναι „λόγιος ἁνὴρ ὦ παῖ, λόγιος καὶ φιλόπατρις“.
Il colpo mortale gli fu inferto nel collo mentre egli era proteso fuori della lettiga; aveva sessantaquattro anni Poi, secondo l'ordine di Antonio, gli furono tagliate la testa e le mani con le quali aveva scritto le Filippiche. Fu proprio Cicerone che intitolò «Filippiche» le orazioni contro Antonio, e il nome resta ancora oggi. Quando la testa e le mani di Cicerone furono portate a Roma, Antonio stava presiedendo un'assemblea per l'elezione di alcuni magistrati; non appena ebbe ricevuto la notizia, e ne ebbe conferma diretta, a gran voce disse che ormai le proscrizioni potevano aver fine. Ordinò poi che il capo e le mani dell'oratore fossero poste sui rostri, al di sopra della tribuna, orrendo spettacolo per i Romani che non tanto credevano di vedere il volto di Cicerone, quanto piuttosto l'immagine dell'anima di Antonio. Costui per altro fece almeno una cosa con un certo spirito di giustizia: diede Filologo a Pomponia, moglie di Quinto. Avutolo, oltre a molti dolorosi supplizi, ella lo costrinse a tagliarsi, a poco a poco, fette di carne dal proprio corpo, a cucinarle e mangiarle. Questo tramandano alcuni storici, ma Tirone, liberto dell'oratore, neppure fa menzione del tradimento di Filologo. So che parecchio tempo dopo Cesare Augusto entrò nella camera di un suo nipote, e lo trovò con un libro di Cicerone tra le mani; mentre quello, sbigottito, si copriva il volto con il mantello, Augusto prese il libro, lo sfogliò per gran parte, stando in piedi; poi lo restituì dicendo «Era un saggio, ragazzo mio, un saggio; e amava la patria».
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Amore dei siciliani per la musica
versione di greco di Plutarco
Τῶν δ' Ἀθηναίων οἱ μὲν πλεῖστοι διεφθάρησαν ἐν ταῖς λατομίαις ὑπὸ νόσου καὶ διαίτης πονηρᾶς, εἰςἡμέραν ἑκάστην κοτύλας δύο κριθῶν λαμβάνοντεςκαὶ μίαν ὕδατος, οὐκ ὀλίγοι δ' ἐπράθησανδιακλαπέντες ἢ καὶ διαλαθόντες ὡς οἰκέται. καὶτούτους ὡς οἰκέτας ἐπώλουν στίζοντες ἵππον εἰς τὸμέτωπον·ἀλλ' ἦσαν οἱ καὶ τοῦτο πρὸς τῷ δουλεύεινὑπομένοντες. ἐβοήθει δὲ τούτοις ἥ τ' αἰδὼς καὶ τὸκόσμιον·ἢ γὰρ ἠλευθεροῦντο ταχέως, ἢ τιμώμενοιπαρέμενον τοῖς κεκτημένοις. ἔνιοι δὲ καὶ δι'Εὐριπίδην ἐσώθησαν. μάλιστα γὰρ ὡς ἔοικε τῶνἐκτὸς Ἑλλήνων ἐπόθησαν αὐτοῦ τὴν μοῦσαν οἱ περὶΣικελίαν, καὶ μικρὰ τῶν ἀφικνουμένων ἑκάστοτεδείγματα καὶ γεύματα κομιζόντων ἐκμανθάνοντεςἀγαπητῶς μετεδίδοσαν ἀλλήλοις. τότε γοῦν φασιτῶν σωθέντων οἴκαδε συχνοὺς ἀσπάζεσθαί τε τὸν Εὐριπίδην φιλοφρόνως, καὶ διηγεῖσθαι τοὺς μὲν ὅτιδουλεύοντες ἀφείθησαν, ἐκδιδάξαντες ὅσα τῶνἐκείνου ποιημάτων ἐμέμνηντο, τοὺς δ' ὅτιπλανώμενοι μετὰ τὴν μάχην τροφῆς καὶ ὕδατοςμετελάμβανον τῶν μελῶν ᾄσαντες. οὐ δεῖ δὴθαυμάζειν ὅτι τοὺς Καυνίους φασὶ πλοίουπροσφερομένου τοῖς λιμέσιν ὑπὸ λῃστρίδωνδιωκομένου μὴ δέχεσθαι τὸ πρῶτον, ἀλλ' ἀπείργειν, εἶτα μέντοι διαπυνθανομένους εἰ γιγνώσκουσινᾄσματα τῶν Εὐριπίδου, φησάντων δ' ἐκείνων, οὕτωπαρεῖναι καὶ συγκαταγαγεῖν τὸ πλοῖον
E degli Ateniesi la maggior parte morirono nelle latomie per malattia e cattive condizioni di vita, ricevendo per ciascun giorno due scodelle di cereali e una sola d'acqua, ma non pochi furono venduti essendo stati sottratti furtivamente o anche essendosi fatti passare per servi. E questi li mettevano in vendita come servi marchiando a fuoco la figura di un cavallo sulla fronte; ma ci furono quelli che sopportarono anche questo oltre al fatto di essere schiavi. Ma fu loro di aiuto sia il riguardo sia la dignità. Infatti o venivano liberati presto oppure rimanevano presso coloro che li possedevano essendo trattati con riguardo. Ed alcuni si salvarono anche grazie a Euripide. A quanto pare infatti tra i Greci (che abitavano) fuori (dalla Grecia) particolarmente quelli (che stavano) in Sicilia amarono appassionatamente la sua arte e imparando a memoria ogni volta piccoli esempi e assaggi quando coloro che arrivavano li rendevano disponibili, se li tramandavano l'un l'altro con piacere. Dicono dunque che allora parecchi di coloro che tornarono sani e salvi in patria salutarono amorevolmente Euripide e raccontarono alcuni che, essendo schiavi, erano stati rilasciati avendo fatto apprendere a memoria quante delle composizioni di lui ricordavano, altri invece che vagando dopo la battaglia ricevevano cibo ed acqua per aver cantato qualcuno dei suoi canti. Non bisogna dunque meravigliarsi per il fatto che raccontano che gli abitanti di Cauno, accostandosi ai porti una nave inseguita da pirati in un primo momento non l'accolsero, ma la respinsero, poi tuttavia chiedendo se conoscevano canti di quelli di Euripide, e avendo quelli detto di sì, così acconsentirono e fecero entrare la nave
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Cesare e i pIrati II
versione di greco di Plutarco
Ὡς δ' ἧκον ἐκ Μιλήτου τὰ λύτρα καὶ δοὺςἀφείθη, πλοῖα πληρώσας εὐθὺς ἐκ τοῦΜιλησίων λιμένος ἐπὶ τοὺς λῃστὰς ἀνήγετο, καὶ καταλαβὼν ἔτι πρὸς τῇ νήσῳναυλοχοῦντας, ἐκράτησε τῶν πλείστων. καὶτὰ μὲν χρήματα λείαν ἐποιήσατο, τοὺς δ'ἄνδρας ἐν Περγάμῳ καταθέμενος εἰς τὸδεσμωτήριον, αὐτὸς ἐπορεύθη πρὸς τὸν διέποντα τὴν Ἀσίαν Ἴουγκον, ὡς ἐκείνῳπροσῆκον ὄντι στρατηγῷ κολάσαι τοὺς ἑαλωκότας. ἐκείνου δὲ καὶ τοῖς χρήμασινἐποφθαλμιῶντος (ἦν γὰρ οὐκ ὀλίγα), καὶπερὶ τῶν αἰχμαλώτων σκέψεσθαι φάσκοντοςἐπὶ σχολῆς, χαίρειν ἐάσας αὐτὸν ὁ Καῖσαρεἰς Πέργαμον ᾤχετο, καὶ προαγαγὼν τοὺςλῃστὰς ἅπαντας ἀνεσταύρωσεν, ὥσπεραὐτοῖς δοκῶν παίζειν ἐν τῇ νήσῳ προειρήκειπολλάκις
Quando poi giunse da Mileto il riscatto e, avendolo consegnato, (Cesare) fu lasciato andare, dopo aver allestito delle imbarcazioni subito dal porto di Mileto salpò verso i pirati e, avendoli sorpresi mentre ancora stavano all'ancora presso l' isola, catturò la maggior parte (di loro). E il denaro se lo tenne come bottino, e avendo fatto mettere nel carcere a Pergamo gli uomini, lui stesso andò da colui che amministrava l' Asia, Iunco, in quanto a quello, che era propretore, spettava punire coloro che erano stati catturati. Ma siccome quello sia adocchiava il denaro ( infatti era non poco) sia affermava di indagare con calma riguardo ai prigionieri, Cesare, avendo lo lasciato perdere, se ne andò a Pergamo e, avendo fatto uscire (dal carcere) tutti i pirati li crocifisse, come molte volte nell' isola aveva predetto loro sembrando scherzare
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Cesare e i pirati I
versione di greco di Plutarco
Ὁ δὲ Καῖσαρ, καταβὰς εὐθὺς ἐπὶ θάλατταν, ἐξέπλευσεν εἰς Βιθυνίαν πρὸς Νικομήδην τὸνβασιλέα. παρ' ᾧ διατρίψας χρόνον οὐ πολύν, εἶτ'ἀποπλέων, ἁλίσκεται περὶ τὴν Φαρμακοῦσσαννῆσον ὑπὸ πειρατῶν, ἤδη τότε στόλοις μεγάλοιςκαὶ σκάφεσιν ἀπλέτοις κατεχόντων τὴν θάλατταν. Πρῶτον μὲν οὖν αἰτηθεὶς ὑπ' αὐτῶν λύτρα εἴκοσιτάλαντα, κατεγέλασεν ὡς οὐκ εἰδότων ὃν ᾑρήκοιεν, αὐτὸς δ' ὡμολόγησε πεντήκοντα δώσειν·ἔπειτα τῶνπερὶ αὐτὸν ἄλλον εἰς ἄλλην διαπέμψας πόλιν ἐπὶ τὸν τῶν χρημάτων πορισμόν, ἐν ἀνθρώποιςφονικωτάτοις Κίλιξι μεθ' ἑνὸς φίλου καὶ δυοῖνἀκολούθοιν ἀπολελειμμένος, οὕτωκαταφρονητικῶς εἶχεν, ὥστε πέμπων ὁσάκιςἀναπαύοιτο προσέταττεν αὐτοῖς σιωπᾶν. ἡμέραιςδὲ τεσσαράκοντα δυεῖν δεούσαις, ὥσπερ οὐφρουρούμενος ἀλλὰ δορυφορούμενος ὑπ' αὐτῶν, ἐπὶ πολλῆς ἀδείας συνέπαιζε καὶ συνεγυμνάζετο, καὶ ποιήματα γράφων καὶ λόγους τινὰς ἀκροαταῖςἐκείνοις ἐχρῆτο, καὶ τοὺς μὴ θαυμάζονταςἄντικρυς ἀπαιδεύτους καὶ βαρβάρους ἀπεκάλει, καὶ σὺν γέλωτι πολλάκις ἠπείλησε κρεμᾶν αὐτούς·οἱ δ' ἔχαιρον, ἀφελείᾳ τινὶ καὶ παιδιᾷ τὴνπαρρησίαν ταύτην νέμοντες
cesare, sceso subito verso il mare, si imbarcò alla volta della Bitinia dal re Nicomede. E trattenutosi presso di lui non molto tempo, poi, mentre si allontanava per mare, viene catturato presso l'isola di Farmacussa da pirati che già allora con grandi flotte e numerose imbarcazioni controllavano il mare. Innanzitutto dunque essendogli stati richiesti da loro come riscatto venti talenti, (li) derise in quanto non sapevano chi avevano catturato, e lui stesso fu d'accordo che ne avrebbe dati cinquanta; poi avendo mandato, tra quelli (che stavano) con lui chi in una chi in un'altra città alla ricerca del denaro, rimasto in mezzo ai Cilici, uomini molto sanguinari, con un solo amico e due servitori, si comportava in modo così sprezzante che mandando (qualcuno) imponeva loro di fare silenzio ogni volta che riposava. E per trentotto giorni, come non sorvegliato ma scortato da loro, con molta disinvoltura scherzava e si allenava con (loro), e scrivendo poesie e alcuni discorsi si serviva di loro come ascoltatori, e quelli che non apprezzavano li chiamava esplicitamente ignoranti e barbari, e molte volte ridendo minacciò di crocifiggerli; e quelli si divertivano, attribuendo questa libertà di parola ad una specie di ingenuità e scherzo
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SICUREZZA DI ALESSANDRO PRIMA DI UNA GRANDE BATTAGLIA versione di greco di Plutarco TRADUZIONE DAL LIBRO ELLENION
Ἀπελθόντων δὲ τούτων, κατακλιθεὶς ὑπὸ σκηνὴν λέγεται τὸ λοιπὸν μέρος τῆς νυκτὸς ὕπνῳ βαθεῖ κρατηθῆναι παρὰ τὸ εἰωθός, ὥστε θαυμάζειν ἐπελθόντος ὄρθρου τοὺς ἡγεμόνας, καὶ παρ’ αὑτῶν ἐξενεγκεῖν παράγγελμα πρῶτον ἀριστοποιεῖσθαι τοὺς στρατιώτας· ἔπειτα τοῦ καιροῦ κατεπείγοντος, εἰσελθόντα Παρμενίωνα καὶ παραστάντα τῇ κλίνῃ δὶς ἢ τρὶς αὐτοῦ φθέγξασθαι τοὔνομα, καὶ διεγερθέντος οὕτως ἐρωτᾶν, ὅ τι δὴ πεπονθὼς ὕπνον καθεύδοι νενικηκότος, οὐχὶ μέλλοντος ἀγωνιεῖσθαι τὸν μέγιστον τῶν ἀγώνων. τὸν δ’ οὖν Ἀλέξανδρον εἰπεῖν διαμειδιάσαντα· "τί γάρ; οὐκ ἤδη σοι νενικηκέναι δοκοῦμεν, ἀπηλλαγμένοι τοῦ πλανᾶσθαι καὶ διώκειν ἐν πολλῇ καὶ κατεφθαρμένῃ φυγομαχοῦντα χώρᾳ Δαρεῖον; " οὐ μόνον δὲ πρὸ τῆς μάχης, ἀλλὰ καὶ παρ’ αὐτὸν τὸν κίνδυνον ἐπεδείξατο μέγαν καὶ συνεστηκότα τῷ λογίζεσθαι καὶ θαῤῥεῖν ἑαυτόν.
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