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Socrate sa di non sapere nulla
Autore: Cicerone
Versione numero 151 a pagina 257 di Latina Lectio
Socrates mihi videtur id quod constat inter omnes, – primus a rebus occultis et ab ipsa natura involutis, in quibus omnes ante eum philosophi occupati fuerunt, avocavisse philosophiam et ad vitam communem adduxisse ut de virtutibus et vitiis omninoque de bonis rebus et malis quaereret. Censebat enim caelestia vel procul esse a nostra cognitione vel, etiam quae maxime cognita essent, ea nihil tamen prodesse ad bene vivendum. Ille in omnibus fere sermonibus, qui ab illis qui eos audierunt perscripti varie et copiose sunt, nihil adfirmat ipse, sed solum alios refellit; nihil se scire dicit et in hoc se ceteris praestare putat: quod illi quae nesciant se scire putent, ipse se nihil scire sciat. Arbitrabantur enim se ab Apolline omnium sapientissimum esse dictum ob hanc rem: non arbitrari se scire quod nesciat. Quod est una sapientia hominis.
Mi sembra che Socrate, fatto che è noto a tutti, allontanò per primo la ricerca filosofica dai princìpi segreti e nascosti dalla stessa natura, dei quali si erano occupati tutti i filosofi prima di lui, e la portò l'abbia condotta nella vita quotidiana per ricercare le virtù, i difetti, le azioni corrette e quelle malvagie in generale. Riteneva, infatti, che le cose celesti fossero lontane dalla nostra conoscenza, o che, anche quelle che fossero state adeguatamente conosciute, tuttavia non servissero per vivere bene. Egli, in quasi tutti i suoi dialoghi, discorsi che sono stati riferiti in diversi modi i e in grande quantità da chi li ha uditi, non asserisce alcunché, ma confuta gli altri solamente; dice di non sapere nulla e si ritiene superiore agli altri poiché quelli che non sanno sono certi di sapere, e lui stesso sa di non sapere nulla. Si riteneva, infatti, che sia fosse stato detto da Apollo il più saggio di tutti poiché non reputava di sapere ciò che non sapesse. Ciò è la sola conoscenza umana.
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Homines eos viros suspiciunt maximisque efferunt laudibus, in quibus existimant se excellentes quasdam et singulares perspicere virtutes, despiciunt autem eos et contemnunt, in quibus nihil virtutis, nihil animi, nihil nervorum putant. Non enim omnes eos contemnunt, de quibus male existumant. Nam quos improbos, maledicos, fraudulentos putant et ad faciendam iniuriam instructos, eos contemnunt quidem neutiquam sed de iis male existumant. Quam ob rem, ut ante dixi, contemnuntur ii, qui 'nec sibi nec alteri', ut dicitur, in quibus nullus labor, nulla industria, nulla cura est. Admiratione autem adficiuntur ii, qui anteire ceteris virtute putantur et cum omni carere dedecore, tum vero iis vitiis, quibus alii non facile possunt obsistere. Nam et voluptates, blandissumae dominae, maioris partis animos a virtute detorquent et, dolorum cum admoventur faces, praeter modum plerique exterrentur; vita, mors, divitiae, paupertas omnes homines vehementissime permovent. Quae qui in utramque partem excelso animo magnoque despiciunt, cumque aliqua iis ampla et honesta res obiecta est, totos ad se convertit et rapit, tum quis non admiretur splendorem pulcritudinemque virtutis?
Ma gli uomini non disprezzano tutti coloro dei quali non hanno stima; infatti non disprezzano affatto quelli che ritengono disonesti, calunniatori, ingannatori e pronti a far offese, ma ne hanno una cattiva opinione. Perciò, come ho detto prima, vengono disprezzati quelli che non sono - come si dice - " ne per sè né per altri ", i quali non lavorano, non sono operosi, non s'interessano di nulla. Sono invece ammirati quelli che, secondo l'opinione comune, superano gli altri in virtù e sono scevri d'ogni macchia morale e da quei vizi, ai quali gli altri non possono opporre una facile resistenza. Infatti i piaceri, dolcissimi tiranni, allontanano dalla virtù l'animo della maggior parte degli uomini e, avvicinandosi le fiaccole dei dolori, i più si atterriscono fuor di misura; la vita, la morte, le ricchezze, la povertà sconvolgono profondamente tutti gli uomini. che disprezzano con animo nobile e superiore queste cose, in un senso e nell'altro, e quando si presenta loro un'impresa nobile ed onesta, e li attira a sè e quasi li rapisce interamente, allora chi non ammira lo splendore e la bellezza della virtù?
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Et Marcellus, qui, si Syracusas cepisset, duo templa se Romae dedicaturum voverat, is id quod erat aedificaturus iis rebus ornare quas ceperat noluit: Verres, qui non Honori neque Virtuti, quemadmodum ille, sed Veneri et Cupidini vota deberet, is Minervae templum spoliare conatus est. Ille deos deorum spoliis ornari noluit, hic ornamenta Minervae virginis in meretriciam domum transtulit. Viginti et septem praeterea tabulas pulcherrime pictas ex eadem aede sustulit, in quibus erant imagines Siciliae regum ac tyrannorum, quae non solum pictorum artificio delectabant, sed etiam commemoratione hominum et cognitione formarum.
E Marcello, che aveva promesso in voto che, se avesse preso Siracusa, avrebbe fatto costruire 2 templi in Roma, , egli non volle ornare quello che aveva intenzione di far costruire con quegli oggetti che aveva preso: Verre, , che non dovrebbe far voti a Onore né a Virtù, come lui, ma a Venere e a Cupido, , egli cercò di spogliare il tempio di Minerva. Il primo non volle che gli dèi fossero ornati con spoglie sottratte agli dèi, costui trasferì in un postribolo gli ornamenti della vergine Minerva. Inoltre portò via dal medesimo tempio ventisette quadri dipinti splendidamente, nei quali vi erano i ritratti dei re e dei tiranni della Sicilia, che procuravano piacere non solo per la maestria dei pittori, ma anche per il ricordo degli uomini e per la conoscenza dei tratti fisici.
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Nec enim cuiquam homini bono mali quicquam evenire potest nec vivo nec mortuo. Sed tempus est –iquit- iam hinc abire, me ut moriar, vos ut vitam agatis. Utrum autem sit melius di inmortales sciunt, hominem quidem scire arbitror neminem »Sin vera sunt quae dicuntur, migrationem esse mortem in eas oras, quas qui e vita excesserunt incolunt, id multo iam beatius est. Magna me' inquit 'spes tenet, iudices, bene mihi evenire, quod mittar ad mortem. necesse est enim sit alterum de duobus, ut aut sensus omnino omnes mors auferat aut in alium quendam locum ex his locis migretur. quam ob rem, sive sensus extinguitur morsque ei somno similis est, qui non numquam etiam sine vicis somniorum placatissimam quietem adfert, di boni, quid lucri est emori! aut quam multi dies reperiri possunt, qui tali nocti anteponantur! cui si similis est perpetuitas omnis consequentis temporis, quis me beatior?
Infatti, a nessun uomo buono può accadere alcunché di male, né da vivo, né da morto. Ma è ormai tempo disse di andar via da qui, io per morire, voi per continuare a vivere. Gli dei immortali sanno quale delle due cosa sia migliore, penso che nessun uomo lo sappia. "Se, invece, è vero quello che si dice – che la morte è migrazione agli spazi che abitano i trapassati – allora la felicità è anche molto più grande. «lo ho la ferma speranza, o giudici, che sia per me un bene l'essere mandato a morte. Perché le cose, logica- mente, sono due: o la morte priva completamente di ogni forma di coscienza, o con essa si passa da quaggiù in qualche altro luogo. Perciò, se la morte toglie la coscienza, ed assomiglia a quel sonno che qualche volta non è neppure disturbato dalle visioni dei sogni e ci porta la quiete più assoluta, allora, o dèi benigni, la morte è veramente un bene grande. Quanti giorni si possono trovare, che siano preferibili ad una notte come quella? E se ad essa sarà simile per l'eternità il tempo a venire, chi potrà essere più felice di me?
versione n. 2 stesso titolo
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Cato dicere solebat numquam se plus agere quam nihil cum ageret, numquam minus solum esse quam cum solus esset. Quis enim putare vere potest, plus egisse Dionysium tum cum omnia moliendo eripuerit civibus suis libertatem, quam eius civem Archimedem cum istam ipsam sphaeram, nihil cum agere videretur, de qua modo dicebatur effecerit? Quis autem non magis solos esse, qui in foro turbaque quicum conloqui libeat non habeant, quam qui nullo arbitro vel secum ipsi loquantur, vel quasi doctissimorum hominum in concilio adsint, cum eorum inventis scriptisque se oblectent? Quis vero divitiorem quemquam putet quam eum cui nihil desit quod quidem natura desideret, aut potentiorem quam illum qui omnia quae expetat consequatur, aut beatiorem quam qui sit omni perturbatione animi liberatus, aut firmiore fortuna quam qui ea possideat quae secum ut aiunt vel e naufragio possit ecferre? Quod autem imperium, qui magistratus, quod regnum potest esse praestantius, quam despicientem omnia humana et inferiora sapientia ducentem nihil umquam nisi sempiternum et divinum animo volutare?
Catone era solito affermare che egli non era ma più preso come quando non faceva niente, né mai meno solo di quando era solo. Chi, infatti, potrebbe in verità essere certo che Dionisio, quando faceva tanti piani a danno della libertà della sua patria, facesse qualcosa di immenso che il suo concittadino Archimede quando, avendo l'aria di non far niente, scopriva quella sfera di cui or ora si diceva? E chi non vede che sono ben più soli quelli che nel Foro e tra la calca non ritrovano uno con cui parlare, che colui che, senza testimoni, o parla con se stesso o ascolta la parola degli uomini colti divertendosi delle loro ideazioni e delle loro opere? E chi potrà mai esser apprezzato più ricco di colui cui non manca nulla di quel che serva ai bisogni naturali, o più potente di colui che ottiene tutto quel che si voglia, o più felice di chi sia libero da ogni confusione d'animo, o più fermamente sereno di chi non ha che quel che porta con se o che, come si dice, abbia solo quel tanto che si possa scampare in qualsiasi rovina? Qual ordine infatti, quale magistratura, quale regno potrebbe essere più famoso di quello sicuro all'uomo che spregia le cose umane ed, lodando la sola cultura, non dirige l'animo che all’idea dell'infinito e dell’ultraterreno?