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Admodum autem tenenda sunt sua cuique, non vitiosa, sed tamen propria, quo facilius, decorum illud, quod quaerimus, retineatur. Sic enim est faciendum, ut contra universam naturam nihil contendamus, ea tamen conservata propriam nostram sequamur, ut etiamsi sint alia graviora atque meliora, tamen nos studia nostra nostrae naturae regula metiamur; neque enim attinet naturae repugnare nec quicquam sequi, quod assequi non queas. ex quo magis emergit quale sit decorum illud, ideo quia nihil decet invita Minerva, ut aiunt, id est adversante et repugnante natura. Omnino si quicquam est decorum, nihil est profecto magis quam aequabilitas universae vitae, tum singularum actionum, quam conservare non possis, si aliorum naturam imitans, omittas tuam. Ut enim sermone eo debemus uti, qui innatus est nobis, ne, ut quidam, Graeca verba inculcantes iure optimo rideamur, sic in actiones omnemque vitam nullam discrepantiam conferre debemus.
Ogni uomo deve accuratamente coltivare le sue qualità naturali (le buone, s'intende, non le cattive), per poter più facilmente conservare quel decoro di cui andiamo parlando. E il modo da tenere è questo: non dobbiamo far nulla contro l'universale natura umana e, nel pieno rispetto di essa, dobbiamo seguir la nostra particolare, in modo che, anche se altri abbiano altre attitudini maggiori e migliori, noi misuriamo le nostre alla stregua della nostra natura: non giova, invero, contrastare alla propria natura o inseguire qualcosa che non si può raggiungere. Da ciò emerge più evidente la vera essenza del decoro, appunto perché nulla è decoroso a dispetto, come suol dirsi, di Minerva, cioè, nel caso nostro, della natura. In generale, se c'è al mondo cosa decorosa, nessuna certamente è tale più della coerenza, così nella vita intera come nelle singole azioni; coerenza che noi non potremmo conservare, se, imitando l'altrui natura, ci spogliassimo della nostra. Come noi dobbiamo far uso di quella lingua che ci è materna, per non essere giustamente derisi, come accade a taluni che vi inseriscono parole greche, così non dobbiamo introdurre alcuna dissonanza nelle nostre azioni e nella nostra vita.
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Quid ergo aut hunc prohibet aut etiam Xenocratem illum gravissumum philosophorum, exaggerantem tantopere virtutem, extenuantem cetera et abicientem, in virtute non beatam modo vitam, sed etiam beatissimam ponere? Quod quidem nisi fit, virtutum interitus consequetur. Nam in quem cadit aegritudo, in eundem metum cadere necesse est (est enim metus futurae aegritudinis sollicita exspectatio); in quem autem metus, in eundem formido timiditas pavor ignavia; ergo, ut idem vincatur interdum nec putet ad se praeceptum illud Atrei pertinere: 'Proinde ita parent se in vita, ut vinci nesciant. ' Hic autem vincetur, ut dixi, nec modo vincetur, sed etiam serviet; at nos virtutem semper liberam volumus, semper invictam; quae nisi sunt, sublata virtus est.
E dunque, che cos'è che impedisce a Critolao o anche al grande Senocrate - lui, il più austero dei filosofi, quello che esalta tanto la virtù e avvilisce e minimizza il resto -di far consistere nella virtù la felicità, anzi la felicità perfetta? Senza di questo, le virtù finiscono annientate. Chi è soggetto al dolore, è soggetto per forza anche alla paura, perché la paura è attesa inquieta di un dolore che deve venire; ma chi è soggetto alla paura sarà anche soggetto all'apprensione, alla pavidità, allo spavento, alla vigliaccheria; e perciò gli capiterà spesso di lasciarsi sopraffare, e di non applicare a sé stesso il detto di Atreo : «facciano in modo, nella vita, di non sapere che cos'è la sconfitta»? Ora — io l'ho già detto — un uomo come quello non solo si farà sconfiggere, ma pure ridurre tranquillamente schiavo. Mentre noi la virtù la vogliamo sempre libera, sempre invincibile: altrimenti è finita.
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"Imperium maiestatemque populi Romani gens Aetolorum conservato sine dolo malo. Ne quem exercitum, qui adversus socios amicosque eorum ducetur, per fines suos transire sinito, neve ulla ope iuvato. Hostis eosdem habeto quos populus Romanus, armaque in eos ferto, bellumque pariter gerito. Perfugas, fugitivos, captivos reddito Romanis sociisque. Qui comparebunt intra dies centum sine dolo malo tradantur; qui non comparebunt, quando quisque eorum primum inventus erit, reddatur. Obsides quadraginta arbitratu consulis Romanis dato, ne minores duodecim annorum neu maiores quadraginta. Obses ne esto praetor, praefectus equitum, scriba publicus, neu quis, qui ante obses fuit apud Romanos. Cephallania extra pacis leges esto. " His legibus foedus ictum cum Aetolis est.
Traduzione
"Il popolo degli Etoli rispetterà lealmente il dominio e l'autorità del popolo romano. Non permetterà che nessun esercito, che sia condotto contro i loro alleati e amici, attraversi i suoi territori, e non lo agevolerà con nessun mezzo. Consideri nemici gli stessi, che considera nemici il popolo romano, e porti contro di loro le armi, e allo stesso modo farà loro guerra. Restituisca ai Romani e agli alleati i disertori, i profughi e i prigionieri. Quelli che si faranno vedere nello spazio di cento giorni siano lealmente restituiti; ciascuno di coloro che non si faranno vedere, allorchè sia stato trovato per la prima volta, sia restituito. Consegnerà ai Romani quaranta ostaggi a discrezione del console, non più giovani di dodici anni né più anziani di quaranta. Non sarà ostaggio un pretore, un comandante di cavalleria, un segretario pubblico, né alcuno, che sia stato in precedenza ostaggio presso i Romani. Cefalonia sarà al di fuori delle leggi della pace. "A queste condizioni fu stipulato l'accordo con gli Etoli.
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Tendit ad vos virgo Vestalis manus supplices easdem quas pro vobis dis immortalibus tendere consuevit. Cavete ne periculosum superbumque sit eius vos obsecrationem repudiare cuius preces si di aspernarentur, haec salva esse non possent. Videtisne subito, iudices, virum fortissimum, M. Fonteium, parentis et sororis commemoratione lacrimas profudisse? Qui numquam in acie pertimuerit, qui se armatus saepe in hostium manum multitudinemque immiserit, cum in eius modi periculis eadem se solacia suis relinquere arbitraretur quae suus pater sibi reliquisset, idem nunc conturbato animo pertimescit ne non modo ornamento et adiumento non sit suis sed etiam cum acerbissimo luctu dedecus aeternum miseris atque ignominiam relinquat.
Questa vergine vestale innalza a voi quelle supplichevoli mani, le quali per voi userà innalzare agli dei immortali. Non vogliate permettere che vi sia di pericolo e recato a superbia il non volere esaudire le preghiere di colei, le cui preghiere se dagli dei esaudite non fossero, questa Repubblica non potrebbe conservarsi. Non vedete, giudici, Marno Fonteio, subito che io ho fatto menzione di sua sorella, avere sparse le lacrime? Colui, che mai nelle giornate non ebbe a temere, e armato saltò in mezzo ai rumici, essendo disposto in così fatti pericoli di lasciare ai suoi le medesime consolazioni che da suo padre furono a lui lasciate, ora con turbato animo teme non solo di non dover essere di onore e di aiuto ai suoi, ma anche con acerbissimo pianto di lasciare a quei miseri vituperio ed infamia.
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Cyrenaeus Theodorus, non ignobilis famae philosophus, maxime mirandus est. Cum eum Lysimachus rex capitis damnavisset et crucem minaretur: ''Ista -inquit- horribilia purpuratis tuis minitare. Theodori quidem nihil interest utrum humi an sublimis putescat''. Socrates, cum de animorum immortalitate disputavisset et iam moriendi tempus urgueret, rogatus a Critone quomodo sepeliri vellet, ''Multum operae meae -inquit- frustra consumpsi. Nam Critoni nostro non persuasi me hinc advolaturum neque mei quicquam in terra relicturum. Veruntamen, optime Crito, si mei aliquid adsequi potueris, sepelito ut tibi videbitur. Sed, mihi crede et tibi persuasum habe, nemo vestrum me, cum hinc excessero, consequetur''.
Si deve ammirare moltissimo Teodoro cireneo, filosofo di chiara fama. Dopo che il re Lisimaco lo aveva condannato a morte e minacciava di crociffiggerlo, disse: ''Minaccia queste cose orribili ai tuoi cortigiani. Certamente a Teodoro non interessa niente di marcire in terra o in aria''. Socrate, mentre discuteva dell'immortalità delle anime e incalzando il tempo di morire, richiesto da Critone in che modo volesse esser seppellito, disse: ''Ho consumato invamo molto della mia opera. Infatti non sono riuscito a convincere il nostro Critone che me ne volerò via da qui e che non resterà in terra qualcosa di me. Ma tuttavia, ottimo Critone, se tu potrai ottenere qualcosa di me, seppelliscimi come ti sembrerà opportuno. Ma credi a me e persuaditi, nessuno di voi mi raggiungerà, quando mi sarò allontanato da qui''.