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Omnes animantes ad societatem nati sunt. Gradus plures sunt societatis hominum. Maxima est societas eiusdem gentis, nationis, linguae, qua maxime homines coniunguntur. Artior vero colligatio est societatis propinquorum; ab illa enim immensa societas humani generis in exiguum angustumque familiae spatium concluditur. Nam cum ominibus animantibus hoc natura commune sit, ut habeant libidinem procreandi, prima societas in ipso coniugio est, proxima in liberis, deinde una domus est, communia omnia. Id autem est principium urbis et quasi seminarium rei publicae. Sequuntur fratrum coniunctiones, post consobrinorum sobrinorumque qui cum una domo iam capi non possint, in alias domos tamquam in colonias egrediuntur. Sequuntur conubia et affinitates, ex quibus etiam plures propinqui sunt; quae propagatio et suboles origo est rerum publicarum.
Tutti gli esseri viventi sono nati (per stare) in società. La società umana ha più gradi. La più grande è la società dello stesso popolo, nazione e lingua, da cui gli uomini sono soprattutto uniti. In realtà è più profondo il legame della società dei parenti; infatti da quel (legame) immenso, la società del genere umano si restringe nell’angusto e limitato spazio della famiglia. Infatti poiché questa natura è comune a tutti gli esseri viventi, in modo che abbiano l’istinto di procreare, la prima società consiste in questa unione, la seconda nei figli, quindi vi è una sola casa e tutte le cose comuni. Esso poi è il principio della città e quasi il semenzaio della repubblica. Seguono le unioni fraterne, dopo (quelle) dei cugini e dei cugini di secondo grado che quando ormai non possono esser contenuti in una sola casa, migrano in altre case, come in colonie. Seguono i matrimoni e le affinità, da cui anche i parenti sono numerosi; questo propagarsi delle generazioni è l’origine degli Stati.
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Scribit Ponticus Heraclides Matrem Phalaridis visam essse videre in somnis simulacra deorum, Matrequae ipsa domi consecravisset; ex iis Mercurium e patera, quam dextera manu teneret, sanguinem visum esse fundere; qui cum terram attigisset, refervescere videretur sic, ut tota domus sanguine redundaret. Quod matris somnium immanis filii crudelitas comprobavit. Quid ego, quae magi Cyro illi principi interpretati sint, ex Dinonis Persicis fibris proferam? Nam cum dormienti ei sol ad pedes visus esset, ter eum scribit frustra adpetivisse manibus, cum se convolvens sol elaberetur et abiret; ei magos dixisse, quod genus sapientium et doctorum habebatur in Persis, ex triplici adpetitione solis triginta annos Cyrum regnaturum esse portendi. Quod ita contigit; nam ad septuagesimum pervenit, cum quadraginta natus annos regnare coepisset.
Eraclìde Pontico, scrive che alla madre di Falàride sembrò di vedere in sogno le immagini degli dèi che essa stessa aveva consacrato nella sua casa. Una di queste, l'immagine di Mercurio, sembrava versasse del sangue dalla coppa che teneva con la mano destra; appena aveva toccato terra, il sangue ribolliva, sì che tutta la casa era un lago di sangue. Questo sogno della madre fu confermato dall'efferata crudeltà del figlio. C'è bisogno che io citi dai Libri persiani di Dinone la profezia che i maghi rivelarono a Ciro, quel famoso antico re? Scrive Dinone che, in sogno, parve a Ciro che il sole gli si posasse ai piedi; tre volte Ciro cercò di toccarlo con le mani, ma invano: il sole, girando su se stesso, gli sfuggiva e si allontanava. I maghi - venerati in Persia come una stirpe di sapienti e di dotti - da questo triplice tentativo di afferrare il sole trassero la profezia che Ciro avrebbe regnato per trent'anni. E così avvenne: giunse fino all'età di settant'anni, e il suo regno incominciò quando ne aveva quaranta
Altra versione stesso titolo dal libro LATINA LECTIO
Versione numero 35 pagina 108
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Nam et referta quondam Italia Pythagoreorum fuit tum cum erat in haec gente magna illa Graecia; -ex quo etiam quidam Numam Pompilium regem nostrum fuisse Pythagoreum ferunt, qui annis ante permultis fuit quam ipse Pythagoras; quo etiam maior vir habendus est, cum illam sapientiam constituendae civitatis duobus prope saeculis ante cognovit, quam eam Graeci natam esse senserunt; - et certe non tulit ullos haec civitas aut gloria clariores aut auctoritate graviores aut humanitate politiores P. Africano C. Laelio L. Furio, qui secum eruditissimos homines ex Graecia palam semper habuerunt. Atque ego hoc ex iis saepe audivi, cum dicerent pergratum Athenienses et sibi fecisse et multis principibus civitatis, quod, cum ad senatum legatos de suis rebus maxumis mitterent, tres illius aetatis nobilissimos philosophos misissent Carneadem et Critolaum et Diogenem
Una volta l’Italia era piena di pitagorici, ai tempi in cui parte di essa era la famosa Magna Grecia; tanto che alcuni asseriscono che anche il nostro re Numa Pompilio, vissuto moltissimi anni prima dello stesso Pitagora, fosse pitagorico. Ragion per cui la sua grandezza è da reputare ancora maggiore, dato che egli possedette la scienza politica circa due secoli prima che i Greci si accorgessero che essa esisteva. È inoltre assodato che la nostra città non ha prodotto uomini di gloria più splendida, di prestigio più insigne, di cultura più raffinata di Publio Africano, Gaio Lelio, Lucio Furio, che si circondarono sempre, apertamente, dei Greci più colti. lo stesso li ho spesso sentiti dichiarare che gli Ateniesi avevano fatto cosa graditissima a loro e a molti altri maggiorenti inviando come ambasciatori presso il senato, per trattare questioni di suprema importanza per Atene, i tre più illustri filosofi di quel tempo, Carneade, Critolao e Diogene.
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Auget tuus amicus furorem in dies: primum in statua, quam posuit in rostris, inscripsit PARENTI OPTIME MERITO, ut non modo sicarii, sed iam etiam parricidae iudicemini, quid dico, iudicemini? iudicemur potius; vestri enim pulcherrimi facti ille furiosus me principem dicit fuisse. Utinam quidem fuissem! molestus nobis non esset. Sed hoc vestrum est; quod quoniam praeteriit, utinam haberem, quid vobis darem consilii! sed ne mihi quidem ipsi reperio quid faciundum sit; quid enim est, quod contra vim sine vi fieri possit? Consilium omne autem hoc est illorum, ut mortem Caesaris persequantur; itaque ante diem VI. Non. Oct. productus in concionem a Cannutio turpissime ille quidem discessit, sed tamen ea dixit de conservatoribus patriae, quae dici deberent de proditoribus; de me quidem non dubitanter, quin omnia de meo consilio et vos fecissetis et Cannutius faceret. Cetera cuiusmodi sint, ex hoc iudica, quod legato tuo viaticum eripuerunt: quid eos interpretari putas, quum hoc faciunt? ad hostem scilicet portari. O rem miseram! dominum ferre non potuimus, conservo servimus. Et tamen, me quidem favente magis quam sperante, etiam nunc residet spes in virtute tua. Sed ubi sunt copiae? de reliquo malo te ipsum tecum loqui quam nostra dicta cognoscere. Vale
Di giorno in giorno, il tuo amico aumenta la (sua) follia: innanzitutto, ha fatto apporre, sulla statua collocata nel foro, l'effigie "In onore del padre, benemerito in modo che voi passate non solo per assassini, ma addirittura per parricidi! Ma perché dico "voi passate"? "Noi passiamo", piuttosto! Quel folle, infatti, sostiene che io sia stato il principe (l'autore) del vostro gloriosissimo atto! Ah, lo fossi stato veramente! Egli non ci darebbe (ancora) noie! Ma l'assassinio è opera esclusivamente vostra; e dal momento che si tratta di un evento oramai concluso, potessi almeno darvi (desiderio realizzabile nel presente=ottativo) qualche consiglio! Ma neanch'io, per me, riesco ad immaginare che cosa si debba fare: ma poi, è davvero possibile reagire alla violenza senza far ricorso alla violenza? Ora, il loro unico scopo è vendicare la morte di Cesare. Pertanto, il il sesto giorno prima delle None di Ottobre costui introdotto nell'assemblea da Cannuzio ne uscì certo in modo ignobile, non prima, tuttavia, d'aver usato parole, a riguardo dei salvatori della patria, che dovrebbero addirsi a traditori! Sicuro, per quel che riguarda me, che voi avete agito e che Cannuzio agisse solo ed esclusivamente su mio consiglio! Di che specie siano le cose che restano, puoi arguirlo dal fatto che hanno estorto al tuo emissario il viatico. Che cosa credi essi abbiano lasciato intendere, facendo ciò? Che si stavano portando viveri ad un nemico, ovviamente! Che sciagura! Non siamo riusciti a sopportare, ed ora ci ritroviamo sottomessi a un servo come noi! E, per quanto i miei desideri superino le mie aspettative, ciononostante, ora come ora, la speranza poggia tutta sul tuo valore. Ma i mezzi, dove sono? Per l'avvenire, preferisco che tu parli con te stesso, piuttosto che dare ascolto alle mie parole.
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Xenocrates, cum legati ab Alexandro quinquaginta ei talenta attulissent quae erat pecunia temporibus illis, Athenis praesertim, maxima, abduxit legatos ad cenam in Academiam; iis apposuit tantum quod satis esset, nullo apparatu. Cum postridie rogarent eum cui pecuniam numerari iuberet: "Quid?" inquit "Vos hesterna cenula non intellexistis me pecunia non egere?". Quos cum tristiores vidisset, triginta minas accepit, ne aspernari regis liberalitatem videretur. At vero Diogenes Cynicus liberius, ut Alexandro roganti, ut diceret, si quid opus esset, 'Nunc quidem paululum' inquit 'a sole. ' Offecerat videlicet apricanti. Et hic quidem disputare solebat, quanto regem Persarum vita fortunaque superaret; sibi nihil deesse, illi nihil satis umquam fore; se eius voluptates non desiderare, quibus numquam satiari ille posset, suas eum consequi nullo modo posse.
Senocrate, dopo che degli ambasciatori (inviati) da Alessandro gli avevano portato cinquanta talenti, che erano una grandissima somma di denaro a quei tempi, soprattutto ad Atene, condusse gli ambasciatori a cena nell'Accademia; fece servire loro quel tanto che era sufficiente, senza alcuna ricercatezza. Poiché il giorno dopo gli chiedevano a chi volesse che fosse versato il denaro, disse: "Come? Voi dalla cenetta di ieri non avete capito che io non ho bisogno di denaro?". Ma avendoli visti piuttosto tristi, accettò trenta mine, per non dare l'impressione di disprezzare la generosità del re. Invece Diogene più francamente, da cinico, ad Alessandro che gli chiedeva di dire se gli servisse qualcosa, disse: “Per adesso allontanati un po’dal sole”. Evidentemente Alessandro aveva fatto ombra a lui che se ne stava al sole. E per di più questo era solito trattare di quanto superasse il re dei Persiani nella condotta di vita e nella condizione. Diceva che a lui non mancava nulla, a quello non sarebbe mai stato sufficiente nulla. Invece Diogene affermava che non aspirava ai piaceri del re, dei quali il re non riusciva mai ad essere sazio, mentre non avrebbe mai potuto ottenere i suoi.