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Nostrae res meliore loco videbantur; scripta enim ad te certo scio quae gesta sunt. qualis tibi saepe scripsi consules, tales exstiterunt. Caesaris vero pueri mirifica indoles virtutis est. Vtinam tam facile eum florentem et honoribus et gratia regere ac tenere possimus quam facile adhuc tenuimus! est omnino illud difficilius sed tamen non diffidimus. persuasum est enim adulescenti et maxime per me eius opera nos esse salvos. et certe, nisi is Antonium ab urbe avertisset, perissent omnia. triduo vero aut quadriduo ante hanc rem pulcherrimam timore quodam perculsa civitas tota ad te se cum coniugibus et liberis effundebat eadem recreata a. d. xii Kal. Maias te huc venire quam se ad te ire malebat. quo quidem die magnorum meorum laborum multarumque vigiliarum fructum cepi maximum, si modo est aliquis fructus ex solida veraque gloria. nam tantae multitudinis quantam capit urbs nostra concursus est ad me factus; a qua usque in Capitolium deductus maximo clamore atque plausu in rostris conlocatus sum. nihil est in me inane; neque enim debet; sed tamen omnium ordinum consensus, gratiarum actio gratulatioque me commovet propterea quod popularem me esse in populi salute praeclarum est. sed haec te malo ab aliis. me velim de tuis rebus consiliisque facias diligentissime certiorem illudque consideres ne tua liberalitas dissolutior videatur. sic sentit senatus, sic populus Romanus, nullos umquam hostis digniores omni supplicio fuisse quam eos civis qui hoc bello contra patriam arma ceperunt; quos quidem ego omnibus sententiis ulciscor et persequor: omnibus bonis approbantibus. tu quid de hac re sentias, tui iudici est; ego sic sentio trium fratrum unam et eandem esse causam.
La nostra situazione pare alquanto migliorata: quello che è accaduto so positivamente che ti è stato scritto. I consoli furono alla prova quali io te ne avevo spesso detto. Meravigliosa poi la disposizione del giovane Cesare per la rettitudine. Almeno mi sia dato dirigerlo e dominarlo con tanta facilità in mezzo agli onori e agli evviva, quanto mi è stato possibile finora! Sarà senza dubbio più difficile; non dispero tuttavia: il giovane infatti è convinto, ed io ho contribuito moltissimo a rafforzarlo in tale idea, che noi siamo salvi per il suo intervento. E certo se egli non avesse tenuto lontano da Roma Antonio, tutto sarebbe andato in rovina. Nei tre o quattro giorni che precedettero questo fortunatissimo evento la popolazione, sconvolta da certe voci, pensava di rifugiarsi da te con le mogli e i figli; la stessa, riavutasi dopo il 19 aprile, preferirebbe ora che tu arrivassi qui anziché accorrere da te. Se da una gloria solida e vera si può aver frutto, certo io in quel giorno colsi il frutto migliore delle mie grandi fatiche e delle mie veglie numerose. Tutta una folla di popolo quanta ne può capire questa nostra città si riversò da me, e da essa fui portato fino al Campidoglio, issato sui Rostri fra i più fragorosi applausi. Nessuna vanità da parte mia, né ci dovrebbe essere; ma il consenso unanime di tutti gli ordini nel ringraziamento e nelle congratulazioni mi commosse veramente, perché grande e bella cosa è la popolarità conseguita con la salvezza del popolo.
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Anche dimenticare può essere un'arte
Autore: Cicerone
Comprendere e Tradurre n° 304 pagina 255
Apud Graecos incredibilis consilii atque ingenii fuisse Themistocles Atheniensis dicitur. De quo mihi venit in mentem praeclarae illius vocis qua respondit, cum olim ad eum accessisset homo quidam, magna quidem doctrina sed magna etiam animi levitate, qui ei artem memoriae, quae in Graecia tum plurimi existimabatur, pollicitus est. Cum Themistocles quaesivisset quid utilitatis illa ars afferre posset, respondit ille doctor eam efficere ut homines, qui eam consecuti essent, omnia semper meminisse possent. Tunc ei respondit Themistocles: <...>. Quantum sapientiae in his verbis!Quam acris ingenii fuit ille homo!Arbitrabatur enim multas esse vel iniurias vel contumelias, quarum oblivisci utilius homini esset, multasque etiam res adversas quarum reminisci pergrave est. Pluris enim a sapiente existimatur iniuriarum et rerum adversarum oblivio quam memoria, neque utilius interest <> veterum casuum, ut ait Vergilius poeta. Presso i Greci (visse) Temistocle, l' ateniese, (che) a quanto si dice, ebbe incredibile buon senso ed intelligenza. Riguardo quest'uomo mi sovviene alla memoria quella risposta, rimasta molto famosa, ch'egli diede una volta, ad un tizio che - molto colto ma anche piuttosto banale - presentatosi gli promise (di erudirlo nella) l'arte della memoria, che a quel tempo, in Grecia, godeva di un grande prestigio.
Quando Temistocle (lo) interrogò sull'utilità ricavabile da tale arte, quel maestro di sapienza (gli) rispose che quella (arte)] rendeva coloro che l'avessero seguita abili a ricordare ogni cosa, e in ogni momento. Al che Temistocle gli ribatté: "Mi faresti un piacere di gran lunga maggiore, se mi insegnassi a dimenticare, piuttosto che a ricordare, ciò che desidererei non ricordare". Che profondità di giudizio si celava in queste parole! Di quanto acuto ingegno fu dotato quell'uomo! Riteneva che molti sono gli oltraggi e i torti, che sarebbe più utile all'uomo dimenticare, e che inoltre molti sono gli affronti, il ricordare i quali è cosa molto gravosa. Il sapiente preferisce la dimenticanza degli oltraggi e delle offese, piuttosto che il ricordo, e che non porta alcuna utilità "rinnovare l'ineffabile dolore", come dice il poeta Virgilio.
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Marcellus cum tam praeclaram urbem vi copiisque cepisset, non putavit ad laudem populi Romani hoc pertinere, hanc pulchritudinem, ex qua praesertim periculi nihil ostenderetur, delere et exstinguere. Itaque aedificiis omnibus, publicis privatis, sacris profanis, sic pepercit quasi ad ea defendenda cum exercitu, non oppugnanda venisset. In ornatu urbis habuit victoriae rationem, habuit humanitatis; victoriae putabat esse multa Romam deportare quae ornamento urbi esse possent, humanitatis non plane exspoliare urbem, praesertim quam conservare voluisset. In hac partitione ornatus non plus victoria Marcelli populo Romano adpetivit quam humanitas Syracusanis reservavit. Romam quae adportata sunt, ad aedem Honoris et Virtutis itemque aliis in locis videmus. Nihil in aedibus, nihil in hortis posuit, nihil in suburbano; putavit, si urbis ornamenta domum suam non contulisset, domum suam ornamento urbi futuram.
Marcello dopo aver conquistato con la forza delle armi questa città – la più bella e la più rinomata di (tutte le città) greche – egli non pensò che potesse giovare al buon nome del popolo romano radere al suolo una tale bellezza, tanto più (che) da essa non proveniva alcun pericolo. Pertanto, risparmiò tutti gli edifici – pubblici e privati, sacri e profani – tale da dare quasi l’impressione d’essere giunto (in quella regione) per difendere quella città, e non già per conquistarla. Nella spartizione del bottino, la (sua) vittoria non fece guadagnare al popolo romano più di quanto (non) tenne in serbo per i Siracusani, in termini di umanità. Gli oggetti che furono traslati a Roma, ora li vediamo nel tempio degli (dèi) Onore e Virtù. Nulla (di tali oggetti, Marcello) pose nelle (proprie) dimore o nei (propri) giardini.
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Dionysius, Syracusanorum tyrannus, ipse iudicavit quam esset beatus. Nam, cum quidam ex eius adsentatoribus, Damocles, commemoraret in sermone copias eius, opes, maiestatem dominationis, rerum abundantiam, magnificentiam aedium regiarum, negaretque umquam beatiorem quemquam filisse: "Cupisne igitur - inquit - o Damòcles, quoniam te haec vita delectat, ipse eam degustare et fortunam experiri meam?" Cum ille se cupere dixisset, Dionysius collocari iussit hominem in aureo lecto, strato puicherrimo textili stragulo, magnificis operibus picto, abacosque complures ornavit argento auroque caela-to. Tum ad mensas servos delectos iussit consistere eosque nutum illius intuen-tes diligenter ministrare. Adérant unguenta, coronae; incendebantur odores, mensae conquisitissimis epulis extruebantur. Fortunatum se Damòcles putabat. In hoc medio apparatu tulgentem gladium e lacunari saeta equina aptum demitti iussit Dyonisius, ut impendéret illius beati cervicibus. Itaque nec pui-chros ìllos mìnìstratores aspìciebat nec plenum artis argentum nec manum por-rigebat in mensam, iam ipsae defluebant coronae; denique exoravit 'tyrannus, ut se amittèret quod ille iam beatus non cupèret esse. Ita Dyonisius demonstravit nihil esse ei beatum, cui semper aliqui terror impendeat.
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Dioniso, tiranno dei Siracusani, giudicò come egli stesso fosse beato. Infatti, poiché uno dei suoi adulatori, Damocle, ricordava in un suo discorso le sue milizie, l'autorità, la grandezza del regno, l'abbondanza delle ricchezze, la magnificenza della reggia, e diceva che non c'era mai stato qualcuno più beato: Desideri dunque -disse- oh Damocle, poiché questa vita ti piace, assaggiarla e sperimentare la mia fortuna?". Avendo egli detto che lo desiderava, Dioniso comandò che l'uomo fosse posto su un letto d'oro, con uno strato bellissimo di una coperta tessuta, ornato di magnifiche ricchezze, e ornò le molte tavolette di oro e di argento cesellato. Quindi comando che i servi scelti restassero alla mensa e li servissero diligentemente quando intuivano il cenno del suo capo. C'èerano unguenti, corone; erano bruciati odori, le mense erano preparati con squisitissime pietanze. Damocle si riteneva fortunato. Dioniso comandò che nel mezzo della tavolata fosse appesa una spada lucente attaccata con un crine di cavallo al soffitto, affichè sovrastasse le cervici di quel beato. Pertanto non guardava quei bei servitori né l'abbondante argento delle opere d'arte né porgeva la mano alla mensa, già le stesse corone si dileguavano; infine il tiranno lo pregò di andarsene poiché non desiderava più essere beato. Così Dioniso dimostrò che niente era felice per lui, sul quale pendeva sempre qualche paura.
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Quod semper movetur aeternum est quod autem motum adfert alicui quodque ipsum agitatur aliunde... Fine: se ipsum moveat quis est qui hanc naturam animis esse tributam neget?

Ciò che si muove sempre, è eterno; ciò che invece apporta il moto a qualcosa e che esso stesso è mosso da qualcos'altro, quando il moto ha fine, è necessario che termini di vivere. Pertanto solo ciò che muove se stesso, poiché non si separa mai da se stesso, non cessa mai neppure di muoversi; anzi per tutte le altre cose che sono mosse questa è l'origine, questo è il principio del movimento. Invece nulla è origine per il principio, infatti tutto nasce dal principio, esso stesso invece non può nascere da nessun'altra cosa; e infatti non sarebbe principio ciò che è generato da altre cose. Se ciò non nasce mai, non muore neppure mai; infatti il principio, una volta morto, non rinascerà da nient'altro, né creerà qualcosa da se stesso, se è certamente necessario che tutto nasca dal principio. Pertanto accade che il moto sia il principio per il fatto che esso si muove per se stesso; esso poi non può né nascere né morire o sarebbe necessario che crollasse tutto il cielo e che tutta la natura si fermasse e che non ottenga nessuna forza, con la quale, impulsa, si muova per la prima volta. Poichè pertanto è chiaro che è eterno ciò che muove se stesso, chi è che nega che questa natura sia attribuita alle anime?