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Marcello, cum Syracusas, praeclaram urbem opibus atque ornatu, cepisset, visum est non ad laudem populi Romani pertinere hanc pulchritudinem delere et exstinguere, ex qua praesertim nihil periculi Romae esse venturum videretur. Itaque milites eius iussi sunt parcere aedificiis omnibus, publicis ac privatis, sacris ac profanis ita ut videretur ventum esse cum exercitu non ad ea oppugnanda, sed defendenda. Ei videbatur in victoria opportunum esse solum Romam deportare ea, quae ornamento Urbi esse possent, nec plane expoliare urbem victam, ut viderentur non plane expoliare voluisse Romani. In hac partitione ornatus victoria Marcelli non plura populo Romano adportavit quam humanitas eius Syracusis reservavit. Romam quae adportata sun, apud aedem Honoris et Virtutis in extremo foro etiam hodie visuntur, nec quicquam in aedibus suis Marcellus posuisse fertur.
A Marcello, avendo preso siracusa, città illustre per opere e decorazione, sembrò non riguardare la lode del popolo romano distruggere e estinguere questa bellezza, da cui specialmente non sembrava sarebbe venuto a roma alcun pericolo. E così i suoi soldati vennero ordinati di risparmiare tutti gli edifici, pubblici e privati, sacri e profani così che sembrasse che fosse venuto con l'esercito non per assediarla ma per difenderla. Gli sembrava opportuno nella vittoria essere il solo a portare a roma quelle cose che potessero essere di ornamento alla città, né di depredare completamente una città vinta, affinché sembrasse che i romani non volessero depredarla completamente. In questa partizione la vittoria di Marcello non portò molte cose al popolo romano che la sua umanità risparmiò siracusa. Le cose che vennero portate a roma, si possono vedere oggi presso il tempio di onore e virtù nell'estremo foro, né qualcosa si dice che Marcello abbia posto nei suoi templi.
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Socrates mihi videtur primis a rebus occultis et ab ipsa natura involutis, in quibus omnes ante eum philosophi occupati fuerunt, avocavisse philosophiam et ad vitam communem adduxisse, ut de virtutibus et vitiis omnioque de bonis rebus et malis quareret, coelestia autem vel procul esse a nostra cognitione censeret, vel, si maxime cognita essent, nihil tamen ad bene vivendum. Hic in omnibus fere sermonibus, qui ab iis, qui illum audirentur, perscripti varie copioseue sunt, ita disputat, ut nihil adfirmet ipse, refellat alios; nihil se scire, id unum sciat; ob eamque rem se arbitrari ad Apolline omnium sapientissimum esse dictum, quod haec esset una omnis sapientia, non arbitrari se scire, quodnesciat. Quae cum diceret constanter et in ea sententia permaneret, omnis eius oratio tantum in virtute laudanda et in hominibus ad virtutis studium cohortandis consumebatur, ut Socraticorum libris maximeque Platosin intellegi potest.
Credo che Socrate ma la cosa è pacifica per tutti - sia stato il primo a divincolare la ricerca del sapere dai problemi occulti e per loro stessa natura inestricabili - cruccio dei presocratici e ad indirizzarla alla vita degli uomini, tal che rivolgeva la sua indagine ai vizi e alle virtù, insomma il bene e il male, mentre era d'opinione che le cose celesti o erano troppo lontane dalla nostra capacità di discernimento o, qualora fossero state senza mistero per la nostra conoscenza, erano tuttavia inutili ad una buona condotta di vita. Costui argomenta ciò, praticamente in tutti i suoi discorsi - riportati per iscritto, in testimonianze varie e numerose - dai suoi discepoli: che non affermava alcuna verità, che si limitava a confutare gli altri, che diceva di non sapere nulla se non di sé stesso e, in questo punto, era superiore agli altri, i quali - pur non sapendo - credevano di sapere, mentr'egli sapeva solo di non sapere, ed era quella la ragione per la quale riteneva esser stato considerato, dall'oracolo di Apollo, l'uomo più sapiente in assoluto: perché all'uomo è concessa quest'unica sapienza: non credere di sapere ciò che non si sa. Visto che affermava ciò di continuo, rimanendo saldo a questa sua convinzione, il suo insegnamento consisteva esclusivamente nel tessere le lodi della virtù e nel tentativo di coinvolgere tutti nell'espletamento della virtù, come si può evincere dai testi dei socratici e soprattutto di Platone".
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Ubi tyrannus est, ibi non vitiosam, sed plane dicendum est nullam esse rem publicam. ' Praeclare quidem dicis' Laelius; 'etenim video iam quo pergat oratio. ' (Scipio) 'vides igitur ne illam quidem quae tota sit in factionis potestate, posse vere dici rem publicam. ' (Laelius) 'sic plane iudico. ' (Scipio) 'et rectissime quidem iudicas; quae enim fuit tum Atheniensium res, dum post magnum illud Peloponnesiacum bellum triginta viri illi urbi iniustissime praefuerunt? num aut vetus gloria civitatis, aut species praeclara oppidi, aut theatrum, gymnasia, porticus, aut propylaea nobilia aut arx aut admiranda opera Phidiae, aut Piraeus ille magnificus rem publicam efficiebat?' 'minime vero' Laelius 'quoniam quidem populi res non erat.
Dove c’è il tiranno, ivi (lo Stato) non è irregolare, ma si deve dire che assolutamente non esiste. Lelio, tu dici quindi molto bene; tuttavia vedo già dove miri il discorso. (Scipione) tu pensi che neppure quello che sia tutto in potere di un partito, possa essere chiamato veramente uno Stato. (Lelio) così chiaramente credo. (Scipione) e tu pensi dunque rettamente; infatti quale Stato degli Ateniesi ci fu allora, mentre dopo la grande guerra del Peloponneso furono messi a capo i trenta uomini molto ingiustamente sulla città? O forse l’antica gloria della città, o la bella immagine della cittadella o il teatro, le scuole, il portico o le nobili propilei o l’arte da ammirare le opere di Fidia o quel famoso magnifico Pireo, costituiva lo Stato? Niente assolutamente Lelio poiché neppure era il potere del popolo.
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Decrevit quondam senatus, ut L. Opimius consul videret, ne quid res publica detrimenti caperet; nox nulla intercessit; interfectus est propter quasdam seditionum suspiciones C. Gracchus, clarissimo patre, avo, maioribus, occisus est cum liberis M. Fulvius consularis. Simili senatus consulto C. Mario et L. Valerio consulibus est permissa res publica; num unum diem postea L. Saturninum tribunum pl. et C. Servilium praetorem mors ac rei publicae poena remorata est? At nos vicesimum iam diem patimur hebescere aciem horum auctoritatis. Habemus enim huiusce modi senatus consultum, verum inclusum in tabulis tamquam in vagina reconditum, quo ex senatus consulto confestim te interfectum esse, Catilina, convenit. Vivis, et vivis non ad deponendam, sed ad confirmandam audaciam. Cupio, patres conscripti, me esse clementem, cupio in tantis rei publicae periculis me non dissolutum videri, sed iam me ipse inertiae nequitiaeque condemno. Castra sunt in Italia contra populum Romanum in Etruriae faucibus conlocata, crescit in dies singulos hostium numerus; eorum autem castrorum imperatorem ducemque hostium intra moenia atque adeo in senatu videmus intestinam aliquam cotidie perniciem rei publicae molientem. Si te iam, Catilina, comprehendi, si interfici iussero, credo, erit verendum mihi, ne non potius hoc omnes boni serius a me quam quisquam crudelius factum esse dicat. Verum ego hoc, quod iam pridem factum esse oportuit, certa de causa nondum adducor ut faciam. Tum denique interficiere, cum iam nemo tam inprobus, tam perditus, tam tui similis inveniri poterit, qui id non iure factum esse fateatur. Quamdiu quisquam erit, qui te defendere audeat, vives, et vives ita, ut vivis. multis meis et firmis praesidiis obsessus, ne commovere te contra rem publicam possis. Multorum te etiam oculi et aures non sentientem, sicut adhuc fecerunt, speculabuntur atque custodient.
II 4 Decretò un tempo il Senato di affidare al console Lucio Opimio il compito di vigilare sulla sicurezza dello Stato. Non passò una notte e venne ucciso Caio Gracco, solo perché era sospettato di sovversione, che pure era figlio, nipote di illustri cittadini; anche l'ex console Marco Fulvio fu ucciso insieme ai figli. Con un analogo decreto del senato furono affidati le sorti della repubblica ai consoli Caio Mario e Lucio Valerio: Si ritardò forse di un solo giorno l'esecuzione del tribuno della plebe Lucio Saturnino e del pretore Caio Servilio? Tutto il contrario facciamo noi, che lasciamo che si spunti- oggi è già il ventesimo giorno- la spada offertaci dalla deliberazione di questi padri coscritti. Anche noi disponiamo di un decreto del Senato, ma è chiuso in archivio, come una spada nel fodero. In applicazione a questo decreto dovresti essere già morto, Catilina. Invece sei vivo. Sei vivo non per rinunciare alla tua temerità, ma per darle maggior vigore! Desidero, padri coscritti, esser clemente. Ma desidero pure che non si pensi che sottovaluto la situazione di estremo pericolo in cui versa lo Stato: perciò, sono il primo ad accusarmi di inerzia e di debolezza. In Italia, nelle gole dell'Etruria, c'è un esercito accampato contro il popolo romano. Cresce di giorno in giorno il numero dei nemici. Ma il capo di quell'esercito, il comandante dei nemici lo vediamo dentro le nostre mura, anzi, eccolo qui in Senato a preparare, giorno dopo giorno, la rovina interna dello Stato. Se, Catilina, subito ordinassi il tuo arresto e la tua condanna a morte, probabilmente dovrei temere di essere criticato da tutti gli onesti per la mia lentezza, non per la mia eccessiva crudeltà. Se, però, non mi decido ancora a fare quel che già da tempo era necessario, ho le mie buone ragioni. Morirai solo quando non ci sarà un uomo così corrotto, così perduto, così simile a te da non ammettere che ho agito secondo la legge. Finché esisterà qualcuno che avrà il coraggio di difenderti, vivrai, sì, ma così come stai vivendo adesso: assediato dalle mie guardie, forti e numerose, che ti impediranno di attentare allo Stato. E poi, gli occhi, le orecchie di molti ti spieranno, ti sorveglieranno così come hanno fatto finora.
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Unde igitur subito tanta ista mutatio? Non possum adduci ut suspicer te pecunia captum. Licet quod cuique libet loquatur, credere non est necesse. Nihil enim umquam in te sordidum, nihil humile cognovi. Quamquam solent domestici depravare non nurnquam; sed novi firmitatem tuam. Atque utinam ut culpam, sic etiam suspicionem vitare potuisses! Illud magis vereor ne ignorans erum iter gloriae gloriosum putes plus te unum posse quam omnis et metui a civibus tuis quam diligi malis. QuocTsi ita putas, totam ignoras viam gloriae. Carum esse civem, bene de re publica mereri, laudari, coli, diligi gloriosum est; metui vero et in odio esse invidiosum, detestabile, imbecillum, caducum. Quod videmus etiam in fabula illi ipsi qui 'Oderint, dum metuant' dixerit perniciosum fuisse. Utinam, M. Antoni, avum tuum meminisses! de quo tamen audisti multa ex me eaque saepissime. Putasne illum immortalitatem mereri voluisse, ut propter armorum habendorum licentiam metueretur? lila erat vita, illa secunda fortuna, liber-tate esse parem ceteris, principem dignitate. Itaque, ut omittam res avi tui prosperas, acerbissimum eius supremum diem malim quam L. Cinnae dominatum, a quo ille crudelissime est interfectus.
Da che ha avuto orìgine codesto subitaneo radicale mutamento? Che sia stata brama di danaro, non posso indurmi a sospettarlo. Dica pure la gente quello che vuole, non sono obbligato a prestarvi fede. Non ho mai notato in te niente di basso, niente di vile. Qualche volta può acca-dere che siano quelli di casa a corrompere; ma conosco la tua fermezza. Magari fossi tu riuscito ad evitare anche il sospetto, come hai evitata la colpa 1 Più ancora rni preoccupa che tu, ignorando la vera via che mena alla gloria, possa ritenere fondamento della tua gloria piuttosto la tua potenza personale che quella della collettività, e che quindi all'amore dei tuoi concittadini tu possa preferire il loro timore. Se credi cosi, dimostri di ignorare totalmente la via della gloria. Essere cittadino diletto agli altri, benemerito della patria, lodato, rispettato, amato, questo significa essere glorioso; crearsi invece intorno un'atmosfera di paura e di avversione crea un vantaggio odioso, esecrabile, vacilllante, precario. È la funesta sorte che, vediamo, tocca anche al personaggio della tragedia che ha detto « Mi odi-no, purché mi temano». Ah, se ti fossi ricordato, o Marco Antonio, dell'avo tuo! Eppure quante volte e quante cose di lui ti ho narrato ! Credi tu che egli avrebbe mirato alla immortalità, se questa doveva venirgli dalla paura che genera là violenza di bande assoldate? Essere pari agli altri nel godere la libertà, superiore a tutti nel meritare la stima pubblica : questo per lui era l'ideale della vita e della felicità. Per questo, anche a lasciare da parte i momenti felici della vita del tuo avo, quel suo estremo giorno, per quanto atroce, io lo preferirei alla potenza tirannica di Lucio Cinna, che fu il suo crudele assassino