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inter hominem et beluam hoc maxime interest, quod haec tantum, quantum sensu movetur, ad id solum, quod adest quodque praesens est, se accommodat, paulum admodum sentiens praeteritum aut futurum. Homo autem, quod rationis est particeps, per quam consequentia cernit, causas rerum videt earumque praegressus et quasi antecessiones non ignorat, similitudines comparat rebusque praesentibus adiungit atque adnectit futuras, facile totius vitae cursum videt ad eamque degendam praeparat res necessarias. Eademque natura vi rationis hominem conciliat homini et ad orationis et ad vitae societatem ingeneratque inprimis praecipuum quendam amorem in eos, qui procreati sunt In primisque hominis est propria veri inquisitio atque investigatio. Itaque cum sumus necessariis negotiis curisque vacui, tum avemus aliquid videre, audire, addiscere, cognitionemque rerum aut occultarum aut admirabilium ad beate vivendum necessariam ducimu. Unum hoc animal sentit quid sit ordo, quid sit quod deceat, in factis dictisque qui modu. Quibus ex rebus conflatur et efficitur id, quod quaerimus, honestum, quod etiamsi nobilitatum non sit, tamen honestum sit, quodque vere dicimus, etiamsi a nullo laudetur, natura esse laudabile.
Tra l'uomo e la bestia c'è soprattutto questa differenza, che questa si conforma solo a quello che c'è e che è visibile nella misura in cui è stimolata dal senso, percependo pochissimo il passato o il futuro. L'uomo invece, poiché è partecipe della ragione, grazie alla quale egli scorge le conseguenze, vede le cause delle cose e non ignora le loro cause remote e per così dire le precedenti, confronta i casi simili e alle cose presenti collega e annodale future, vede facilmente il corso della vita intera e predispone le cose necessarie a trascorrerla. E la medesima natura, con la forza della ragione, unisce l'uomo all'uomo per la comunanza del linguaggio e della vita e soprattutto genera un singolare amore per i suoi figli. E soprattutto è propria dell'uomo l'accurata ricerca del vero. Così, quando siamo liberi dalle occupazioni e dalle preoccupazioni inevitabili, allora bramiamo vedere, udire, imparare qualcosa e riteniamo necessaria per vivere felicemente la conoscenza dei segreti o delle meraviglie della natura8. Questo solo essere vivente sente che cosa sia l'ordine, che cosa sia la decenza, quale la misura negli atti e nelle parole. Di questi elementi consta ed è composta quell'onestà che cerchiamo, che, anche se non è celebrata, è tuttavia l'onestà e che anche se non è lodata da nessuno, diciamo con verità che è degna di lode per natura.
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Solo chi ha fame e ha sete mangia e beve con gusto
Autore: Cicerone
Versione da LITTERA LITTERAE 2C pag. 335 n. 6
Darius in fuga cum aquam turbidam et cadaveribus inquinatam bibisset, negavit umquam se bibisse iucundius: numquam videlicet sitiens biberat. Nec esuriens Ptolomaeus manducaverat; cui peragranti Aegyptum cum pastores in casa cibarium panem dedissent, dixit illum panem sibi iucundiorem esse quam omnes suaves cibos. Socrates usque ad vesperum contentius ambulabat et, cum quidam ex eo causam quaesivissent, dicunt eum sic respondisse: « Quo melius cenem: nam ambulatione credo me famem obsonare ». Cum in philitiis tyrannus cenavisset Dionysius, negavit se ius illud nigrum, quod cenae caput erat, gustavisse. Tum is, qui illa coxerat, dixit: « Minime mirum; condimenta enim defuerunt ». « Quae tandem sunt? », Dionysius quaesivit. « Labor in venatu, sudor, cursus, fames, sitis; his enim rebus Lacedaemonii epulas condiunt
Dario, in fuga, avendo bevuto acqua impura e inquinata con i cadaveri, disse che non aveva mai bevuto con maggior piacere. Giammai evidentemente aveva bevuto assetato. Né Tolomeo aveva mangiato affamato; e a questo, che viaggiava per l'egitto, non seguito dai compagni, essendogli dato in casa da mangiare del pane, niente sembrò più piacevole di quel pane del quale si cibava. Si dice che Socrate, camminando fino a sera con un pò di sforzo e essendo stato chiesto a lui come facesse ciò, aveva risposto a lui, affinché cenasse meglio, di procurarsi l'appetito passeggiando.
Che cosa? Non vediamo forse il nutrimento nei pasti pubblici degli spartani? Quando, avendo cenato il tiranno Dionisio, negò di essere stato dilettato da quell'oscuro brodo, poiché era la principale portata del pranzo e del quale tutti si cibavano con piacere.
Allora colui che aveva cucinato quella: <<niente affatto meravoglioso; infatti mancano i condimenti>>.
<<Quali, di grazia?>>, disse quello.
<<La fatica della caccia, il sudore, il viaggio all'Eurota, la fame, la sete: infatti con questi valori (cose) vengono conditi gli alimenti degli spartani. >>
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Ex nimia licentia, quae saepe sola libertas putatur, ut ex stirpe quadam, exsistit et quasi nascitur tyrannus. Nam, ut ex nimia potentia principum oritur principum interitus, sic nimis liberum populum libertas ipsa servitute afficit. Sic omnia nimia, quum vel in tempestate vel in agris vel in corporibus laetiora fuerunt, in contraria fere convertuntur, maximeque id in rebus publicis evenit. Nimia enim illa libertas et populis et privatis in nimiam servitutem cedit. Itaque ex hac maxima libertate tyrannus gignitur et illa iniustissima et durissima servitus. Ex hoc enim populo indomito, vel potius immani, deligitur aliquis plerumque dux, audax, impurus, consectans proterve bene de re publica meritos, populo gratificans et aliena et sua. Cui, quia privato timore cives impelluntur, dantur imperia et ea continuantur, praesidiis etiam, ut Athenis Pisistratus, saepiuntur. Postremo, a quibus producti sunt, eorum ipsorum exsistunt tyranni. Quos si boni opprimunt, recreatur civitas; sin audaces et improbi, fit factio perditorum, quae est novum genus tyrannorum.
Dall’anarchia senza freni, che spesso si ritiene l’unica libertà, come da una specie di radice, spunta e, per così dire, nasce il tiranno. Come infatti dall'eccessiva potenza dei grandi nasce la rovina dei grandi, così la libertà stessa punisce questo troppo libero popolo con la schiavitù. Tutti gli eccessi, sia nel clima, sia nei campi, sia nei corpi, generano l'eccesso contrario, e ciò accade soprattutto in materia politica, in cui la troppa libertà tanto per i popoli quanto per i privati finisce col trasformarsi in troppa schiavitù. Da questa massima libertà si genera dunque un tiranno e la più ingiusta e la più dura delle servitù. Da questo popolo indomito o, meglio, da questo mostro è scelto, di solito, un duce audace, impuro, che perseguita, protervo, i cittadini che han più meritato della patria e largheggia verso il popolo con la ricchezza propria e con la ricchezza altrui. E potendo egli, come privato, aver qualche timore, gli si affidano comandi: e i comandi restano e ben presto gli si concede una guardia del corpo, come nel caso di Pisistrato in Atene. Insomma, essi si rivelano i tiranni di quegli stessi uomini dai quali sono stati innalzati al potere. Se riescono a vincerli uomini virtuosi, si ricostituisce uno Stato; se, invece, li vincono uomini spudorati e disonesti, nasce il partito dei depravati, che è un’altra categoria di tiranni.
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Caesar autem rationem adhibens consuetudinem vitiosam et corruptam pura et incorrupta consuetudine emendat. Itaque cum ad hanc elegantiam verborum Latinorum--quae, etiam si orator non sis et sis ingenuus civis Romanus, tamen necessaria est--adiungit i lla oratoria ornamenta dicendi, tum videtur tamquam tabulas bene pictas conlocare in bono lumine. Hanc cum habeat praecipuam laudem in communibus, non video cui debeat cedere. splendidam quandam minimeque veteratoriam rationem dicendi tenet, voce motu for ma etiam magnificam et generosam quodam modo.
Traduzione
Cesare invece applicando una norma razionale corregge l'uso scorretto e guasto con l'uso corretto e puro. Pertanto quando a questa eleganza di parole schiettamente latine, che anche se tu non sia oratore ma sia soltanto un libero cittadino romano è pur necessaria, egli aggiunge quegli ornamenti che la'rte suggerisce per abbellire il discorso, sembra, per cos' dire, ch'egli collochi bei quadri nella luce più favorevole. E poiché aggiunge questo pregio singolare alle doti che ha in comune con gli altri oratori, non vedo a chi possa essere considerato inferiore. Ha un'eloquenza splendida e non da mestierante, eloquenza cui la voce, il gesto, la sua stessa bellezza aggiungono maestà e nobiltà.
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Duodequadraginta Dionysius tyrannus annos fuit opulentissumae et beatissumae civitatis. Diogenes quidem Cynicus dicere solebat Harpalum, qui temporibus illis praedo felix habebatur, contra deos testimonium dicere, quod in illa fortuna tam diu viveret. Dionysius, de quo ante dixi, cum fanum Proserpinae Locris expilavisset, navigabat Syracusas; isque cum secundissumo vento cursum teneret, ridens 'Videtisne', inquit, 'amici, quam bona a dis inmortalibus navigatio sacrilegis detur?' Atque homo acutus cum bene planeque percepisset, in eadem sententia perseverabat. Qui quom ad Peloponnesum classem appulisset et in fanum venisset Iovis Olympii, aureum ei detraxit amiculum grandi pondere, quo Iovem ornarat e manubus Carthaginiensium tyrannus Gelo, atque in eo etiam cavillatus est aestate grave esse aureum amiculum, hieme frigidum, eique laneum pallium iniecit, cum id esse ad omne anni tempus diceret. Idemque Aesculapi Epidauri barbam auream demi iussit; neque enim convenire barbatum esse filium, cum in omnibus fanis pater imberbis esset. Iam mensas argenteas de omnibus delubris iussit auferri, in quibus, quod more veteris Graeciae inscriptum esset BONORUM DEORUM, uti se eorum bonitate velle dicebat. Idem Victoriolas aureas et pateras coronasque, quae simulacrorum porrectis manibus sustinebantur, sine dubitatione tollebat eaque se accipere, non auferre dicebat; esse enim stultitiam, a quibus bona precaremur, ab is porrigentibus et dantibus nolle sumere. Eundemque ferunt haec, quae dixi, sublata de fanis in forum protulisse et per praeconem vendidisse exactaque pecunia edixisse, ut, quod quisque a sacris haberet, id ante diem certam in suum quicque fanum referret: ita ad impietatem in deos in homines adiunxit iniuriam
Dionisio tiranneggiò per trentotto anni una ricchissima e felicissima città; Diogene il Cinico era solito affermare che Arpalo, considerato a quei tempi come un pirata fortunato, costituiva per la sua lunga fortuna una vivente testimonianza contro gli dèi. Dionisio, di cui s'è già detto, dopo aver depredato a Locri il tempio di Proserpina, stava navigando verso Siracusa. Visto che il viaggio procedeva bene con il favore del vento: « Vedete » disse ridendo «o amici, che bella navigazione gli dèi immortali offrono ai sacrileghi? ». Da uomo acuto quale era, considerata bene ogni cosa, perseverò nello stesso atteggiamento. Sbarcato nel Peloponneso e giunto nel tempio di Giove Olimpio spogliò la statua dei Dio del pesante mantello d'oro di cui l'aveva ornata Gelone servendosi del bottino tolto ai Cartaginesi e non si peritò di fare dello spirito sulla cosa dicendo che un mantello d'oro è fastidioso d'estate e freddo d'inverno: rivesti perciò la statua di un mantello di lana col pretesto che essa si adattava a tutte le stagioni. Analogamente ad Epidauro ordinò che si asportasse la barba d'oro di Esculapio col pretesto che non era bello che il figlio avesse la barba quando in tutti i templi il padre era raffigurato senza barba. Fece anche asportare da tutti i templi le mense d'argento e poiché queste recavano, secondo l'antico uso greco, l'iscrizione « degli dèi buoni » diceva di voler fruire di questa loro bontà. Non sì faceva neppure scrupolo di prelevare le piccole Vittorie d'oro, le tazze e le corone sorrette dalle mani protese delle statue e affermava che questa era una accettazione, non una sottrazione, in quanto sarebbe stata una sciocchezza chiedere dei beni agli dèi per poi non volerli accettare quando sono essi stessi ad offrirceli con le loro stesse mani. Si tramanda anche che il tiranno portasse al mercato gli oggetti tolti dai templi e li vendesse per mezzo di un banditore e che quindi, riscosso il danaro, ordinasse che ciascuno prima di un giorno stabilito riportasse l'oggetto sacro acquistato nel suo tempio: in tal modo all'empietà nei riguardi degli dèi aggiunse un sopruso a danno degli uomini. Ebbene, né Giove Olimpio lo colpì con il fulmine né Asclepio lo fece morire con una lunga e debilitante malattia, ma morì nel suo letto e fu adagiato su un rogo regale e lasciò in eredità al figlio come giusto e legittimo quel potere che si era procurato col delitto.