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traduzione Versione da E. T. Esperienze di traduzione Atque - ut inde oratio mea proficiscatur, unde haec omnis causa ducitur, - bellum grave et periculosum vestris vectigalibus ac sociis a duobus potentissimis regibus infertur, Mithridate et Tigrane, quorum alter relictus, alter lacessitus, occasionem sibi ad occupandam Asiam oblatam esse arbitrantur. Equitibus Romanis, honestissimis viris, adferuntur ex Asia cotidie litterae, quorum magnae res aguntur in vestris vectigalibus exercendis occupatae: qui ad me, pro necessitudine quae mihi est cum illo ordine, causam rei publicae periculaque rerum suarum detulerunt: Bithyniae, quae nunc vestra provincia est, vicos exustos esse compluris; regnum Ariobarzanis, quod finitimum est vestris vectigalibus, totum esse in hostium potestate; L. Lucullum, magnis rebus gestis, ab eo bello discedere; huic qui successerit non satis esse paratum ad tantum bellum administrandum; unum ab omnibus sociis et civibus ad id bellum imperatorem deposci atque expeti, eundem hunc unum ab hostibus metui, praeterea neminem. Traduzione
E' opportuno che il mio discorso prenda l'avvio dall'origine di tutta la questione: due regnanti potentissimi, Mitridate e Tigrane, conducono una guerra di grande portata e rischiosa contro i vostri tributari ed i vostri alleati; entrambi, l'uno quasi ignorato, l'altro provocato, ritengono che sia stata loro offerta l'occasione di impadronirsi dell'Asia. Ogni giorno pervengono lettere dall'Asia ai cavalieri romani, persone rispettabilissime, che hanno impegnato ingenti capitali nell'appalto dei tributi statali. Essi, in virtù dei legami che mi uniscono al loro ordine, mi hanno affidato gli interessi dello Stato e delle loro fortune in pericolo. In quelle lettere si dice che sono stati dati alle fiamme parecchi villaggi della Bitinia, attualmente provincia romana; che il regno di Ariobarzane, confinante con i territori a voi tributari, è interamente in potere dei nemici; che Lucio Lucullo, dopo aver compiuto grandi imprese, lascia il comando delle operazioni, ed il suo successore non è sufficientemente preparato a dirigere una simile guerra; che tutti gli alleati ed i cittadini richiedono insistentemente un solo uomo al comando dell'impresa, e questo uomo, e soltanto lui, è temuto dai n emici.
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Omnes fere philosophi omnium disciplinarum eodem hoc animo8 fuerunt. Socrates, cum in pompa magna vis auri argentique ferretur, “Quam multa non desidero!” inquit. Xenocrates, cum legati ab Alexandro quinquaginta ei talenta attulissent (quae erat pecunia temporibus illis, Athenis praesertim, maxima), abduxit legatos ad cenam in Academiam; iis apposuit tantum quod satis esset1 nullo apparatu. Cum postridie rogarent eum cui pecuniam numerari iuberet: “Quid?” inquit “Vos hesterna cenula non intellexistis me pecunia non egere?”. Quos cum tristiores vidisset, triginta minas accepit, ne aspernari regis liberalitatem videretur. At vero Diogenes liberius, ut Cynicus, Alexandro roganti ut diceret si qui opus esset, "Nunc quidem paululum"inquit "a sole recede!" Offecerat videlicet apricanti!
Quasi tutti i filosofi di tutte le scuole ebbero questa stessa disposizione d’animo. Socrate, mentre veniva portata in processione una gran quantità di oro e di argento, disse: “Di quante cose non sento la mancanza!” Senocrate, dopo che degli ambasciatori (mandati) da Alessandro gli avevano portato cinquanta talenti, che erano una grandissima somma di denaro a quei tempi, soprattutto ad Atene, condusse gli ambasciatori a cena nell’Accademia; fece servire loro quel tanto che era sufficiente, senza alcuna ricercatezza. Poiché il giorno dopo gli chiedevano a chi volesse8 che fosse versato il denaro, disse: “Come? Voi dalla cenetta di ieri non avete capito che io non ho bisogno di denaro?”. Ma avendoli visti piuttosto tristi, accettò trenta mine, per non dare l’impressione di disprezzare la generosità del re. invece Diogene rispose in modo più libero, come era logico per un cinico, ad Alessandro che lo pregava di dirgli se avesse bisogno di qualcosa: "Ora, disse, che ti allontani un pò dal sole; evidentemente mentre mi scaldava al sole gli faceva ombra
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Testo latino Ac principio terra universa cernatur, locata in media sede mundi, solida et globosa et undique ipsa in sese nutibus suis conglobata, vestita floribus, herbis, arboribus, frugibus, quorum omnium incredibilis multitudo insatiabili varietate distinguitur. Adde huc fontium gelidas perennitates, liquores perlucidos amnium, riparum vestitus viridissimos, speluncarum concavas altitudines, saxorum asperitates, inpendentium montium altitudines inmensitatesque camporum; adde etiam reconditas auri argentique venas infinitamque vim marmoris. . Quae vero et quam varia genera bestiarum vel cicurum vel ferarum! qui volucrium lapsus atque cantus! qui pecudum pastus! quae vita silvestrium! Quid iam de hominum genere dicam? qui quasi cultores terrae constituti non patiuntur eam nec inmanitate beluarum efferari nec stirpium asperitate vastari, quorumque operibus agri, insulae litoraque collucent distincta tectis et urbibus. Quae si, ut animis, sic oculis videre possemus, nemo cunctam intuens terram de divina ratione dubitaret.
Traduzione E in primo luogo si guardi la terra nel suo insieme, collocata al centro del mondo, compatta, sferica, e interamente riunita in una sola massa dalla sua stessa gravitazione, vestita di fiori, erbe, alberi, frutti, tutti esseri viventi la cui incredibile moltitudine è differenziata da un’inesauribile varietà. Aggiungi le fonti gelide e perenni, l’acqua trasparente dei fiumi, le rive rivestite di un manto verdissimo, le profonde cavità delle caverne, l’asprezza delle rocce, l’altezza dei monti scoscesi, l’immensità delle pianure; aggiungi inoltre i giacimenti nascosti di oro e di argento e il marmo in quantità infinita. Quali e quanto varie sono le specie di animali sia domestici che selvatici, quali il volo e il canto degli uccelli, quali i pascoli del bestiame, quale la vita delle selve! Che dire poi del genere umano, che, posto per cosi dire come coltivatore della terra, non lascia che essa sia inselvatichita dalla bestialità delle fiere e sia isterilita da una crescita selvaggia delle erbe, e le cui opere ornano e fanno risplendere di case e di città le terre, le isole, i litorali? Se potessimo vedere tutto questo con gli occhi cosi come lo vediamo con la mente, nessuno, alla vista della terra intera, dubiterebbe dell’esistenza dell’intelligenza divina.
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Ad ferendum igitur dolorem placide atque sedate plurimum proficit toto pectore, ut dicitur, cogitare quam id honestum sit. Sumus enim natura, ut ante dixi (dicendum est enim saepius), studiosissimi adpetentissimique honestatis; cuius si quasi lumen aliquod aspeximus, nihil est quod, ut eo potiamur, non parati simus et ferre et perpeti. Ex hoc cursu atque impetu animorum ad aeram laudem atque honestatem illa pericula adeuntur in proeliis; non sentiunt viri fortes in acie vulnera, vel sentiunt, sed mori malunt quam tantum modo de dignitatis gradu demoveri. Fulgentis gladios hostium videbant Decii, cum in aciem eorum inruebant. His levabat omnem vulnerum metum nobilitas mortis et gloria. Nam tam ingemuisse Epaminondam putas, cum una cum sanguine vitam effluere sentiret? Imperantem enim patriam Lacedaemoniis relinquebat, quam acceperat servientem. Haec sunt solacia, haec fomenta summorum dolorum
E allora, al fine di sopportare il dolore in maniera tranquilla e serena, atteggiamento molto utile (giova molto) è pensare - con tutta l'anima, come si suol dire - a quanto ciò sia moralmente nobile. Infatti - come ho già detto, ma è bene ripeterlo spesso - nutriamo, per natura, eccezionale desiderio della nobiltà morale; e se di tale (nobiltà) noi abbiamo intravisto, come dire, un lume, (allora) non c'è alcunché che non siamo pronti a sopportare e ad affrontare per conquistarlo. In virtù di questo slancio dell'anima verso la vera gloria e la nobiltà morale vengono affrontati i pericoli in battaglia; gli uomini forti non soffrono le ferite durante il combattimento; ovvero, le accusano, ma preferiscono la morte al disonore, per quanto lieve. I Decii vedevano le spade nemiche scintillare, quando irrompevano nelle loro schiere; (vedevano) la morte gloriosa stornava loro tutta la paura delle ferite. Del resto, credi che Epaminonda abbia levato eccessivi lamenti, quando sentiva che la vita scivolava via insieme col sangue. Egli infatti restituiva la patria agli Spartani, mentre l'aveva trovata asservita! Queste sono le vere soddisfazioni che leniscono i più grandi dolori!
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Fremant omnes licet, dicam quod sentio: bibliothecas mehercule omnium philosophorum unus mihi videtur XII tabularum libellus, si quis legum fontes et capita viderit, et auctoritatis pondere et utilitatis ubertate superare. Ac si nos, id quod maxime debet, nostra patria delectat, cuius rei tanta est vis ac tanta natura, ut Ithacam illam in asperrimis saxulis tamquam nidulum affixam sapientissimus vir immortalitati anteponeret, quo amore tandem inflammati esse debemus in eius modi patriam, quae una in omnibus terris domus est virtutis, imperii, dignitatis? Cuius primum nobis mens, mos, disciplina nota esse debet, vel quia est patria parens omnium nostrum, vel quia tanta sapientia fuisse in iure constituendo putanda est, quanta fuit in his tantis opibus imperii comparandis
Si mettano pure tutti a gridare, io dirò quello che penso: il solo libro delle XII tavole a me sembra, se qualcuno avrà considerato le origini e i capisaldi delle leggi, certamente superi i libri di tutti i filosofi sia per il peso dell’autorità che per l’abbondanza dei vantaggi. E se, cosa che soprattutto bisogna fare, la nostra patria ci allieta, della cui cosa è tanto grande la forza e tanto grande la sua natura, che un uomo estremamente saggio preferì all’immortalità quella famosa Itaca impiantata come un piccolo nido su piccoli scogli assai ripidi, da quale amore di questo genere noi dobbiamo essere infine accesi per la patria, che è l’unica casa della virtù, del potere e dell’onore in tutto il mondo? Prima di questa ci deve essere noto il giudizio, il costume, il governo, sia perché la patria è madre di tutti noi, sia perché si deve considerare che nella costituzione del diritto ci sia stata tanta sapienza, quanta ci fu nel mettere assieme queste così grandi ricchezze dell’impero.