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Primo bestia, in quo loco nata est, ex eo se non movet, deinde suo quaeque appetitu(=istinto) movetur: serpere agriculos nare anaticulas, evolare merulas, cornibus uti boves videmus, nepas aculeis, denique suam cuique naturam esse ad vivendum ducem. quae similitudo in genere etiam umano adparet. parvuli enim primo orta sic iacent tamquam omnino sine animo sint; cum aetem paulum firmitatis eccessit, et animo utuntur et eos adgnoscunt a quibus educantur; deinde aequalibus delectantur libenterque se cum iis congregant dantque se ad ludendum fabellarumque auditione ducuntur animadvertunque ea quae domi fiunt curiosius incipiuntque commentari aliquid et discere et eorum, quos vident, volunt non ignorare nomina et quibus de rebus cum aequalibus decertant, si vicerunt, efferunt se laetitia, victi debilitantur animoque deficiunt.
Lo sviluppo del bambino versione latino Cicerone
Dal libro latina lectio
In un primo tempo la bestia, non si sposta da quel posto nel quale è nata, , poi ognuno è spinto dal suo istinto vediamo strisciare i serpentelli, nuotare le anatrelle, volare i merli, i buoi servirsi delle corna, gli scorpioni dei pungiglioni, infine ciascuno ha il suo istinto come guida per vivere. La quale somiglianza si manifesta anche nel genere umano. I piccoli infatti alla nascita giacciono come se fossero del tutto senza anima; quando si è aggiunta un pò di forza, e si servono dell'intelletto e riconoscono quelli dai quali sono educati; poi si divertono con gli uguali e volentieri si aggregano a loro e si danno al giocare e sono attirati dall'ascolto delle favolette e osservano con maggiore curiosità le cose che accadono in casa e cominciano a riflettere su qualcosa e ad imparare e di quelli che vedono vogliono non ignorare i nomi delle cose di cui discutono con i coetanei, se vincono si esaltano per la gioia, sconfitti si avviliscono e si perdono d'animo.
da altro libro
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Epistularum genera multa esse non ignoras sed unum illud certissimum, cuius causa inventa res ipsa est, ut certiores faceremus absentes, si quid esset, quod eos scire aut nostra aut ipsorum interesset. Huius generis litteras a me profecto non exspectas: tuarum enim rerum domesticos habes et scriptores et nuntios; in meis autem rebus nihil est sane novi. Reliqua sunt epistularum genera duo, quae me magno opere delectant; unum familiare et iocosum, alterum severum et grave. Utro me minus deceat uti, non intelligo. Iocerne tecum per litteras? Civem mehercule non puto esse, qui temporibus his ridere possit. An gravius aliquid scribam? Quid est quod possit graviter a Cicerone scribi ad Curionem nisi de re publica? Atqui in hoc genere haec mea causa est, ut neque ea quae sentio audeam, neque ea quae non sentio velim scribere. Quam ob rem, quoniam mihi nullum scribendi argumentum relictum est, utar ea clausula qua soleo teque ad studium summae laudis in republica administranda cohortabor. In hanc autem sententiam scriberem plura, nisi te tua sponte satis incitatum esse confiderem; et hoc, quicquid attigi, non feci inflammandi tui causa sed testificandi amoris mei.
Tu non ignori che i tipi di lettere sono molti, ma l'unico scopo certissimo per cui è stato inventato il genere stesso, è quello di informare chi è lontano, se c'è qualcosa che interessa o a noi o a loro che essi sappiano. Di certo non aspetti da me lettere di questo tipo: hai infatti corrispondenti e informatori privati per le tue (lett. : delle tue) faccende; e d'altra parte, nelle mie faccende non c'è proprio niente di nuovo. Vi sono altri due generi di lettere che mi piacciono molto: uno confidenziale e scherzoso, l’altro serio e grave. Quale dei due mi convenga meno usare, non capisco. Dovrei scherzare con te tramite le lettere? Non credo, per Ercole, che ci sia un cittadino che possa scherzare in questi momenti. Oppure dovrei scriver(ti) qualcosa di più serio? Che cosa c’è che possa essere scritto seriamente da Cicerone a Curione se non a proposito dello Stato? Eppure in questa argomento mi trovo in questa condizione, che né oso scrivere le cose che penso, né voglio scrivere cose che non penso. Perciò, visto che non mi è rimasto nessun argomento di (cui) scrivere, mi servirò della mia solita clausola e ti esorterò a puntare alla massima gloria nell'amministrazione dello Stato. In merito a questa mia opinione, per altro, scriverei di più se non fossi sicuro che ti sei (già) sufficientemente e spontaneamente spronato (a ciò); e qualunque cosa abbia detto, non l'ho detta (lett. : non ho agito) per infiammare il tuo animo (lett. : te) ma per dar(ti) una prova del mio affetto.
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Nemo fere vestrum est quin quomodo Syracusae secundo bello Punico a Marco Marcello captae sunt saepe audiverit, nonnumquam etiam in annalibus legerit. Hanc urbem, Graecarum maximam ac praeclarum, cum ille vi copiisque cepisset, non putavit pertinere ad laudem populi Romani exstinguere hanc pulchritudinem, ex qua praesertim nihil periculi ostenderetur. Itaque aedificiis omnibus, publicis, privatis, sacris, profanis, sic pepercit ut quasi ad eam urbem defendendam non ad expugnandam venisse videretur. In praedae partitione non plus victoria populo Romano adpetivit quam humanitate Syracusanis reliquit. Romam quae adportata sunt, ad aedem Honoris et Virtutis etiamnunc videmus. Nihil in aedibus, nihil in hortis posuit. Syracusis autem permulta atque egregia reliquit, deum nullum violavit, eadem Minervae non attigit. Quae a Verre sic spoliata est a barbaris praedonibus vexata videatur. Pugna erat equestris Agathocli regis in tabulis praeclare picta, qua nihil erat nobilius, nihil quod magis visendum putaretur. Has tabulas abstulit et nudos ac deformatos reliquit.
Praticamente, non esiste nessuno fra di voi voi, che non abbia spesso udito dire o che comunque non abbia letto nelle registrazioni annalistiche in che modo, durante la seconda Siracusa fu espugnata da marcello. Ora, dopo aver conquistato con la forza delle armi questa città la più bella e la più famosa fra tutte le città grche egli non pensò che potesse giovare al buon nome del popolo romano estinguere una tale bellezza, tanto più che da essa non si manifestava alcun pericolo. Pertanto, risparmiò tutti gli edifici pubblici e privati, sacri e profani tale da sembrare di essere arrivatoper difendere quella città, e non già per conquistarla. Nella spartizione del bottino, la vittoria non fece guadagnare al popolo romano più di quanto lasciò per i Siracusani, in termini di umanità. Gli oggetti che furono riportati a Roma, ora li vediamo nel tempio Onore e Virtù. Nulla pose nelle dimore o nei giardini. Di contro, lasciò a Siracusa moltissime splendide opere, non non violò alcun dio, non sfiorò il tempio di Minerva. Quello fu spogliato da Verre a tal punto da sembrare essere stato saccheggiato da barbari corsari! Su dei quadri era stupendamente raffigurata una battaglia equestre del re Agatocle, della quale non c’era nulla di più bello, o nulla che si ritenesse più degno d’essere ammirato. Trafugò questi quadri e lasciò spoglie e deturpate le pareti.
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Lo stile del discorso va adeguato all'argomento e al pubblico
Versione latino Cicerone Libro Tandem 2
Le cause che riguardano l'esistenza civile (avrei quasi messo "capitali" ma c'è frase fatta su Castiglioni Mariotti e la prof. dice Ok) richiedono un certo stile di discorso, un altro le cause di diritto privato e riguardanti cose di poco conto e un altro genere di eloquenza (richiedono) le deliberazioni, un altro gli encomi, un altro le sentenze, un altro i sermoni, un altro le consolazioni, un altro le reprimende, un altro le dispute, un altro la storia richiede. E' importante anche chi stia ad ascoltare: senato o popolo o giudici: se numerosi o pochi o singoli e qual genere di persone siano: e gli stessi oratori di quale età siano di quale carica pubblica, di quale autorità, deve esser considerato: il tempo se di pace o di guerra, di agitazione o di ozio. E pertanto nulla è ciò che pare possa esser suggerito se non che noi si preferisca una struttura dell'orazione idonea per ciò che faremo. Converrà giovarsi quasi degli stessi ornamenti in alcuni casi con più energia in altri più sommessamente e in ogni cosa (situazione) ciò che è appropriato poter fare è dell' arte e della natura (dell' oratore) sapere cosa e quando sia adatto è (proprio) dell' accortezza.
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Cum in Africam venissem M. ' Manilio consuli ad quartam legionem tribunus, ut scitis, militum, nihil mihi fuit potius, quam ut Masinissam convenirem regem, familiae nostrae iustis de causis amicissimum. Ad quem ut veni, complexus me senex collacrimavit aliquantoque post suspexit ad caelum et: 'Grates', inquit, 'tibi ago, summe Sol, vobisque, reliqui Caelites, quod, antequam ex hac vita migro, conspicio in meo regno et his tectis P. Cornelium Scipionem, cuius ego nomine ipso recreor; ita numquam ex animo meo discedit illius optimi atque invictissimi viri memoria. ' Deinde ego illum de suo regno, ille me de nostra re publica percontatus est, multisque verbis ultro citroque habitis ille nobis consumptus est dies. Post autem apparatu regio accepti sermonem in multam noctem produximus, cum senex nihil nisi de Africano loqueretur omniaque eius non facta solum, sed etiam dicta meminisset. Deinde, ut cubitum discessimus, me et de via fessum, et qui ad multam noctem vigilassem, artior, quam solebat, somnus complexus est. Hic mihi - credo equidem ex hoc, quod eramus locuti; fit enim fere, ut cogitationes sermonesque nostri pariant aliquid in somno tale, quale de Homero scribit Ennius, de quo videlicet saepissime vigilans solebat cogitare et loqui - Africanus se ostendit ea forma, quae mihi ex imagine eius quam ex ipso erat notior; quem ubi agnovi, equidem cohorrui, sed ille: 'Ades, ' inquit, 'animo et omitte timorem, Scipio, et, quae dicam, trade memoriae!
Quando giunsi in Africa in qualità di tribuno militare, come sapete, presentandomi agli ordini del console Manio Manilio alla quarta legione, non chiedevo altro che di incontrare Massinissa, un re molto amico della nostra famiglia, per fondati motivi. Non appena mi trovai al suo cospetto, il vecchio, abbracciandomi, scoppiò in lacrime; poi, dopo qualche attimo, levò gli occhi al cielo e disse: «Sono grato a te, Sole eccelso, come pure a voi, altri dèi celesti, perché, prima di migrare da questa vita, vedo nel mio regno e sotto il mio tetto Publio Cornelio Scipione, al cui nome mi sento rinascere; a tal punto non è mai svanito dal mio cuore il ricordo di quell'uomo eccezionale e davvero invitto». Quindi io gli chiesi notizie del suo regno, egli mi domandò della nostra repubblica: così, tra le tante parole spese da parte mia e sua, trascorse quella nostra giornata. Poi, dopo essere stati accolti con un banchetto regale, prolungammo la nostra conversazione fino a tarda notte, mentre il vecchio non parlava di altro che dell'Africano e ricordava non solo tutte le sue imprese, ma anche i suoi detti. In séguito, quando ci congedammo per andare a dormire, un sonno più profondo del solito s'impadronì di me, stanco sia per il viaggio sia per la veglia fino a notte fonda. Quand'ecco che (credo, a dire il vero, che dipendesse dall'argomento della nostra discussione: accade infatti generalmente che i nostri pensieri e le conversazioni producano durante il sonno un qualcosa di simile a ciò che Ennio dice a proposito di Omero, al quale, è evidente, di solito pensava da sveglio e del quale discuteva) m'apparve l'Africano, nell'aspetto che mi era noto più dal suo ritratto che dalle sue fattezze reali; non appena lo riconobbi, un brivido davvero mi percorse; ma quello disse: «Sta' sereno, deponi il tuo timore, Scipione, e tramanda alla memoria le parole che ti dirò».