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Primum iudices rei publicae causa, qua nulla res cuiquam potior debet esse, vos pro mea summa et vobis cognita in re publica diligentia moneo, pro auctoritate consulari hortor, pro magnitudine periculi obtestor, ut otio, ut paci, ut saluti, ut vitae vestrae et ceterorum civium consulatis; deinde ego idem et defensoris et amici officio adductus oro atque obsecro, iudices, ut ne hominis miseri et cum corporis morbo tum animi dolore confecti, L. Murenae, recentem gratulationem nova lamentatione obruatis. Modo maximo beneficio populi Romani ornatus fortunatus videbatur, quod primus in familiam veterem, primus in municipium antiquissimum consulatum attulisset; nunc idem squalore et sordibus, confectus morbo, lacrimis ac maerore perditus vester est supplex, iudices, vestram fidem obtestatur, misericordiam implorat, vestram potestatem ac vestras opes intuetur. Nolite, per deos immortalis! iudices, hac eum cum re qua se honestiorem fore putavit etiam ceteris ante partis honestatibus atque omni dignitate fortunaque privare. Atque ita vos L. Murena, iudices, orat atque obsecrat, si iniuste neminem laesit, si nullius auris voluntatemve violavit, si nemini, ut levissime dicam, odio nec domi nec militiae fuit, sit apud vos modestiae locus, sit demissis hominibus perfugium, sit auxilium pudori
Per prima cosa, o giudici, per l'ossequio dovuto avanti ogni cosa alla patria, al di sopra della quale nulla dev'esserci per nessuno, io vi ammonisco in nome dell'appassionato mio fervore per essa che voi ben conoscete, io vi esorto, in nome della mia au torità consolare io vi supplico, in nome della vastità del pericolo, che provvediate alla tranquillità, alla pace, alla sicurezza, alla vita nostra e dell'intera città In omaggio, poi, al mio dovere di difensore e di ami co, io vi prego, o giudici, io vi scongiuro che non abbiate ad oscurare in questo infelice Murena, soffe rente per malattia e logorato dagli affanni, la recente glorificazione con una più recente cagione di compianto. Or ora, fregiato della massima distinzioni che il popolo romano può concedere, egli ci apparivi un favorito della fortuna, poiché per primo recava nella sua vecchia famiglia, per primo nel suo ani ini municipio, il titolo di console; ora, affranto nella desolazione e nel lutto, prostrato nella tristezza e nel, pianto, si appella, o giudici, alla fedeltà vostra, invoca la vostra pietà, innalza lo sguardo alla vostra autorità e al vostro soccorso. In nome degli dei immortali, non permettete, o giudici, che egli, perdendo quella da cui si lusingava di trarre più alto splendore dorè, sia ad un tempo spogliato di tutte le alte cariche che in precedenza conquistate, di ogni dignità, di ogni bene. Questo, o giudici, questo implora da voi Murena. S'egli non fece mai ingiusto male ad alcuno; se mai non ferì l'orecchio né forzò la volontà di chicchessia; se, in breve, non suscitò mai in alcuno, sia in patria che in guerra, sentimenti di odio; siate voi miti per lui, siate rifugio al suo animo accasciato, siate conforto alla sua onoratezza.
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Veteres philosophi fingunt qualis in beatorum insulis sit vita sapientium. Putant enim hos, omni cura liberatos, nullum necessarium vitae cultum requirentes, nihil aliud agere nisi ut omne tempus inquirendo ac discendo in naturae congnitione consumant. Nos autem non solum beatae vitae istam esse oblectationem videmus sed etiam levamentum miseriarum. Itaque multi, cum in potestate essent hostium aut tyrannorum, multi in exilio, dolorem suum doctrinae studiis levavetur. Princeps Athenarum Demetrius Phalereus, cum pulsus patria est Alexandriam se contulit. Ibi, cum in philosophia excelleret, multa praeclara in illo catamitoso otio scripsit, non ad usum aliquem suum, quo erat orbatus, sed quia animi cultus ille ei erat quasi quidam humanitatis cibus.
I filosofi antichi fingono (idealizzano) quale sia la vita dei sapienti nelle isole dei beati. Credono che questi infatti, liberati da tutte le preoccupazioni, non richiedendo nulla del necessario al culto della vita, non fanno null'altro che consumare tutto il tempo nella cognizione della natura interrogando o imparando. Ma noi non solo vediamo che questa vita beata è un piacere ma anche un sollievo dalle miserie. Così molti essendo in potere dei nemici o dei tiranni, molti sotto sorveglianza, molti in esilio, trovano sollievo al loro dolore con lo studio della dottrina. Il primo principe di Atene Demetrio Falerio, essendo stato espulso dalla patria per un'ingiuria, si trasferì ad Alessandria. Qui, poiche’ eccelleva nella filosofia, scrisse molte cose famose in quell'ozio disgraziato non per una sua qualche utilità, di cui era stato privato, ma poiche’ per lui la cura dell'animo era quasi una specie di alimento dell'umanità.
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Existit autem hoc loco quaedam quaestio subdifficilis, num quando amici novi, digni amicitia, veteribus sint anteponendi, ut equis vetulis teneros anteponere solemus. Indigna homine dubitatio! Non enim debent esse amicitiarum sicut aliarum rerum satietates; veterrima quaeque, ut ea vina, quae vetustatem ferunt, esse debet suavissima; verumque illud est, quod dicitur, multos modios salis simul edendos esse, ut amicitiae munus expletum sit. Novitates autem si spem adferunt, ut tamquam in herbis non fallacibus fructus appareat, non sunt illae quidem repudiandae, vetustas tamen suo loco conservanda; maxima est enim vis vetustatis et consuetudinis. Quin ipso equo, cuius modo feci mentionem, si nulla res impediat, nemo est, quin eo, quo consuevit, libentius utatur quam intractato et novo. Nec vero in hoc, quod est animal, sed in iis etiam, quae sunt inanima, consuetudo valet, quon locis ipsis delectemur, montuosis etiam et silvestribus, in quibus diutius commorati sumus.
Inoltre esiste, a questo punto, una questione alquanto difficile: se talora amici nuovi, degni d'amicizia, devono essere anteposti ai vecchi, come siamo soliti anteporre ai cavalli invecchiati quelli giovani. Dubbio indegno in un uomo! Infatti, non vi deve essere sazietà d'amicizie, come delle altre cose: le amicizie più antiche, come quei vini che resistono al tempo, devono essere piacevolissime ed è vero ciò che si dice, che si devono mangiare molti moggi di sale affinché sia completo il dono dell'amicizia. Inoltre, le nuove amicizie, se hanno la speranza di fruttificare, come, per così dire, v'è il frutto nelle erbe non fallaci, non si devono per niente ripudiare, ma le vecchie amicizie devono conservare il proprio posto. Le novità, se portano qualche speranza, così che già come in germogli non fallaci ne appaia il frutto, non sono davvero da respingersi; tuttavia, le vecchie amicizie son da mantenersi al loro posto: grandissima è in fatti la forza di una consuetudine antica. Anzi, quanto proprio al cavallo, di cui ho fatto or ora menzione, se niente lo impedisce, non v'è nessuno che non usi più volentieri quello a cui è avvezzo, che uno mai montato e nuovo. E non solo in questo che è un animale, ma pure in quelle cose che sono inanimate ha forza la consuetudine, tanto è vero che ci sono cari quei luoghi nei quali siamo stati a lungo, pur se sono montuosi e silvestri.
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Itaque hesterno die L. Flaccum et C. Pomptinum praetores, fortissimos atque amantissimos rei publicae viros, ad me vocavi, rem exposui, quid fieri placeret, ostendi. Illi autem, qui omnia de re publica praeclara atque egregia sentirent, sine recusatione ac sine ulla mora negotium susceperunt et, cum advesperasceret, occulte ad pontem Mulvium pervenerunt atque ibi in proximis villis ita bipertito fuerunt, ut Tiberis inter eos et pons interesset. Eodem autem et ipsi sine cuiusquam suspicione multos fortis viros eduxerant, et ego ex praefectura Reatina complures delectos adulescentes, quorum opera utor adsidue in rei publicae praesidio, cum gladiis miseram. Interim tertia fere vigilia exacta cum iam pontem Mulvium magno comitatu legati Allobrogum ingredi inciperent unaque Volturcius, fit in eos impetus; educuntur et ab illis gladii et a nostris. Res praetoribus erat nota solis, ignorabatur a ceteris. Tum interventu Pomptini atque Flacci pugna, quae erat commissa, sedatur. Litterae, quaecumque erant in eo comitatu, integris signis praetoribus tradunturipsi comprehensi ad me, cum iam dilucesceret, deducuntu
Così, ieri ho convocato i pretori Lucio Flacco e Caio Pomptino, uomini di provato valore e della massima devozione allo Stato. Ho esposto loro la situazione. Li ho messi al corrente del mio piano. Subito, senza indugio, senza alcuna obiezione, perché nutrono per lo Stato i sentimenti più nobili, hanno accettato l'incarico e, sul far della sera, si sono recati segretamente al ponte Milvio. Lì, nascondendosi nelle case vicine, si sono divisi in due gruppi in modo da avere in mezzo il Tevere e il ponte. Senza generare il minimo sospetto, avevano portato con sé molti uomini intrepidi ed io avevo inviato dalla prefettura di Rieti un gruppo di giovani armati, ragazzi scelti della cui opera mi avvalgo spesso per difendere lo stato. Erano quasi le tre del mattino, quand'ecco arrivare al ponte Milvio gli ambasciatori degli Allobrogi, con grande seguito, e Volturcio. Vengono subito attaccati. Da entrambe le parti si snudano le spade. Solo i pretori erano al corrente di tutta la vicenda, gli altri la ignoravano. Allora, per intervento di Pomptino e Flacco, cessa lo scontro . Tutte le lettere trovate in possesso degli uomini del seguito sono consegnate ai pretori con i sigilli intatti. Gli arrestati vengono condotti da me all'alba
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Vidimus tuam victoriam proeliorum exitu terminatam: gladium vagina vacuum in urbe non vidimus. Quos amisimus civis, eos Martis visperculit, non ira victoriae; ut dubitare debeat nemo quin multos, si fieriposset, C. Caesar ab inferis excitaret, quoniam ex eadem acie conservat quospotest. Alterius vero partis nihil amplius dicam quam (id quod omnesverebamur) nimis iracundam futuram fuisse victoriam. Quidam enim non modo armatis, sed interdum etiam otiosis minabantur; nec quid quisque sensisset, sed ubi fuisset cogitandum esse dicebant: ut mihi quidem videantur di immortales, etiam si poenas a populo Romano ob aliquod delictum expetiverunt, qui civile bellum tantum et tam luctuosum excitaverunt, vel placati iam vel satiati aliquando, omnem spem salutis ad clementiam victoris et sapientiam contulisse. Qua re gaude tuo isto tam excellenti bono, et fruere cum fortuna et gloria, tum etiam natura et moribus tuis: ex quo quidem maximus est fructus iucunditasque sapienti. Cetera cum tua recordabere, etsi persaepe virtuti, tamen plerumque felicitati tuae gratulabere: de nobis, quos in re publica tecum simul essevoluisti, quotiens cogitabis, totiens de maximis tuis beneficiis, totiens deincredibili liberalitate, totiens de singulari sapientia tua cogitabis
Abbiamo assistito alla tua vittoria, che non è andata oltre la fine dei combattimenti: a Roma non s'è vista una spada sguainata; ì concittadini che abbiamo perso li ha colpiti la furia di Marte, non l'ira di chi ha vinto, di modo che nessuno deve dubitare che C. Cesare se potesse richiamerebbe molte persone dall'aldilà poiché egli fa di tutto per graziare chi appartiene anche alla schiera nemica. Del partito avversario, invece, non posso dire altro se non che la sua vittoria sarebbe di fatto stata troppo violenta, ed era questo che temevamo. "Alcuni infatti minacciavano non soltanto chi era sceso in campo ma talvolta anche chi era al di sopra delle parti e sostenevano che bisognava considerare non quello che ciascuno pensava ma da quale parte stava; al punto che mi sembra proprio che gli dèi immortali - loro che hanno acceso una guerra civile così imponente e così sanguinosa -, anche se hanno voluto far pagare al popolo Romano il fio per qualche colpa, sia perché ormai placati sia perché finalmente soddisfatti, hanno riposto la speranza di salvezza nella saggia clemenza del vincitore Pertanto rallégrati per questa tua dote tanto insigne e godi della tua buona sorte e della tua gloria, come pure del tuo carattere e delle tue abitudini: proprio da ciò deriva a chi è saggio il più grande successo e la più grande felicità. Quando tu ricorderai le tue gesta, ti rallegrerai sì molte volte del tuo valore, ma più ancora della tua fortuna; tutte le volte che penserai a noi, che hai voluto che restassimo insieme a te a far parte della repubblica, penserai ogni volta al bene che hai fatto, alla tua incredibile generosità, alla tua singolare saggezza.