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Sed cum omnia ratione animoque lustraris, omnium societatum nulla est gravior, nulla carior quam ea, quae cum re publica est uni cuique nostrum. Cari sunt parentes, cari liberi, propinqui, familiares, sed omnes omnium caritates patria una complexa est, pro qua quis bonus dubitet mortem oppetere, si ei sit profuturus? Quo est detestabilior istorum immanitas, qui lacerarunt omni scelere patriam et in ea funditus delenda occupati et sunt et fuerunt. Sed si contentio quaedam et comparatio fiat, quibus plurimum tribuendum sit officii, principes sint patria et parentes, quorum beneficiis maximis obligati sumus proximi liberi totaque domus, quae spectat in nos solos neque aliud ullum potest habere perfugium, deinceps bene convenientes propinqui, quibuscum communis etiam fortuna plerumque est
Ma quando avrai ben considerato ogni cosa con la mente e col cuore, vedrai che fra tutte le forme di società la più importante e la più cara è quella che lega ciascuno di noi allo Stato. Cari sono i genitori, cari i figliuoli, cari i parenti e gli amici; ma la patria da sola comprende in sé tutti gli affetti di tutti. E quale buon cittadino esiterebbe ad affrontare la morte per lei, se il suo sacrifizio dovesse giovarle? Tanto più escerabile, dunque, è la crudeltà di codesti facinorosi che, con ogni sorta di scelleratezze, fecero strazio della loro patria, e a nient'altro furono e sono intenti che a distruggerla dalle fondamenta. Ma, se si vuole fare una gara e un confronto per sapere a chi dobbiamo rendere maggior ossequio, abbiano il primo posto la patria e i genitori, ai quali noi dobbiamo i più grandi benefici; vengano subito dopo i figliuoli e tutta la famiglia, che tiene fisso lo sguardo in noi soli e in noi soli trova il suo unico rifugio; seguano poi i parenti che sono in buona armonia con noi, i parenti coi quali noi abbiamo per lo più in comune anche la sorte
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Omnia sunt misera in bellis civilibus, sed nihil miserius et tristius quam ipsa victoria, quae, etiamsi ad meliores venit, eos ferociores et impotentiores reddere solet. Permulta enim victori, etiam invito, facienda sunt, quamvis multo atrociora quam in bello externo, ut arbitrio eorum, per quos vicit, faveat. Igitur, si fuit magni animi non esse supplicem victori, vide ne sit superbi animi aspernari eiusdem liberalitatem. Nunc, enim, nullus locus tibi dulcior esse debet patria, nec eam diligere minus debes, quod deformior est, sed misereri potius, nec eam, multis claris viris orbatam, privare etiam aspectu tuo. Si sapientis est carere patria potius quam arma contra cives capere, duri animi est diutius patriam non desiderare. Denique, si ista tibi vita commodior esse videtur, cogitandum est ut tutior etiam sit; tuum est igitur quam optime consulere et incolumitati et vitae tuae.
Tutte le cose sono penose nelle guerre civili, ma nulla è più penoso della stessa vittoria che, sebbene accada ai migliori, li rende più feroci e prepotenti: infatti dopo la vittoria, il vincitore Infatti il vincitore, anche contro voglia, deve compiere molte cose, per quanto molto più atroci che in una guerra esterna, per favorire l'arbitrio di coloro, per mezzo dei quali ha vinto. Dunque, se è stato tipico di un animo grande non essere supplichevole nei confronti del vincitore, bada che non sia tipico di un animo superbo disdegnare la liberalità dello stesso. Infatti, ora nessun luogo ti deve essere più piacevole della patria, e non devi amarla di meno per il fatto che è più deturpata, ma aver pietà, e non privarla, orfana di molti uomini illustri, anche del tuo sguardo. Se è proprio del saggio tenersi lontano dalla patria piuttosto che prendere le armi contro i concittadini, è proprio di un animo duro non sentire la mancanza della patria. Infine, se questa vita ti sembra essere più conveniente, si deve pensare che sia anche più sicura; dunque spetta a te provvedere nel modo migliore possibile sia alla tua incolumità sia alla tua vita.
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Est igitur, inquit Africanus, res publica res populi; populus autem non umnis hominum coetus quoquo modo congregatus, sed coetus multitudinis iuris consensu st utilitatis communione sociatus. Eius autem prima causa coeundi est non tam inbecillitas quam naturalis quaedam hominum quasi congregatio. Hi coetus igitur hac de qua eui causa instituti, sedem primum certo loco domiciliorum causa constituerunt; quam cum locis manuque saepsissent, eius modi coniunctionem tectorum oppidum vel urbem appellaverunt, delubris distinctam spatiisque communibus. Omnis ergo populus, qui est talis coetus multitudinis, omnis civitas, quae est constitutio populi, omnis res publica, quae ut dixi populi res est, consilio quodam regenda est, ut diuturna sit. Id autem consilium primum semper ad eam causam referendum est quae causa genuit civitatem
Dunque, disse l'Africano, la repubblica è la cosa del popolo: ora il popolo è non già ogni aggregazione di uomini messa insieme in qualunque modo, ma l'aggregazione di molte persone associate dalla comune coscienza giuridica e da comunanza di interessi. La prima causa di questa riunione è non tanto la debolezza quanto una naturale per dir così tendenza degli uomini ad associarsi. E quelle società, formatesi per le ragioni che ho già esposte, si scelsero dapprima una sede fissa per il loro domicilio e questo luogo, fortificato dalla loro arte e dalla natura e raggruppante insieme tutte le case, dopo averlo diviso con piazze e avervi costruiti i templi, chiamarono castello o città. Dunque ogni popolo, che è tale aggregazione di una massa, ogni stato, che è l’organizzazione del popolo, ogni repubblica, che, come ho detto, è la cosa del popolo, deve essere governata da un organo decisionale, affinché sia durevole. Questo potere in primo luogo deve essere riportato sempre a quella causa che ha generato lo stato. Quindi o bisogna attribuire il potere ad uno solo, o ad alcuni scelti, o il potere deve essere assunto dalla massa e da tutti. Perciò, quando l’insieme di tutti i poteri è nelle mani di uno solo, chiamiamo quell'uno re, e regno la forma di governo di quello stato, quando invece è nelle mani di persone scelte, allora quello stato si dice retto dalla volontà degli aristocratici. Invece è popolare quella forma di governo - così infatti la chiamano -, nella quale nel popolo risiedono tutti i poteri
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Omnia, quae a prudentibus per simlationem subabsurde falseque dicuntur, valde ridentur. Cum Nasica ad poetam Ennium venisset et ab ostio Ennium quaereret, ancilla dixit eum domi non esse; sed Nasica sensit illam domini iussu id dixisse et illum intus esse; paucis post diebus cum ad Nasicam venisset Ennius et eum ad ianuam quaereret, exclamavit Nasica se domi non esse; tum Ennius respondit: " Quid? ego non cogosco vocem tuam?" huic Nasica dixit: " Homo es impudens: ego, cum te quaererem, ancillae tuae credidi te domi non esse; tu mihi non credis ipsi?"
tutte le cose che sono considerate dai prudenti per simulazione assurde e false, sono fortemente derise. Quando una volta Nasica era andata dal poet Ennio la serva disse a lui che domandava che il padrone Ennio non era in casa. Nasica invece capì che quella aveva detto ciò per ordine del padrone e che lui era all'interno -della casa-. Dopo pochi giorni, quando Ennio era andato da Nasica e chiedeva di lui sulla porta, Nasica stesso esclamò che lui non era in casa. Allora Ennio -disse-: "E che? Io non conosco la tua voce?" Nasica -disse- a quello: "Sei un uomo impudente: io chiedendo di te alla tua serva ho creduto che tu non fossi a casa. Tu non credi a me in persona?
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Cum vagus et exsul erraret, atque, undique exclusus, Oppianicus in Falernum se ad Caium Quinctilium, veterem hospitem, recepisset, ibi primum in morbum incidit ac satis vehementer ac diu aegrotavit. Erat cum eo uxor Sassia, perdita ac scelesta femina, cum Statio Albio quodam colono et homine valenti adulterina consuetudine coniuncta. At Nicostratus, fidelis Oppianici servulus, percuriosus et minime mendax, omnia domino de adulterio renuntiavit. Tum Oppianicus, cum iam convalesceret neque in Falerno improbitatem coloni diutius toleraret, Romam perrexit(solebat enim extra portam parvas aedes conduca tenere). Ibi dicunt illum, cum homo infirma valetudine esset propter recentem morbum, ad urbem cum febri pervenisse et paucis diebus decessisse. Multi suspexerunt illam mortis rationem, nisi naturalem, domesticum intra parietes scelus indicavisse
Oppianico, vagando incerto ed esule e cacciato da tutte le parti, essendosi rifugiato nel Falerno da Caio Quintilio, antico ospite, dapprima cadde ammalato e piuttosto velocemente e a lungo rimase infermo. Era con lui sua moglie Sassia donna perduta e scellerata, unita da una relazione adulterina con un certo Stazio Albio, colono e uomo forte. Ma Nicostrato, fedele schiavetto di Oppianico, oltremodo curioso ed incapace di mentire, spifferò al padrone tutto sull' adulterio. Allora Oppianico, dato che cominciava a stare meglio e non sopportando più a lungo l' ingiuria del colono in Falerno, si recò a Roma ( era solito infatti tenere in affitto delle casette in periferia ). Li dicono che egli, essendo uomo indebolito a causa della recente malattia, arrivasse in città con la febbre e morisse dopo pochi giorni. Molti sospettarono che la causa di quella morte, se non fosse dovuta a cause naturali, testimoniasse un delitto compiuto fra le pareti di casa.