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Sed sic, Scipio, ut avus hic tuus, ut ego, qui te genui, iustitiam cole et pietatem, quae cum magna in parentibus et propinquis, tum in patria maxima est. Ea vita via est in caelum et in hunc coetum eorum, qui iam vixerunt et corpore laxati illum incolunt locum, quem vides’ (erat autem is splendidissimo candore inter flammas circus elucens), ‘quem vos, ut a Graiis accepistis, orbem lacteum nuncupatis.’ Ex quo omnia mihi contemplanti praeclara cetera et mirabilia videbantur. Erant autem eae stellae, quas numquam ex hoc loco vidimus, et eae magnitudines omnium, quas esse numquam suspicati sumus, ex quibus erat ea minima, quae, ultima a caelo, citima a terris, luce lucebat aliena. Stellarum autem globi terrae magnitudinem facile vincebant. Iam ipsa terra ita mihi parva visa est, ut me imperii nostri, quo quasi punctum eius attingimus, paeniteret.
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"Neque vero mihi quicquam" inquit "praestabilius videtur, quam posse dicendo tenere hominum mentis, adlicere voluntates, impellere quo velit, unde autem velit deducere: haec una res in omni libero populo maximeque in pacatis tranquillisque civitatibus praecipue semper floruit semperque dominata est. Quid enim est aut tam admirabile, quam ex infinita multitudine hominum exsistere unum, qui id, quod omnibus natura sit datum, vel solus vel cum perpaucis facere possit? Aut tam iucundum cognitu atque auditu, quam sapientibus sententiis gravibusque verbis ornata oratio et polita? aut tam potens tamque magnificum, quam populi motus, iudicum religiones, senatus gravitatem unius oratione converti? Quid tam porro regium, tam liberale, tam munificum quam opem ferre supplicibus, excitare afflictos, dare salutem, liberare periculis, retinere homines in civitate? Quid autem tam necessarium quam tenere semper arma, quibus vel tectus ipse esse possis vel provocare integer vel te ulcisci lacessitus? Age vero, ne semper forum subsellia rostra curiamque meditere, quid esse potest in otio aut iucundius aut magis proprium humanitatis quam sermo facetus ac nulla in re rudis? Hoc enim uno praestamus vel maxime feris, quod colloquimur inter nos et quod exprimere dicendo sensa possumus. 33. Quam ob rem quis hoc non iure miretur summeque in eo elaborandum esse arbitretur, ut, quo uno homines maxime bestiis praestent, in hoc hominibus ipsis antecellat?
Disse "Nulla, a mio parere, è più insigne della capacità di avvincere con la parola l'attenzione degli uomini, guadagnarne il consenso, spingerli a piacimento dovunque e da dovunque a piacimento distoglierli: questa sola capacità, ha sempre avuto importanza ed ? sempre prevalsa presso i popoli liberi e principalmente nelle comunità governate dalla pace e dall'ordine. Che cosa c'è, infatti, che desti altrettanta ammirazione del sorgere, in mezzo a una infinita moltitudine di uomini, di un individuo in grado di fare, lui solo o con pochissimi altri, ciò che per natura a tutti è concesso? Ovvero, tanto gradevole allo spirito e all'orecchio, quanto un discorso elegante e adorno di saggi pensieri e nobili parole? O, ancora, tanto possente e tanto splendido quanto il fatto che il discorso di un solo uomo riesca a modificare le passioni del popolo, gli scrupoli dei giudici, l'inflessibilità del senato? Che cosa c'è inoltre di altrettanto regale, nobile, generoso del prestare soccorso ai supplici, del risollevare gli afflitti, del salvare delle vite, dell'affrancare dai pericoli, del sottrarre all'esilio i concittadini? E che c'è? di altrettanto indispensabile del disporre costantemente di armi con cui poter proteggersi, o sfidare i malvagi, o vendicarsi se provocati? Ma non pensiamo sempre al foro, ai tribunali, ai rostri o alla curia: che cosa ci può essere di più piacevole nel tempo libero o di più? peculiare di una persona colta di un conversare garbato ed elegante sotto tutti gli aspetti? Perchè? proprio per questa ragione noi siamo incomparabilmente superiori alle bestie: in quanto discorriamo tra di noi e possiamo esprimere a parole i nostri pensieri. E allora, chi negher? la: giusta ammirazione a questa capacità?, chi dubiterà? di dover riservare a essa il massimo sforzo, onde eccellere fra gli uomini stessi proprio in quella facoltà? in virtù? della quale principalmente l'umanità? sopravvanza le bestie?
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Defendo multos mortalis, multas civitates, provinciam Siciliam totam; quam ob rem, quia mihi unus est accusandus, prope modum manere in instituto meo videor et non omnino a defendendis hominibus sublevandisque discedere. quodsi hanc causam tam idoneam, tam inlustrem, tam gravem non haberem, -- si aut hoc a me Siculi non petissent aut mihi cum Siculis causa tantae necessitudinis non intercederet, et hoc quod facio me rei publicae causa facere profiterer, ut homo singulari cupiditate, audacia, scelere praeditus, cuius furta atque flagitia non in Sicilia solum, sed in Achaia, Asia, Cilicia, Pamphylia, Romae denique ante oculos omnium maxima turpissimaque nossemus, me agente in iudicium vocaretur, -quis tandem esset qui meum factum aut consilium posset reprehendere? Quid est, pro deum hominumque fidem, in quo ego rei publicae plus hoc tempore prodesse possim? quid est quod aut populo Romano gratius esse debeat, aut sociis exterisque nationibus optatius esse possit, aut saluti fortunisque omnium magis accommodatum sit? populatae, vexatae, funditus eversae provinciae, socii stipendiariique populi Romani adflicti, miseri, iam non salutis spem sed solacium exiti quaerunt.
Difendo molti uomini, molte città, l'intera Sicilia perciò dato che devo accusare una persona sola, mi sembra quasi di rimanere fedele alla linea di condotta che mi sono prefisso e non discostarmi affatto dal difendere e aiutare la gente. E se anche non avessi una causa così giusta, così onorevole, così importante - se non me lo avessero chiesto i Siciliani o se fra me e i Siciliani non esistesse una relazione tanto stretta, se ammettessi di compiere questo atto nell'interesse dello stato, allo scopo che sia processato per mia iniziativa un uomo di una cupidigia, impudenza e criminalità uniche, un uomo di cui abbiamo conosciuto furti e nefandezze eccezionalmente gravi e vergognose non solo in Sicilia, ma in Acaia, in Asia, in Cilicia, in Panfilia, perfino a Roma dinanzi agli occhi di tutti - chi vi sarebbe mai che potrebbe biasimare la mia condotta o la mia decisione? Quale cosa vi é, per la fede degli dei e degli uomini in cui io possa in questo tempo giovare di più alla repubblica? Qual cosa vi é, che o al popolo Romano debba essere più grata, o possa essere più desiderabile per gli alleati e per le estere nazioni, o più conforme alla salvezza ed alle sostanze di tutti? Provincie saccheggiate, tiranneggiate, distrutte, alleati e tributari del popolo Romano abbattuti, infelici, chiedono non già la speranza della salvezza, ma il conforto della loro rovina
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Non dobbiamo temere la morte versione latino Cicerone
Quae cum ita sint magna eloquentia est utendum ut homines mortem vel optare incipiant vel certe timere desistant. Nam si supremus ille dies ...
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Cum ignoratione rerum bonarum et malarum maxime hominum vita vexetur, ob eumque errorem et voluptatibus maximis saepe priventur et durissimis animi doloribus torqueantur, sapientia est adhibenda, quae et terroribus cupiditatibusque detractis et omnium falsarum opinionum temeritate derepta certissimam se nobis ducem praebeat ad voluptatem. sapientia enim est una, quae maestitiam pellat ex animis, quae nos exhorrescere metu non sinat. qua praeceptrice in tranquillitate vivi potest omnium cupiditatum ardore restincto. cupiditates enim sunt insatiabiles, quae non modo singulos homines, sed universas familias evertunt, totam etiam labefactant saepe rem publicam. Ex cupiditatibus odia, discidia, discordiae, seditiones, bella nascuntur, nec eae se foris solum iactant nec tantum in alios caeco impetu incurrunt, sed intus etiam in animis inclusae inter se dissident atque discordant, ex quo vitam amarissimam necesse est effici, ut sapiens solum amputata circumcisaque inanitate omni et errore naturae finibus contentus sine aegritudine possit et sine metu vivere
Poichè l'esistenza umana è tormentata soprattutto a causa dell'ignoranza del Bene e del Male, e (appunto) a causa di tale errore (gli uomini) spesso sono privati dei più grandi piaceri e sono angustiati dai più insopportabili dolori dell'animo, bisogna dei più grandi piaceri e sono angustiati dai più insopportabili dolori dell'animo, ricorrere alla filosofia la quale strappati via i terrori e i desideri smodati e annullata la sconsideratezza di tutte le false opinioni ci si mostra come la più certa guida verso il piacere La filosofia, infatti, è l'unica a scacciare dagli animi la tristezza, a non permettere che noi inorridiamo per il terrore. Sotto la sua guida, e una volta spento l'ardore di qualsivoglia cattivo desiderio, è possibile vivere in tranquillità. Insaziabili sono, infatti, le cupidigie: esse non solo minano i singoli uomini, ma scompaginano intere famiglie, e spesso anche sovvertono l'intera comunità statale. Dai desideri smodati vengono fuori odi, divisioni, discordie, sedizioni, guerre: né tali (desideri) si limitano ad agitarsi solo all'esterno, o a colpire con cieco impeto solo gli altri (individui), ma covate all'interno degli animi si scontrano e si dibattono tra loro da qui è necessario (=ne consegue) che la vita diventa insopportabilmente amara, tale che il filosofo + l'unico che possa vivere senza dolore e senza timore, poiché ha scongiurato ed eliminato ogni vanità ed errore, e si accontenta dei limiti imposti della natura.
Traduzione numero 2
Poiché la vita degli uomini è vessata soprattutto dall'ignoranza delle cose buone e cattive, bisogna applicare la saggezza, che, tolte le paure e i piaceri e levate via tutte le false opinioni, si offra a noi come guida verso la felicità. La saggezza, infatti, è l'unica cosa che scaccia la mestizia dagli animi, che non ci lascia tremare di paura, sotto la cui guida possiamo vivere in tranquillità, estinto l'ardore di tutti i piaceri. I piaceri infatti sono insaziabili, che annientano non solo i singoli uomini, ma le intere famiglie, spesso indeboliscono anche tutto lo Stato. Dai piaceri nascono gli odi, le scissioni, le discordie, le sedizioni, le guerre, né essi si scagliano solo contro altri, ma anche, rinchiusi negli animi, si scontrano e discordano tra loro. Per questo ne consegue che solo il saggio, troncata ed eliminata ogni vanità ed errore, soddisfatto dei limiti della natura, possa vivere senza dolore e senza timore.