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Marcellus cum tam praeclaram urbem vi copiisque cepisset, non putavit ad laudem populi Romani hoc pertinere, hanc pulchritudinem, ex qua praesertim periculi nihil ostenderetur, delere et exstinguere. Itaque aedificiis omnibus, publicis privatis, sacris profanis, sic pepercit quasi ad ea defendenda cum exercitu, non oppugnanda venisset. In ornatu urbis habuit victoriae rationem, habuit humanitatis; victoriae putabat esse multa Romam deportare quae ornamento urbi esse possent, humanitatis non plane exspoliare urbem, praesertim quam conservare voluisset. In hac partitione ornatus non plus victoria Marcelli populo Romano adpetivit quam humanitas Syracusanis reservavit. Romam quae adportata sunt, ad aedem Honoris et Virtutis itemque aliis in locis videmus. Nihil in aedibus, nihil in hortis posuit, nihil in suburbano; putavit, si urbis ornamenta domum suam non contulisset, domum suam ornamento urbi futuram.
Marcello dopo aver conquistato con la forza delle armi questa città – la più bella e la più rinomata di (tutte le città) greche – egli non pensò che potesse giovare al buon nome del popolo romano radere al suolo una tale bellezza, tanto più (che) da essa non proveniva alcun pericolo. Pertanto, risparmiò tutti gli edifici – pubblici e privati, sacri e profani – tale da dare quasi l’impressione d’essere giunto (in quella regione) per difendere quella città, e non già per conquistarla. Nella spartizione del bottino, la (sua) vittoria non fece guadagnare al popolo romano più di quanto (non) tenne in serbo per i Siracusani, in termini di umanità. Gli oggetti che furono traslati a Roma, ora li vediamo nel tempio degli (dèi) Onore e Virtù. Nulla (di tali oggetti, Marcello) pose nelle (proprie) dimore o nei (propri) giardini.
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Nec solum ab optimis studiis excellentes viri deterriti non sunt, sed ne opifices quidem se ab artibus suis removerunt, qui aut Ialysi, quem Rhodi vidimus, non potuerunt aut Coae Veneris pulchritudinem imitari, nec simulacro Iovis Olympii aut doryphori statua deterriti reliqui minus experti sunt quid efficere aut quo progredi possent; quorum tanta multitudo fuit, tanta in suo cuiusque genere laus, ut, cum summa miraremur, inferiora tamen probaremus. In oratoribus vero, Graecis quidem, admirabile est quantum inter omnis unus excellat; ac tamen, cum esset Demosthenes, multi oratores magni et clari fuerunt et antea fuerant nec postea defecerunt. Qua re non est cur eorum qui se studio eloquentiae dediderunt spes infringatur aut languescat industria; nam neque illud ipsum quod est optimum desperandum est et in praestantibus rebus magna sunt ea quae sunt optimis proxima. Atque ego in summo oratore fingendo talem informabo qualis fortasse nemo fuit.
E non soltanto gli uomini eccellenti non si fanno scoraggiare dal praticare gli studi più nobili, ma neppure gli artigiani si fanno distogliere dalle proprie arti, pur non potendo imitare né la bellezza dell'opera di Ialiso, che ammiriamo a Rodi, né quella della Venere di Coo, così come gli altri, pur scoraggiati dall'immagine di Giove Olimpio o dalla statua del doriforo, non per questo non si cimentano nel tentativo di realizzare un'opera o di perfezionarsi; tanto nutrito è stato il novero di tali artisti, e tanto grandi gli elogi ricevuti da ognuno nel proprio campo, che, per quanto si ammirino le opere più eccelse, si apprezzano ugualmente quelle di fattura inferiore. Fra gli oratori, però, quelli greci intendo, è notevole quanto uno solo spicchi in mezzo a tutti; e tuttavia, all'epoca di Demostene, ci furono molti altri oratori grandi e famosi, come ce n'erano stati prima e non ne mancarono in seguito. Per questo non c'è ragione per cui debba dissolversi la speranza e infiacchirsi l'impegno di chi si è dedicato allo studio dell'eloquenza; infatti, non bisogna disperare di poter uguagliare persino ciò che è perfetto, e fra le opere illustri sono grandi quelle che si avvicinano alla perfezione. Ed io, nell'immaginare l'oratore supremo, ne plasmerò uno tale quale forse nessuno è mai stato.
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Ad hominum commoditates et usus tantam rerum ubertatem natura largita est, ut ea, quae gignuntur, donata consulto nobis, non fortuito nata videantur, nec solum ea quae frugibus atque bacis terrae fetu profunduntur, sed etiam pecudes, cum perspicuum sit plerasque esse ad usum hominum, partim ad fructum, partim ad vescendum, procreatas. Artes vero innumerabiles repertae sunt, docente natura, quam imitata ratio res ad vitam necessarias sollerter consecuta est. Ipsum autem hominem eadem natura non solum celeritate mentis ornavit sed et sensus tamquam satellites attribuit ac nuntios, et rerum plurimarum obscuras nec satis intellegentias enodavit, quasi fundamenta quaedam scientiae, figuramque corporis habilem et aptam ingenio humano dedit. Nam cum ceteras animantes abiecisset ad pastum, solum hominem erexit et ad caeli quasi cognationis domiciliique pristini conspectum excitavit, tum speciem ita formavit oris, ut in ea penitus reconditos mores effingeret. Nam et oculi nimis argute quem ad modum animo affecti simus, loquuntur et is qui appellatur vultus, qui nullo in animante esse praeter hominem potest, indicat mores
La natura ha elargito tanta larghezza di risorse per i vantaggi e le necessità degli uomini, che sembra che le cose che nascono ci siano state donate di proposito, non che siano nate per caso, e non soltanto le cose che vengono profuse dal parto della terra con le messi e i frutti, ma anche gli animali essendo evidente che la maggior parte è stata creata per l’uso degli uomini, in parte per produrre frutto, in parte per cibarsene Ed anche innumerevoli procedimenti tecnici, furono escogitati grazie agli insegnamenti della natura; la ragione, imitandola attivamente, ottenne le cose necessarie alla vita. La stessa natura poi fornì all'uomo non soltanto l'agilità del pensiero, ma gli attribuì i sensi quasi come guide e messaggeri ed abbozzò la comprensione di moltissime cose, ancora oscura e non sufficientemente sviluppata, quasi come base della conoscenza, e gli diede una figura fisica flessibile e corrispondente all'umano ingegno. Avendo infatti tenuto gli altri animali rivolti in basso per cibarsi, soltanto all'uomo diede la posizione eretta e lo spinse quasi alla contemplazione del cielo, della sua parentela e della sua sede originaria; fu allora che ne conformò l'aspetto del volto, in modo tale da riprodurre l'abito morale riposto nel suo interno. Infatti gli occhi assai espressivi rivelano quali siano i sentimenti dell'animo, e quello che si chiama volto, che non può esistere in nessun essere vivente se non nell'uomo, indica il carattere
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Statim complures cum telis in hunc faciunt de loco superiore impetum: adversi raedarium occidunt. Cum autem hic de raeda reiecta paenula desiluisset, seque acri animo defenderet, illi qui erant cum Clodio, gladiis eductis, partim recurrere ad raedam, ut a tergo Milonem adorirentur; partim, quod hunc iam interfectum putarent, caedere incipiunt eius servos, qui post erant: Ex quibus qui animo fideli in dominum et praesenti fuerunt, partim occisi sunt, partim, cum ad raedam pugnari viderent, domino succurrere prohiberentur, Milonem occisum et ex ipso Clodio audirent et re vera putarent, fecerunt id servi Milonis--dicam enim aperte, non derivandi criminis causa, sed ut factum est--nec imperante nec sciente nec praesente domino, quod suos quisque servos in tali re facere voluisset.
immediatamente da una collinetta parecchi uomini armati di pugnale si slanciano contro di lui; altri, attaccando di fronte uccidono il conducente del carro. Milone, allora, gettato dietro le spalle il mantello, salta giù dalla vettura e si difende accanitamente; quelli che stavano con Clodio, sguainate le spade, in parte tornano di corsa alla carrozza per assalire Milone alle spalle, altri, invece, poiché lo credevano già morto, incominciano ad ammazzare i suoi schiavi, che chiudevano la fila. E di costoro, che erano stati d'animo coraggioso e fedele nei confronti del padrone, una parte fu trucidata; altri, invece, vedendo che era scoppiata una rissa intorno al carro, ma si impediva loro di portare aiuto al loro signore, convinti che Milone fosse stato ucciso davvero - lo avevano sentito dire da Clodio in persona -, questi servi di Milone dunque, (parlerò in tutta franchezza, non per eludere l'accusa, ma secondo i fatti), senza che il padrone lo ordinasse, senza che fosse presente, senza che lo sapesse, fecero quanto ciascuno avrebbe desiderato dai suoi uomini in una simile circostanza.
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Quae cum ita sint, iudices, primum rei publicae causa, qua nulla res cuiquam potior debet esse, vos pro mea summa et vobis cognita in re publica diligentia moneo, pro auctoritate consulari hortor, pro magnitudine periculi obtestor, ut otio, ut paci, ut saluti, ut vitae vestrae et ceterorum civium consulatis; deinde ego idem et defensoris et amici officio adductus oro atque obsecro, iudices, ut ne hominis miseri et cum corporis morbo tum animi dolore confecti, L. Murenae, recentem gratulationem nova lamentatione obruatis. Modo maximo beneficio populi Romani ornatus fortunatus videbatur, quod primus in familiam veterem, primus in municipium antiquissimum consulatum attulisset; nunc idem squalore et sordibus, confectus morbo, lacrimis ac maerore perditus vester est supplex, iudices, vestram fidem obtestatur, misericordiam implorat, vestram potestatem ac vestras opes intuetur. Nolite, per deos immortalis! iudices, hac eum cum re qua se honestiorem fore putavit etiam ceteris ante partis honestatibus atque omni dignitate fortunaque privare. Atque ita vos L. Murena, iudices, orat atque obsecrat, si iniuste neminem laesit, si nullius auris voluntatemve violavit, si nemini, ut levissime dicam, odio nec domi nec militiae fuit, sit apud vos modestiae locus, sit demissis hominibus perfugium, sit auxilium pudori
Di fronte a tutto ciò, o giudici, per l'ossequio dovuto avanti ogni cosa alla patria, al di sopra della quale nulla dev'esserci per nessuno, io vi ammonisco in nome dell'appassionato mio fervore per essa che voi ben conoscete, io vi esorto, in nome della mia au torità consolare io vi supplico, in nome della vastità del pericolo, che provvediate alla tranquillità, alla pace, alla sicurezza, alla vita nostra e dell'intera città In omaggio, poi, al mio dovere di difensore e di ami co, io vi prego, o giudici, io vi scongiuro che non abbiate ad oscurare in questo infelice Murena, soffe rente per malattia e logorato dagli affanni, la recente glorificazione con una più recente cagione di compianto. Or ora, fregiato della massima distinzioni che il popolo romano può concedere, egli ci apparivi un favorito della fortuna, poiché per primo recava nella sua vecchia famiglia, per primo nel suo ani ini municipio, il titolo di console; ora, affranto nella desolazione e nel lutto, prostrato nella tristezza e nel, pianto, si appella, o giudici, alla fedeltà vostra, invoca la vostra pietà, innalza lo sguardo alla vostra autorità e al vostro soccorso. In nome degli dei immortali, non permettete, o giudici, che egli, perdendo quella da cui si lusingava di trarre più alto splendore dorè, sia ad un tempo spogliato di tutte le alte cariche che in precedenza conquistate, di ogni dignità, di ogni bene. Questo, o giudici, questo implora da voi Murena. S'egli non fece mai ingiusto male ad alcuno; se mai non ferì l'orecchio né forzò la volontà di chicchessia; se, in breve, non suscitò mai in alcuno, sia in patria che in guerra, sentimenti di odio; siate voi miti per lui, siate rifugio al suo animo accasciato, siate conforto alla sua onoratezza.