- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 2
Intellegi necesse est in ipsis rebus, quae discuntur et cognoscuntur, invitamenta inesse, quibus ad discendum cognoscendumque moveamur. Ac veteres quidem philosophi in beatorum insulis fingunt qualis futura sit vita sapientium, quos cura omni liberatos, nullum necessarium vitae cultum aut paratum requirentes, nihil aliud acturos putant, nisi ut omne tempus inquirendo ac discendo in naturae cognitione consumant Nos autem non solum beatae vitae istam esse oblectationem videmus, sed etiam levamentum miseriarum. Itaque multi, cum in potestate essent hostium aut tyrannorum, multi in custodia, multi in exilio, dolorem suum doctrinae studiis levarunt. Phalereus Demetrius, princeps suae civitatis, cum patria pulsus esset iniuria, ad Ptolemaeum regem Alexandriam se contulit. Qui, cum philosophi excelleret, multa praeclara in ilio calamitoso otio scripsit,
E'necessario capire che in quelle cose che si imparano e si conoscono ci sono attrattive da cui siamo spinti ad imparare e conoscere. I filosofi antichi fingono (idealizzano) quale sia la vita dei sapienti nelle isole dei beati. Credono che questi infatti, liberati da tutte le preoccupazioni, non richiedendo nulla del necessario al culto della vita, non fanno null'altro che consumare tutto il tempo nella cognizione della natura interrogando o imparando. Ma noi non solo vediamo che questa vita beata è un piacere ma anche un sollievo dalle miserie. Così molti essendo in potere dei nemici o dei tiranni, molti sotto sorveglianza, molti in esilio, trovano sollievo al loro dolore con lo studio della dottrina. Il primo principe di Atene Demetrio Falerio, essendo stato espulso dalla patria per un'ingiuria, si trasferì ad Alessandria. Qui, poiche’ eccelleva nella filosofia, scrisse molte cose famose in quell'ozio disgraziato non per una sua qualche utilità, di cui era stato privato, ma poiche’ per lui la cura dell'animo era quasi una specie di alimento dell'umanità.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 2
Inizio: Cum pateat igitur aeternum id esse, quod a se ipso moveatur, Fine: locum nisi multis exagitati saeculis revertuntur.
Quindi è evidente che è eterno ciò che si muove da solo (da se stetto), chi c'è che possa affermare che una tale natura è attribuibile alle anime? Infatti risulta inanimato tutto ciò che è messo in movimento da un impulso esterno; invece ciò che è un essere animato, questo è stimolato dal suo e proprio movimento interiore; infatti è questa la natura intrinseca e l'essenza dell'anima; e se quest'anima è la sola tra tutte a muoversi da sé, certamente non è nata ed è eterna. E tu esercitala nelle più nobili occupazioni! Inoltre le occupazioni più nobili riguardano il bene della patria, e la tua anima stimolata ed esercitata da esse, volerà più rapidamente verso questa sede e dimora a lei propria; e lo farà con velocità ancor maggiore, se, già da quando si troverà chiusa nel corpo, si eleverà al di fuori e, mediante la contemplazione della realtà esterna, si distaccherà il più possibile dal corpo. Certamente l'anima di coloro che si sono dati ai piaceri del corpo, che si sono offerti, per così dire, come loro intermediarii e che hanno violato le leggi divine e umane sotto la spinta delle passioni schiave dei piaceri, dopo aver abbandonato il corpo, (l'anima) si aggira in volo attorno alla terra, e non ritorna in questo luogo, se non dopo aver vagato tra i tormenti per molte generazioni
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 2
Inizio: Si te dolor aliqui corporis ... Fine: qui gladiatores contempseris?
Se è stato un qualche male fisico o un'infermità del tuo stato di salute a trattenerti dal venire ai giochi, lo attribuisco più alla buona sorte che alla tua saggezza; se invece hai ritenuto di dover disdegnare quelle manifestazioni che altre persone ammirano e in ogni caso non sei voluto venire, mi compiaccio per due motivi, sia perché tu non hai avuto malesseri fisici, sia perché godi di buone condizioni psichiche, dal momento che hai trascurato quegli spettacoli che altri apprezzano senza motivo. Io invece ero costretto a dovermi sorbire tutti i programmi che Sp. Mecio aveva allestito. Dapprima, a titolo d'onore, erano ritornati in scena coloro che invece ritenevo che dovessero abbandonare la scena per una questione di riguardo. Cos'altro posso raccontarti? In effetti hai avuto esperienza di altri spettacoli, che neppure hanno avuto quel tanto di attrattiva che sono soliti possedere i giochi scarso valore. Infatti la vista dell'eccessivo apparato di gala toglieva tutto il divertimento; in effetti quale ilarità possono suscitare seicento muli in "Clitennestra" o nel "Cavallo di Troia" tremila crateri (grandi vasi per il vino) o diverse armature di fanteria e di cavalleria in qualche gara di combattimento? Questi spettacoli che hanno suscitato ammirazione da parte della popolazione, non avrebbero destatto in te alcun divertimento. In effetti non ritengo che tu abbia sentito la mancanza dei giochi greci o delle Atellane (farse osche), soprattutto perché tu sei in grado di assistere alle Atellane anche nel tuo senato, ed i giochi greci li detesti a un punto tale che non hai neppure l'abitudine di raggiungere la tua villa per mezzo della via Greca. Infatti potrei ritenere io che possa sentire la mancanza delle gare di atletica proprio tu che disprezzi quelle dei gladiatori?
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 2
Inizio: Homines, qui sunt ex terra primitus nati, ...Fine: res publica orta est.
Gli uomini, che all'inizio nacquero dalla terra, conducendo una vita vagabonda peri boschi e per i campi, non erano uniti da vincolo alcuno di diritto o di leggi. Poiché non avevano dimore, avevano al posto dei giacigli delle fronde, per case spelonche ed antri, erano preda di animali e di bestie (feroci) assai forti. Allora quelli che erano sfuggiti o avevano evitato di essere dilaniati dalle fiere corsero verso altri uomini, implorarono protezione e in principio con cenni (infatti ancora non conoscevano le parole) espressero la loro intenzione, poi sperimentarono i primi passi di un discorso. Ma quando videro che neppure l'aggregazione di una folla era sicura contro le fiere, cominciarono a munire con fortificazioni villaggi e città per respingere gli assalti degli animali feroci non con le armi ma con baluardi. Alla fine, quando si diedero leggi, sorse lo Stato.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 2
Verum est quod in Andria Terentius dicit: "Obsequium amicos, veritas odium parit". Molesta veritas est, quoniam ex ea nascitur odium, quod est venenum amicitiae, sed obsequium multo molestius est. Maxima autem culpa est in eo qui et veritatem aspernatur et in fraudem obsequio impellitur. Omni igitur hac in re habenda ratio et diligentia est, primum ut monitio acerbitate, deinde ut obiurgatio contumelia careat: in obsequio autem- quoniam hoc Terentiano verbo libenter utimur comitas adsit; adsentatio, vitiorum adiutrix, procul amoveatur, quae non modo amico, sed ne libero quidem digna est. Aliter enim cum tyranno, aliter cum amico vivitur. Qui autem aures clausas habet, nihil veri ab amico auditurus, huius salus desperanda est. Ut igitur et monere et moneri proprium est verae amicitiae et alterum libere facere, non aspere, alterum patienter accipere, non repugnanter, sic abendum est nullam in amicitiis pestem esse maiorem quam adulationem, blanditiam, adsentationem. Cum autem omnium rerum simulatio vitiosa est, quia tollit iudicium veri idque adulterat, tum amicitiae repugnat maxime: delet enim veritatem, sine qua nomen amicitiae valere non potest.
Traduzione n. 1
E ’ vero ciò che nell’Andria dice Terenzio: la compiacenza genera amici la verità odio. Fastidiosa è la verità, perché da essa scaturisce l’odio, che è il veleno dell’amicizia, ma la compiacenza è molto più fastidiosa, poiché indulgendo ai difetti permette che l’amico venga portato alla rovina. Gravissima colpa poi è in colui che disprezza sia la verità sia è spinto dalla compiacenza alla frode. Quindi in tutto questo bisogna avere intelligenza ed attenzione, prima di tutto affinché l’ammonimento sia privo di asprezza, poi il rimprovero di offesa: nella compiacenza poi, poiché volentieri faccio uso del termine di Terenzio, è presente l’affabilità; l’adulazione, complice dei vizi, si tenga lontano, la quale non è degna non solo di un amico, ma anche di un uomo libero. Infatti altro è vivere con un tiranno, altro con un amico. Chi poi ha le orecchie chiuse, niente di vero sarà disposto ad ascoltare dall’amico, bisogna disperare la salvezza di costui. Come è dunque anche proprio della vera amicizia sia ammonire sia essere ammoniti e altra cosa volentieri fare, non aspramente, altra cosa pazientemente ricevere, non di malavoglia, così bisogna allontanare che non ci sia alcuna rovina negli amici peggiore quanto l’adulazione, la blandizia, la compiacenza. Dal momento che la simulazione è dannosa di tutte le cose, poiché porta via il giudizio del vero e lo altera, allora è soprattutto incompatibile con l’amicizia: infatti annienta la verità, senza la quale il nome di amicizia non può avere validità.
traduzione n. 2
E' vero ciò che Terenzio afferma (dice) nell'Andria L'ossequio partorisce amici la verità odio. La verità è molesta se da lei nasce l'odio che è veleno dell'amicizia; ma la compiacenza ossequiosa e molto più moltesta (infausta) grandissima è poi la colpa di colui che disprezza la verità ed è spinto all'inganno dalla compiacenza. Si deve dunque in tutto questo affare usar accortezza e garbo prima perché l'ammonimento sia senza asprezza poi perché il rimprovero sia senza offesa; e semmai nell'«ossequio» (uso volentieri la parola terenziana) ci sia della gentilezza non però dell'adulazione che non solo non è degna di un amico ma neppure di un libero; in un modo infatti si vive con un tiranno in un altro con un amico. Quello che ha infatti ha orecchie (così) chiuse da udire il vero da un amico costui non si può sperare di salvarlo, Come dunque è proprio della vera amicizia e ammonire ed essere ammoniti; e l'una cosa fare francamente non aspramente l'altra accoglierla pazientemente non dispettosamente; così si deve ritenere che non c'è peste maggiore nelle amicizie che l'adulazione la cortigianeria la piaggeria. E come poi la simulazione è in ogni cosa colpevole (toglie difatti il discernimento del vero e lo adultera) così specialmente fa a pugni coll'amicizia: distrugge infatti la verità e senza essa non può aver valore il nome d'amicizia.