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Inizio: Neque hac nos patria lege genuit aut educavit ut nulla quasi alimenta exspectaret a nobis, ac tantummodo Fine: cum ipsi auxilium ferre, si cupiant, non queant.
Non solo ci ha generato o educato la patria a patto in modo tale da non aspettarsi in futuro da noi, per così dire, i risultati, e anzi asservita solamente ai nostri interessi da fornire un rifugio sicuro al nostro riposo, ma per riservarsi a proprio vantaggio le forze più valide e eccellenti del nostro spirito, del nostro ingegno e della nostra esperienza, al fine di concederci soltanto per nostro uso privato, quanto alla stessa potesse eccedere. Anche quelle giustificazioni che essi adducono come pretesto, per usufruire più facilmente dell'inattività, sono da ignorare completamente, proprio quando asseriscono che accedano alle cariche pubbliche per lo più uomini privi di qualsiasi pregio, con i quali sarebbe squallido operare un raffronto, e che inoltre scontrarsi con il volgo specialmente se eccitato sarebbe abietto e pericoloso. Per questo motivo non è proprio del saggio né assumersi (le redini) il governo dello stato, non potendo frenare i folli e indomabili impeti del popolo, né (è proprio) dell'uomo libero, combattendo contro avversari crudeli e corrotti, o subire l'offesa delle ingiurie o per i saggio aspettarsi offese; intollerabili; come se per i buoni e per i forti e per coloro che sono dotati di un grande animo non vi sia alcun motivo più giusto di dedicarsi allo stato di quello di non sottomettersi ai disonesti, né tollerare che lo stato sia dilaniato dagli stessi, mentre essi non possono portargli aiuto (allo Stato) se lo desiderano.
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Inizio: Venisti, Catilina, paulo ante in senatum. Fine: etiam si vim adhibere non possit?
Catilina, poco fa, sei giunto in senato. Chi fra i senatori, chi fra i tuoi numerosi amici e parenti ti ha rivolto il saluto? Se questo, a memoria d'uomo, non è mai toccato a nessuno, ti aspetti ingiurie fatte a voce, quando sei già schiacciato dal gravissimo giudizio del silenzio? Se i miei servi, parola mia, mi temessero tanto quanto hanno paura di te i tuoi concittadini, riterrei di dover abbandonare la mia casa: e tu, di grazia, non giudichi doveroso da parte tua allontanarti da Roma? E se mi accorgessi di essere gravemente sospettato e disprezzato dai miei concittadini, preferirei sottrarmi alla loro vista piuttosto che essere oggetto degli sguardi ostili di tutti: e tu invece esiti a sottrarti alla vista, alla presenza di chi ferisci nella mente e nel cuore? Se i tuoi genitori provassero paura di te e ti odiassero, se tu non potessi in alcun modo riconciliarti con loro, come presumo, scompariresti in qualche luogo lontano dalla loro vista. In questo momento la patria, che è madre comune di tutti noi, ti odia e ti teme: e tu non rispetterai la sua autorità, non ti adatterai al suo giudizio, né avrai paura della sua forza? Oh Catilina, così la patria ti presenta il conto ed in certo qual modo senza bisogno di parole ti accusa: "Da alcuni anni ormai nessun crimine è avvenuto se non per causa tua, e nessuno scandalo senza la tua partecipazione. Perciò vattene via e liberami da questa paura; per non esserne schiacciata, se ciò corrisponde a verità, o per smettere una buona volta di avere paura, se invece ciò è infondato!". Se la patria, come ho detto, ti parlasse così, non dovrebbe ottenere forse l'avverarsi delle sue aspirazioni, anche se non potesse ricorrere alla forza?
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Alexandro Babylone mortuo cum regna singulis familiaribus dispertirentur et summa rerum tradita esset tuenda eidem, cui Alexander moriens anulum suum dederat, Perdiccae - ex quo omnes coniecerant eum regnum ei commisisse, quoad liberi eius in suam tutelam pervenissent: aberat enim Crateros et Antipater, qui antecedere hunc videbantur; mortuus erat Hephaestio, quem unum Alexander, quod facile intellegi posset, plurimi fecerat -, hoc tempore data est Eumeni Cappadocia sive potius dicta: nam tum in hostium erat potestate. Hunc sibi Perdiccas adiunxerat magno studio, quod in homine iidem et industriam magnam videbat, non dubitans, si eum pellexisset, magno usui fore sibi in iis rebus, quas apparabat. Cogitabat enim, quod fere omnes in magnis imperiis concupiscunt, omnium partis corripere atque complecti. Neque vero hoc ille solus fecit, sed ceteri quoque omnes, qui Alexandri fuerant amici. Primus Leonnatus Macedoniam praeoccupare destinavit. Hic multis magnisque pollicitationibus persuadere Eumeni studuit, ut Perdiccam desereret ac secum faceret societatem. Cum perducere eum non posset, interficere conatus est; et fecisset, nisi ille clam noctu ex praesidiis eius effugisset.
Dopo la morte di Alessandro a Babilonia, le province del re furono spartite tra i suoi intimi e il supremo potere fu affidato a Perdicca, cui Alessandro morendo aveva dato il suo anello; dal che tutti avevano dedotto che avesse affidato a lui il regno, finché i suoi figli fossero usciti di tutela; Crátero e Antípatro infatti, che sembravano venir prima di quello, erano assenti; Efestione, che Alessandro (come si poteva facilmente capire) aveva stimato più di tutti, era morto; in quella circostanza fu consegnata ad Eumene la Cappadocia, o meglio assegnata: infatti era allora in potere dei nemici. Perdicca aveva messo tutto il suo impegno per trarlo dalla sua parte, perché vedeva la grande lealtà ed energia di quell'uomo e non dubitava che se avesse conquistato la sua amicizia, gli sarebbe stato di grande aiuto nei progetti che stava elaborando. Pensava infatti, quello, che all'incirca tutti desiderano nei grandi imperi, impadronirsi e riunire sotto di sé le parti di tutti. Ed invero non tentò di far così solo lui, bensì anche tutti gli altri che erano stati amici di Alessandro. Per primo Leonnato progettò di occupare la Macedonia. Egli con molte e grandi promesse cercò di persuadere Eumene a lasciare Perdicca ed a fare alleanza con lui. Non potendolo portare dalla sua parte, tentò di ucciderlo e l'avrebbe fatto se quello di nascosto, nottetempo, non fosse fuggito dai suoi presidi.
Dal libro Digito il latino
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Sol stella terrae proxima est, idcirco nobis multo maior ac splendidior ceteris astris, quae in caelo lucentia videmus, apparet. Sunt etiam plurimae stellae maiores ac splendidiores quam sol, sed a nobis longe absunt. Terra minor sole est, sed pulcherrima omnium stellarum errantium. Terra enim vestita est floribus, herbis, arboribus, frugibus atque incredibili varietate colorum et vitae generum. Adde huc fontium gelidas perennitates, liquores perlucidos amnium, riparum vestitus viridissimos, impendentium montium altitudines immensitatesque camporum. Adde etiam recondita auri argentique venas infinitatemque vim marmoris, maris pulchritudinem, multitudinem et varietatem insularum, animalia omnis generis, flumina amoenissimis flexibus campos cingentia. Sol, omnia clarissima luce collustrans, efficit ut vita in terra floreat.
Il sole è la stella più vicina alla terra, per cui a noi ci appare molto più grande di altri molto più splendenti astri che vediamo in cielo. Ci sono infatti molte stelle più grandi e più splendenti del sole, ma sono molto distanti da noi. La Terra è più piccola del Sole, ma è la più bella di tutte le stelle mobili. La Terra infatti è vestita di fiori, erbe, alberi, messi e di un'incredibile varietà di colori e forme di vita. Aggiungi a ciò le gelide perennità delle sorgenti, le acque trasparenti dei fiumi, le coperture verdissime delle rive, le altezze dei monti incombenti e le vastità dei campi. Aggiungi anche le vene nascoste dell'oro e dell'argento e la varietà infinita dei marmi, la bellezza del mare, la moltitudine e la varietà delle isole, gli animali di ogni specie, i fiumi che circondano i campi con amenissimi meandri. Il Sole, illuminando tutte le cose con una luce brillantissima, fa in modo che sulla terra fiorisca la vita.
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Vigilia secunda propter multitudinem telorum turris lignea quae nostra fuisset, ab imo vitium fecit (=cominciò a cedere) usque ad tabulatum (piano) secundum et tertium. Eodem tempore pro muro pugnarunt acerrime et turrim nostram ut superiorem (=la pecedente), incenderunt, idcirco quod ventum oppidani secundum habuerunt. Insequenti luce (=il giorno successivo) mater familias de muro se deiecit et ad nos transiliit dixitque se cum familia constitutum habuisse ut una transfugerent ad Caesarem; illam (=familiam) oppressam et iugulatam. Hoc praeterito tempore tabellae de muro sunt deiectae in quibus scriptum est inventum: "L. Munatius Caesari. Si mihi vitam tribues, quoniam ab Cn. Pompeio sum desertus, qualem me illi praestiti, tali virtute et constantia futurum me in te esse praestabo". Eodem tempore oppidani legati, qui antea exierant, Caesarem adierunt: si sibi vitam concederet, sese insequenti luce oppidum esse dedituros. Quibus respondit, se Caesarem esse fidemque praestaturum.
