- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 4
Cum urbem constituisset, quam e suo nomine romam iussit nominari, romulus ad firmandam civitatem et ad muniendas opes regni sui novum quoddam consilium secutus est. cum enim ludos anniversarios in circo Consualia facere instituisse, Sabinas honesto ortas loco virgines, quae romam ludorum gratia venissent, rapi iussit a nonnullis romaniis iuvenibus ac in familiarum amplissimarum matrimoniis conlocari. Qua ex causa cum bellum romanis sabini in tulissent proeliique certamen varium atque anceps fuisset, romulus cum tito tatio, rege sabinorum, foedus icit, matronis ipsis, quae raptae erant, orantibus; quo foedere et sabinos in civitatem adscivit sacris conmunicatis et regnum suum cum illorum rege sociavit.
2 traduzioni diverse da 2 utenti diversi
Romolo decise, dopo aver fondato la città, che si chiamasse Roma dal suo nome, (ne) seguì per rafforzare la città e per proteggere le ricchezze del suo regno una specie di nuova assemblea. Dopo aver deciso di organizzare i giochi annuali in onore del dio Corso ordinò quindi di far rapire da alcuni giovani romani le vergini Sabine nate da famiglie nobili, che erano venute a Roma per i giochi e di darle in matrimonio a famiglie grandissime. Per questo motivo dopo che i Sabini ebbero cominciato la guerra contro i Romani e poiché le battaglie erano una lotta mutevole e ambigua, Romolo con Tito Tazio, concluse un alleanza, pregando le stesse matrone, che erano state rapite; con le quali accettò di allearsi dopo aver ammesso i Sabini a partecipare ai culti religiosi e dopo aver associato il suo regno con il loro re.
---------------
Dopo aver fondato la città, che ordinò fosse chiamata Roma dal suo stesso nome, Romolo, al fine di fortificare la città e proteggere le opere del suo regno si attenne a un certo piano. Avendo infatti decretato che le feste in onore del dio agricolo Conso si facessero nel circo, ordinò che le vergini Sabine, giunte da un luogo dignitoso, e venute a Roma a motivo delle feste, fossero rapite da parecchi giovani romani e che fossero unite in matrimoni con famiglie nobilissime. Avendo per questo motivo i sabini dichiarato guerra ai romani ed essendo vario e incerto l’esito della battaglia, Romolo stipulò un patto con Tito Tazio, re dei Sabini, in seguito alle suppliche delle stesse donne sposate che erano state rapite. In base a questo trattato, Romolo ammise anche i Sabini nella città ai riti sacri condivisi e spartì il suo regno con il re di quelli.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 4
Nullus est reliquus rex, nulla gens, nulla natio quam pertimescatis; nullum adventicium, nullum extraneum malum est quod insinuare in hanc rem publicam possit. Si immortalem hanc civitatem esse optatis, si aeternum hoc imperium, si gloriam sempiternam manere, nobis a nostris cupiditatibus, a turbulentis hominibus atque rerum novarum cupidis, ab intestinis malis, a domesticis consiliis cavendum est. His autem malis magnum praesidium vobis maiores vestri reliquerunt, id est vocem consulis. Huic voci favete, Quirites, atque parate rei publicae spem libertatis, salutis, dignitatis. Nunc quoniam armorum suspicio nulla est, tela non video, non Capitoli atque arcis obsessio est, sed accusatio perniciosa, iudicium acerbum, non vos ad arma vocandos esse, sed ad suffragia cohortandos contra oppugnationem vestrae maiestatis putavi.
Non è rimasto nessun re, nessun popolo, nessuna nazione di cui possiate avere paura; non c'è nessuno straniero nessun cattivo estraneo che possa insinuarsi in questo Stato. Se desiderate che questa città sia immortale, che questo impero sia eterno, che la fama duri in eterno, dobbiamo guardarci dalle nostre bramosie, dagli uomini sediziosi e amanti di rivolgimenti politici, dai mali intestini, dal propositi personali. D'altra parte i vostri antenati vi hanno lasciato una valida difesa da questi mali, essa è la parola" del console. Applaudite questa voce, Quiriti, e procurate allo Stato speranza di libertà, di salvezza, dignità. Ora, dal momento che non c'è traccia di armi, non vedo frecce, non c'è assedio del Campidoglio e della rocca, ma una dannosa accusa, un' processo, non ho pensato che vi si dovesse chiamare alle armi, ma incitare al voto contro l'assalto della vostra dignità.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 4
Exstitit, iam senibus oratoribus illis quos paulo ante dixit, Isocrates, cuius domus omni Graeciae quasi ludus quidam patuit atque officina dicendi, magnus orator et perfectus magister, quamquam forensi luce caruit intraque parietes domesticos aluit eam gloriam quam nemo, meo quidem iudicio, est postea consecutus. Is et ipse scripsit multa praeclara et docuit alios et primus intellexit etiam in soluta oratione numerum quendam oportere servari. Nam aures ipsae quid plenum, quid inane indicant. Tum fuit Lysias, ipse quoque in causis forensibus non versatus, sed egregie subtilis scriptor atque elegans, quem iam prope dicere audeas oratorem perfectum. Nam plane quidem perfectum et cui nihil admodum desit Demosthenem facile inveneris. Huic Iperides proximus et Aescines fuit et Lycurgus et Dinarcus et is, cuius nulla extant scripta, Demades aliique plures. Haec enim aetas maximam oratorum effudit copiam et, ut opinio mea fert, sucus ille et sanguis incorruputus usque ad hanc aetatem fuit.
Quando quelli, che abbiamo ricordato poco fa, erano ormai vecchi, fior' dunque Isocrate, " la cui casa si aprì a tutta la Grecia quasi come una scuola e un laboratorio di eloquenza; grande oratore e perfetto maestro, sebbene gli mancasse la luce del foro, ed egli nutrisse nel chiuso della sua casa quella gloria che, a mio parere, nessuno è in seguito riuscito a conseguire. Costui scrisse di suo molti discorsi eccellenti, e insegnò ad altri a farlo; migliore per tutto il resto di quanti lo avevano preceduto, fu tra l'altro il primo a comprendere che anche nella prosa - purchè si eviti di fare dei versi - E' tuttavia necessario osservare un certo ritmo e una certa cadenza. E' infatti l'orecchio stesso a distinguere i pieni e i vuoti, Visse allora Lisia: " se è vero che non ebbe l'abitudine di cimentarsi direttamente nelle cause forensi, fu però scrittore egregiamente semplice ed elegante; quasi già ci si potrebbe azzardare a definirlo oratore perfettamente compiuto. Giacchè proprio compiuto alla perfezione, uno al quale non manca praticamente niente, può esser detto senz'altro Demostene. Si avvicinano a lui Iperide, Eschine, Licurgo, Dinarco, Demade, del quale non restano scritti, e numerosi altri. Quest'epoca produsse infatti tale abbondanza; e, secondo me, linfa e sangue si conservarono incorrotti fino a questa generazione di oratori
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 4
Come scegliere tra Cesare e Pompeo
Autore: Cicerone
Littera, litterae
De summa re publica saepe tibi scripsi me ad annum pacem non videre; et quo propius ea contentio accedit, eo clarius id periculum apparet. Propositum hoc est, de quo qui rerum potiuntur sunt dimicaturi: quod Cn. Pompeius constituit non pati Caesarem consulem aliter fieri nisi exercitum et provincias tradiderit, Caesari autem persuasum est se salvum esse non posse si ab exercitu recesserit: Fert illam tamen condicionem, ut ambo exercitus tradant. Sic illi amores et invidiosa coniunctio non ad occultam recidit obtrectationem, sed ad bellum se erumpit; neque, mearum rerum quid consilii capiam reperio: quod non dubito quin te quoque haec deliberatio sit perturbatura. Illud te non arbitror fugere, quin homines in dissensione domestica debeant, quamdiu civiliter sine armis certetur, honestiorem sequi partem; ubi ad bellum et castra ventum sit, firmiorem, et id melius statuere, quod tutius sit. In hac discordia video Cn. Pompeium senatum quique res iudicant secum habiturum: ad Caesarem omnes qui cum timore aut mala spe vivant accessuros. Omnino satis spatii sit ad considerandas utriusque copias et eligendam partem.
Sulle questioni politiche generali spesso ti scrissi che io non vedevo la pace entro un anno; e quanto più si avvicina quel momento decisivo, tanto più quel pericolo appare chiaramente. Questo è il punto, sul quale coloro che hanno il potere stanno per scontrarsi: il fatto che Gneo Pompeo ha deciso di non permettere che Cesare diventi console a meno che non consegni l’esercito e le province, invece Cesare è convinto che non può essere salvo se si allontana dall’esercito. Tuttavia propone quella condizione, che entrambi consegnino gli eserciti. Così quegli stretti legami e quell’odiato accordo non sfociano in un occulto astio, ma esplodono in una guerra; e non riesco a trovare quale decisione prendere per la mia situazione: poiché non dubito che questa decisione toccherà anche te. Non credo che questo ti sfugga, che gli uomini, in caso di contrasto interno, devono, finché si combatte tra cittadini senza le armi, seguire la parte più giusta; quando si giunge alla guerra e agli eserciti, la più forte, e considerare la cosa migliore quella che sia più sicura. In questa situazione di dissidio vedo che Gneo Pompeo avrà con sé il senato e coloro che giudicano le cose: a Cesare si avvicineranno tutti coloro che vivono con timore o con disperazione circa il futuro. Ci sia solamente tempo sufficiente per considerare le forze di ciascuno dei due e per scegliere la parte.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 4
Ad mortem te, Catilina, duci iussu consulis iam pridem oportebat, in te conferri pestem quam tu in nos omnis iam diu machinaris. An vero vir amplissimus, P. Scipio, pontifex maximus, Ti. Gracchum mediocriter labefactantem statum rei publicae privatus interfecit: Catilinam orbem terrae caede atque incendiis vastare cupientem nos consules perferemus? Nam illa nimis antiqua praetereo, quod C. Servilius Ahala Sp. Maelium novis rebus studentem manu sua occidit. Fuit, fuit ista quondam in hac re publica virtus, ut viri fortes acrioribus suppliciis civem perniciosum quam acerbissimum hostem coercerent. Habemus senatus consultum in te, Catilina, vehemens et grave; non deest rei publicae consilium neque auctoritas huius ordinis: nos, nos, dico aperte, consules desumus. Decrevit quondam senatus, uti L. Opimius consul videret, ne quid res publica detrimenti caperet; nox nulla intercessit: interfectus est propter quasdam seditionum suspiciones C. Gracchus, clarissimo patre, avo, maioribus; occisus est cum liberis M. Fulvius consularis. Simili senatus consulto C. Mario et L. Valerio consulibus est permissa res publica; num unum diem postea L. Saturninum tribunum plebis et C. Servilium praetorem mors ac rei publicae poena remorata est? At vero nos vicesimum iam diem patimur hebescere aciem horum auctoritatis. Habemus enim eius modi senatus consultum, verum inclusum in tabulis tamquam in vagina reconditum, quo ex senatus consulto confestim te interfectum esse, Catilina, convenit
Sarebbe stato opportuno già da tempo condurti alla morte, Catilina, con un ordine del console, e riversare su di te la rovina che tu già da tempo vai macchinando contro tutti noi. Decretò un tempo il Senato di affidare al console Lucio Opimio il compito di vigilare sulla sicurezza dello Stato. Non passò una notte e fu soppresso Caio Gracco, per quanto suo padre, suo nonno e i suoi avi fossero stati uomini gloriosi, solo perché era sospettato di sovversione; anche l'ex console Marco Fulvio fu ucciso insieme ai figli. Con un analogo decreto senatoriale furono affidati i pieni poteri ai consoli Caio Mario e Lucio Valerio. Si ritardò forse di un solo giorno l'esecuzione del tribuno della plebe Lucio Saturnino e del pretore Caio Servilio? Eppure da venti giorni lasciamo che si spunti la lama del potere senatoriale. Anche noi disponiamo di un decreto del Senato, ma è chiuso in archivio, come una spada nel fodero. In applicazione a questo decreto dovresti essere già morto, Catilina