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Miseriae nostrae potius velim quam inconstantiae tribuas quod a Vibone quo te arcessebamus subito discessimus. Adlata est enim nobis rogatio de pernicie mea, in qua quod correctum esse audieramus erat eius modi ut mihi ultra quadrigenta milia liceret esse, illuc pervenire non liceret. Statim iter Brundisium versus contuli ante diem rogationis, ne et Sicca, apud quem eram, periret et quod Melitae esse non licebat. Nunc tu propera ut nos consequare, si modo recipiemur. Adhuc invitamur benigne, sed quod superest timemus. Me, mi Pomponi, valde paenitet vivere, qua in re apud me tu plurimum valuisti. Sed haec coram. Fac modo ut venias.
Vorrei che tu dessi credito alla nostra condizione infelice più che all’incoerenza il fatto che siamo partiti all’improvviso da Vibo Valentia, dove ti chiedevamo di venire. Ci è stata portata infatti la proposta di legge sulla mia rovina, nella quale ciò che avevamo udito essere stato emendato era di tal fatta che mi era consentito stare oltre le quattrocento miglia e non mi era permesso venire lì. Immediatamente il giorno prima della presentazione della proposta di legge io rivolsi il mio viaggio verso Brindisi, e perché non avesse dei guai Sicca, a casa del quale mi trovavo, e per il fatto che non era lecito stare a Malta. Ora affrettati a raggiungerci se pure saremo accolti. Fino a questo momento veniamo invitati gentilmente, ma temiamo ciò che resta. O mio Pomponio, mi rincresce molto di vivere, nella qual cosa nei miei confronti tu avesti moltissima influenza. Ma (vedremo) di persona queste cose. Cerca solo di venire.
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Saggezza romana e cultura greca
Autore: Cicerone
Versione da parole latine
Nam mores et instituta vitae resque domesticas ac familiaris nos profecto et melius tuemur et lautius, rem vero publicam nostri maiores certe melioribus temperaverunt et institutis et legibus. quid loquar de re militari? in qua cum virtute nostri multum valuerunt, tum plus etiam disciplina. iam illa, quae natura, non litteris adsecuti sunt, neque cum Graecia neque ulla cum gente sunt conferenda. quae enim tanta gravitas, quae tanta constantia, magnitudo animi, probitas, fides, quae tam excellens in omni genere virtus in ullis fuit, ut sit cum maioribus nostris comparanda?
Doctrina Graecia nos et omni litterarum genere superabat; in quo erat facile vincere non repugnantes.
Effettivamente, le consuetudini e le norme della vita privata, e gli affari concernenti l'amministrazione della casa e la cura della famiglia, hanno avuto da noi un'organizzazione migliore e più degna; e per quanto riguarda lo Stato, senza dubbio i nostri antenati seppero regolarne l'equilibrio con istituzioni e con leggi migliori. Dell'arte militare non c'è bisogno di dire, perché in quel campo i Romani, oltre a distinguersi per il loro valore, brillarono anche e soprattutto per scienza teorica. E poi, se si considerano le doti naturali e non quelle acquisite con l'educazione, né il popolo greco né nessun altro può reggere al nostro confronto. Chi poté mai vantare una dignità, una fermezza di carattere, una grandezza d'animo, una rettitudine, una lealtà, e una superiorità morale sotto ogni punto di vista tale da potersi mettere a paragone con quella dei nostri padri? La Grecia ci era superiore in cultura e in ogni genere di studi: ma in quel campo era facile vincere, dal momento che non c'erano avversari
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Eo die a Marcello digressus eram: ego in Boeotiam ibam, ille in Italiam navigaturus erat. Postero die, Postumius ad me venit et mihi nuntiavit M. Marcellum, collegam nostrum, post cenae tempus a P. Magio Chilone pugione percussum esse et duo vulnera accepisse, unum in stomacho, alterum in capite. Medicus tamen sperabat eum victurum esse. Cum illuxit, ad Marcellum contendi. Non longe a Piraeo puer obviam mihi venit cum codicillis in quibus scriptum erat paulo ante lucem Marcellum e vita excessisse. Ego tamen ad tabernaculum eius perrexi. Inveni duos libertos et paucos servos. Coactus sum in eadem illa lectica, qua ego ipse vectus eram, urbem eum referre, ibique funus satis amplum ei faciendum curavi.
TRADUZIONE
Ero partito quel giorno da Marcello: io andavo in Beozia, quegli stava per navigare verso l’Italia. Il giorno dopo Postumio venne da me e mi annunciò che M. Marcello, mio collega dopo la cena era stato colpito col pugnale da P. Magio Chilone e aveva ricevuto due ferite, una nel petto, l’altra in testa. Il medico tuttavia sperava che egli sarebbe vissuto. Quando si fece giorno, mi diressi da Marcello. Non lontano dal Pireo mi venne incontro un servo con un biglietto in cui era scritto che poco prima dell’alba Marcello era morto. Io tuttavia mi diressi alla sua tenda. (Vi) trovai due liberti e pochi servi. Fui costretto a riportarlo in città sulla medesima lettiga in cui io stesso avevo viaggiato e lì gli feci fare un funerale solenne.
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Caput autem est in omni procuratione negotii et muneris publici, ut avaritiae pellatur etiam minima suspicio. 'Utinam', inquit C. Pontius Samnis, 'ad illa tempora me fortuna reservavisset et tum essem natus, quando Romani dona accipere coepissent. Non essem passus diutius eos imperare. ' Ne illi multa saecula expectanda fuerunt: modo enim hoc malum in hanc rem publicam invasit. Itaque facile patior tum potius Pontium fuisse, si quidem in illo tantum fuit roboris. Nondum centum et decem anni sunt, cum de pecuniis repetundis a L. Pisone lata lex est nulla antea cum fuisset. At vero postea tot leges et proxumae quaeque duriores, tot rei, tot damnati, tantum bellum propter iudiciorum metum excitatum, tanta sublatis legibus et iudiciis expilatio direptioque sociorum, ut inbecillitate aliorum, non nostra virtute valeamus. Laudat Africanum Panaetius, quod fuerit abstinens. Quidni laudet? Sed in illo alia maiora; laus abstinentiae non hominis est solum, sed etiam temporum illorum. Omni Macedonum gaza, quae fuit maxima, potitus Paulus; tantum in aerarium pecuniae invexit, ut unius imperatoris praeda finem attulerit tributorum. At hic nihil domum suam intulit praeter memoriam nominis sempiternam. Imitatus patrem Africanus nihilo locupletior Carthagine eversa. Quid? qui eius collega fuit in censura, L. Mummius, num quid copiosior, cum copiosissimam urbem funditus sustulisset?
Il punto principale nella cura d'ognì affare e nell'amministrazione d'ogni pubblico ufficio è l'evitare anche il minimo sospetto di avidità. "Oh, se la sorte - disse il Sannita Gaio Ponzio - mi avesse riservato per quei tempi, e fossi nato allora, quando i Romani cominciarono ad accettare doni! Non avrei tollerato più a lungo che essi mantenessero il dominio ". E non si sarebbero dovuti attendere neppure molti secoli, perché ora anche questo male è entrato nel nostro Stato. E perciò sono ben lieto che Ponzio sia vissuto piuttosto allora, se veramente egli ebbe una così grande energia morale. Non sono ancora trascorsi centodieci anni da quando Lucio Pisone propose la legge contro i delitti dì concussione, mentre prima non ce n'era stata alcuna; ma dopo, in verità, tante furono le leggi e le più recenti anche più severe, tanti i colpevoli, tanti i condannati, tanto grave la guerra italica scoppiata per la paura dei processi, e tante le spoliazioni e le estorsioni degli alleati, essendo state abrogate le leggi ed i tribunali, che siamo salvi per la debolezza degli altri, non per il nostro valore. Panezio loda l'Africano per il fatto che fu disinteressato. Ma perché mai? In lui ci furono altre doti maggiori. La lode di integrità non è solo propria di quell'uomo, ma anche di quei tempi. Paolo s'impadronì di tutto il tesoro dei Macedoni, che era enorme, e versò nell'erario tanto denaro che il bottino di un solo generale permise di mettere fine alle tasse; ma egli non portò niente a casa sua, tranne il ricordo eterno del nome. L'Africano imitò il padre, e, abbattuta Cartagine, non fu per niente piu ricco. E che? Colui che fu suo collega nella pretura, Lucio Mummio, forse che diventò più ricco dopo aver distrutto sin dalle fondamenta una città ricchissima?
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Laudetur vero hic imperator, aut etiam appellatur aut hoc nomine dignus putetur! Imperator quo modo, aut cui tandem hic libero imperabit qui non potest cupiditatibus suis imperare? Refrenet primum libidines, spernat voluptates, iracundiam teneat, coerceat avaritiam, ceteras animi labes repellat, tum incipiat aliis imperare, cum ipse improbissimis dominis, dedecori ac turpitudini, parere desierit; dum quidem his oboediet, non modo imperator, sed liber habendus omnino non erit. Dictum est igitur ab aruditissimis viris, nisi sapientem liberum esse neminem. Quid est enim libertas? Potestas vivendi ut velis. Quis igitur vivit, ut vult, nisi qui recta sequitur, quid gaudet officio, cui vivendi via considerata atque provisa est, qui ne legibus quidem propter metum paret, sed eas sequitur et colit, quod id salutare esse maxime iudicat, qui nihil dicit, nihil facit, nihil denique nisi libenter et libere?
Questi sia pur lodato come comandante o anche sia chiamato o sia considerato degno di questo nome! In che modo o a chi infine questo comanderà, (questo) che non può comandare ai suoi desideri? Che fermi anzitutto i desideri, allontani i piaceri, trattenga l'irascibilità, contenga l'avarizia, respinga gli altri vizi dell'anima, e poi cominci a comandare agli altri, quando egli stesso avrà cessato di obbedire ai più empi padroni, al disonore e all'immoralità. Finché infatti obbedirà a queste cose, non solo non dovrà esser ritenuto un comandante, ma nemmeno un uomo sarà libero. E' stato dunque detto da uomini molto colti che nessuno è libero se non il saggio. Cos'è in realtà la libertà? La facoltà di vivere come desideri. Chi dunque vive come vuole, se non chi segue la retta via, chi gioisce nel lavoro, chi ha un modo di vivere prudente e meditato, chi non solo non si sottomette alle leggi per timore ma le apprezza e le rispetta poiché ritiene che ciò soprattutto sia vantaggioso, chi non dice nulla, non fa nulla, se non volentieri e liberamente?