- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 1
Cumque esset omnis vis ac facultas in quinque partis distributa, ut deberet reperire primum quid diceret, deinde inventa non solum ordine, sed etiam momento quodam atque iudicio dispensare atque componere; tum ea denique vestire atque ornare oratione; post memoria saepire; ad extremum agere cum dignitate ac venustate, etiam illa ognora et acceperam, ante quam de re diceremus, initio conciliandos eorum esse animos, qui audirent; deinde rem demostrandam; postea controversiam constituendam tum id, quod nos intenderemus, confirmandum; post, quae contra dicerentur, refellemda; extrema autem oratione ea, quae pro nobis essent, amplificando et augenda, qua eque essent pro adversariis, infirmanda atque fragenda.
Ed essendo stati divisi tutto il valore e l'eloquenza dell'oratore in 5 parti, così che egli deve prima scoprire cosa dire, quindi distribuire e disporre ciò che è stato trovato non solo in ordine, ma anche nel momento giusti e con criterio; allora quindi rivestire e dare forma retorica alle cose trovate; poi fissarle nella memoria; per ultimo esporlo con dignità e bellezza; anche quelle cose io avevo conosciuto e appreso che, prima che parlassimo della cosa, all'inizio bisognava conciliare gli animi di coloro che ascoltavano; quindi dimostrare il fatto; poi costituire la controversia; quindi confermare ciò che noi proponevamo; poi confutare ciò che veniva detto contro; ma per ultimo accrescere e amplificare con l'orazione ciò che ci giovava e invalidare e indebolire qualsiasi cosa fosse a favore degli avversari.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 0
Ac mihi quidem videtur, iudices, hic introitus defensionis adulescentiae M. Caeli maxime convenire, ut ad ea, quae accusatores deformandi huius causa, detrahendae spoliandaeque dignitatis gratia dixerunt, primum respondeam. Obiectus est pater varie, quod aut parum splendidus ipse aut parum pie tractatus a filio diceretur. De dignitate M. Caelius notis ac maioribus natu et sine mea oratione et tacitus facile ipse respondet; quibus autem propter senectutem, quod iam diu minus in foro nobiscumque versatur, non aeque est cognitus, ii sic habeant, quaecumque in equite Romano dignitas esse possit, quae certe potest esse maxima, eam semper in M. Caelio habitam esse summam hodieque haberi non solum a suis, sed etiam ab omnibus, quibus potuerit aliqua de causa esse notus.
traduzione
lo penso, o giudici, che sopra ogni altra cosa convenga alla giovane età di Marco Celio che io dia inizio alla mia difesa col rispondere anzitutto a quanto i suoi accusatori dissero per deformarne la fisionomia, per ottenere di ridurne a poco o nulla le buone qualità. Gli fu, sotto diversa luce, rinfacciato il padre suo: o perché troppo poco generoso, o perché con troppo scarso rispetto trattato dal figlio. Quanto alla sua signorilità, risponde agevolmente da sé Marco Celio padre, senza bisogno di parole mie o sue, di fronte a tanti, e vecchi, che ben lo conoscono. Quelli, poi, che poco lo conoscano, a causa della sua età avanzata che gli consente di frequentare solo raramente con noi il foro, questo sappiano: che tutto il decoro che può esserci in un cavaliere romano (e non può che essercene al massimo grado), sempre in lui ci fu; e tale non è soltanto il giudizio d'oggi dei suoi, ma sempre lo fu di chiunque, per qualsiasi ragione, lo abbia avvicinato.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 1
Et quoniam officia non eadem disparibus aetatibus tribuuntur aliaque sunt iuvenum, alia seniorum, aliquid etiam de hac distinctione dicendum est. Est igitur adulescentis maiores natu vereri exque iis deligere optimos et probatissimos, quorum consilio atque auctoritate nitatur; ineuntis enim aetatis inscitia senum constituenda et regenda prudentia est. Maxime autem haec aetas a libidinibus arcenda est exercendaque in labore patientiaque et animi et corporis, ut eorum et in bellicis et in civilibus officiis vigeat industria. Atque etiam cum relaxare animos et dare se iucunditati volent, caveant intemperantiam, meminerint verecundiae, quod erit facilius, si in eiusmodi quidem rebus maiores natu nolent interesse. Senibus autem labores corporis minuendi, exercitationes animi etiam augendae videntur, danda vero opera, ut et amicos et iuventutem et maxime rem publicam consilio et prudentia quam plurimum adiuvent
E ancora le età diverse non hanno gli stessi doveri: altri sono i doveri dei giovani, altri quelli dei vecchi. A proposito di questa distinzione conviene perciò dire qualche cosa. E' dovere del giovane rispettare gli anziani, scegliendo tra essi i più specchiati e stimati, per appoggiarsi al loro autorevole consiglio; perché l'inesperienza giovanile ha bisogno di essere sorretta e guidata dalla saggezza dei vecchi. E soprattutto bisogna tener lontani i giovani dai piaceri sensuali, ed esercitarli nel tollerare le fatiche e i travagli dell'animo e del corpo, sì che possano adempiere con vigorosa energia i loro doveri militari e civili. E anche quando vorranno allentare lo spirito e abbandonarsi alla letizia, si guardino dall'intemperanza e si ricordino del pudore; cosa che riuscirà loro tanto più facile se non impediranno che a ricreazioni di tal genere assistano gli anziani. Quanto ai vecchi, essi dovranno diminuire le fatiche del corpo e aumentare gli esercizi della mente; e dovranno impegnarsi ad aiutare con consigli e saggezza quanto più è possibile gli amici, la gioventù e, soprattutto, la patria.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 1
Ea animi elatio, quae cernitur in periculis et laboribus, si iustitia vacat pugnatque non pro salute communi, sed pro suis commodis, in vitio est. Non modo enim id virtutis non est, sed est potius inmanitatis omnem humanitatem repellentis. Quocirca nemo, qui fortitudinis gloriam consecutus est insidiis et malitia, laudem est adeptus: nihil honestum esse potest quod iustitia vacat. Praeclarum igitur illud Platonis: «Non – inquit – solum scientia, quae est remota ab iustitia, calliditas potius quam sapientia est appellanda, verum etiam animus paratus ad periculum, si sua cupiditate, non utilitate communi impellitur, audaciae potius nomen habeat quam fortitudinis». Itaque viros fortes et magnanimos, eosdem bonos et simplices, veritatis amicos minimeque fallaces esse volumus. Sed illud odiosum est, quod in hac elatione et magnitudine animi facillime pertinacia et nimia cupiditas principatus innascitur.
Ma quella grandezza d'animo che si manifesta nei pericoli e nelle difficoltà, se manca di giustizia e combatte, non per il pubblico bene, ma per i suoi particolari interessi, è in colpa: perché l'egoismo non solo è estraneo alla virtù, ma piuttosto è proprio della brutalità, che esclude e respinge ogni gentilezza umana. Pertanto gli Stoici ben definiscono la fortezza, quando affermano che essa è quella virtù che combatte in difesa della giustizia. Nessuno, perciò, che abbia conseguito fama di fortezza con inganni e con malizia, ha mai ottenuto una vera gloria: non c'è onestà se non c'è giustizia. Bellissima, dunque, quella frase di Platone: " Non solo quel sapere, che è disgiunto da giustizia, va chiamato furfanteria piuttosto che sapienza, ma anche il coraggio che affronta i pericoli, se è mosso, non dal bene comune, ma da un suo personale interesse, abbia il nome di audacia piuttosto che di fortezza". Noi vogliamo pertanto che gli uomini forti e coraggiosi siano, nel medesimo tempo, buoni e schietti, amanti della verità e alieni da ogni impostura: qualità queste che scaturiscono dall'intima essenza della giustizia Ma è ben penoso vedere come in seno a questa elevatezza e grandezza d'animo nasca assai facilmente l'ostinazione e un'eccessiva bramosia di primato.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 1
Sapientiae studium vetus id quidem in nostris, sed tamen ante Laei aetatem et Scipionis non reperio quos appellare possim nominatim. Quibus adulescentibus Stoicum Diogenen et Academicum Carneadem video ad senatum ab Atheniensibus missos esse legatos, qui cum rei publicae nullam umquam partem attigissent essetque eorum alter Cyrenaeus alter Babylonius, numquam profecto scholis essent excitati neque ad illud munus electi, nisi in quibusdam principibus temporibus illis fuissent studia doctrinae. Qui cum cetera litteris mandarent, alii ius civile, alii orationes suas, alii monumenta maiorum, hanc amplissimam omnium artium, bene vivendi disciplinam, vita magis quam litteris persecuti sunt.
Lo studio della filosofia è bensì antico in mezzo ai Nostri, ma tuttavia io non trovo chi possa indicare per nome prima dell'età di Lelio e di Scipione. Quando essi erano giovani gli Ateniesi mandarono ambasciatori al senato lo stoico Diogene e l'accademico, Cameade. Essi non avevano mai toccato alcun ramo di politica ed erano il primo babilonese e il secondo cirenaico; per fermo non sarebbero stati tratti dalle loro scuole e deputati all'ambasceria, se a quei tempi non fossero fioriti presso alcuni nostri concittadini primari gli studi filosofici. . I Romani mettevano per iscritto ogni altro ramo scientifico, chi il diritto civile, chi le proprie orazioni, chi le memorie delle gesta degli antenati; questa, ch'è la più grande di tutte le scienze, la norma di ben vivere, la esercitarono praticamente più che scriverne