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Patres incubite ad salutem rei publicae
Autore: Cicerone
Video, patres conscripti, in me omnium vestrum ora atque oculos esse conversos; video vos non solum de vestro ac rei republicae, verum etiam, si id depulsum sit, de meo periculo esse sollicitos. Est mihi iucunda in malis et grata in dolore vestra erga me voluntas, sed eam, per deos immortales, deponite atque, obliti salutis meae, de vobis ac de vestris liberis cogitate. Consulite vobis, patres conscripti, prospicite patriae, conservate vos, coniuges, liberos fortunasque vestras, populi Romani nomen salutatemque defendite; mihi parcere ac de me cogitare desinite. Nam primum debeo sperare omnes deos, qui huic urbi praesidio sunt, pro eo mihi ac mereor relaturos esse gratiam; deinde, si quid obtigerit, aequo animo paratoque moriar. Nam neque turpis mors forti viro potest accidere neque immatura consulari nec misera sapienti. Quare, patres conscripti, incumbite ad salutem rei publicae, cirumspicite omnes procellas, quae impendent, nisi providetis
O senatori vedo, che tutti i vostri visi e occhi sono rivolti a me; vedo che siete preoccupati non solo per voi e per lo Stato ma anche per il mio pericolo, se sia stato sventato. La vostra benevolenza nei miei confronti mi è gradita nei mali e accetta nel dolore, ma, per gli dei immortali, abbandonatela e, immemori della mia salvezza, pensate a voi e ai vostri figli. Provvedete a voi, senatori, provvedete alla patria, salvate voi, le mogli, i figli e le vostre ricchezze, difendete il nome e la salvezza del popolo romano; cessate di aver riguardo e di pensare a me. Infatti in primo luogo devo sperare che tutti gli dei, che sono a presidio di questa città, ricambieranno il beneficio secondo i miei meriti; poi, se mi capiterà una disgrazia, morirò con animo rassegnato e preparato. Infatti non può accadere né una morte vergognosa a un uomo coraggioso né immatura a uno che è stato console né una violenta a un sapiente. Perciò, senatori, mirate alla salvezza dello Stato, considerate tutti le tempeste che incombono, qualora non le prevediate
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Cicerone denuncia un furto sacrilego commesso da Verre
Autore: Cicerone
Cum ego Hennam venissem, praesto mihi sacerdotes Cereris cum infulis ac verbenis fuerunt, contio conventusque civium, in quo tanti gemitus fletusque fiebant ut acerbissimus tota urbe luctus versari videretur. Non illi decumarum imperia, non bonorum direptiones, non iniqua iudicia, non importunas istius libidines, non vim, non contumelias quibus vexati oppressique erant conquerebantur; Cereris numen, sacrorum vetustatem, fani religionem istius sceleratissimi atque audacissimi supplicio expiari volebant; omnia se cetera pati ac neglegere dicebant. Hic dolor erat tantus ut Verres alter Orcus venisse Hennam et non Proserpinam asportasse, sed ipsam abripuisse Cererem videretur. Etenim urbs illa non urbs videtur, sed fanum Cereris esse; habitare apud sese Cererem Hennenses arbitrantur, ut mihi non cives illius civitatis, sed omnes sacerdotes, omnes accolae atque antistites Cereris esse videantur. Henna tu simulacrum Cereris tollere audebas, Henna tu de manu Cereris Victoriam eripere et deam deae detrahere conatus es?
Quando giunsi ad Enna, le sacerdotesse di Cerere si misero a mia disposizione con bende sacre e ramoscelli sacri, (e fecero sottinteso) una riunione e adunanza di cittadini, nella quale si levavano tanti lamenti e pianti che sembrava che un lutto molto doloroso invadesse l'intera città. Quelli non si lamentavano delle imposizioni di decime, né dei saccheggi dei beni, né dei giudizi ingiusti, né delle insopportabili sregolatezze di questo (Verre), né della violenza, né degli affronti dai quali erano stati schiacciati e oppressi; volevano che il nume di Cerere, l’antichità dei riti sacri, la devozione per il santuario fossero purificate attraverso il supplizio di quest' uomo, il più stupido ed arrogante; dicevano di sopportare e di trascurare tutto il resto. Era tanto grande questo dolore, che sembrava che Verre, un altro Plutone, fosse giunto ad Enna e non avesse rapito Proserpina ma trascinato via la stessa Cerere. E in realtà quella città non sembra essere una città, ma un luogo sacro a Cerere; gli abitanti di Enna credono che Cerere abiti in mezzo a loro, tanto che mi sembra che essi siano non cittadini di quella città, ma tutti sacerdoti, tutti vicini e sovraintendenti di Cerere. Tu osavi portare via da Enna l’immagine di Cerere, tu hai tentato di portare via da Enna la Vittoria dalla mano di Cerere e strappare una dea ad una dea?
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Cun Demetrius, Macedonum rex, Megaram post longam obsidionem cepisset, milites eius avidissime et crudelissime urbem depopulati sunt, Rex cum videret Stilponem, clarissimum philosophum, ex urbe discendentem omnino expeditum, tunica et paenula tantum indutum, arbitratus illum omnia bona amisisse in direptione urbis, ideoque afflicatum esse, sic eum percontatus est: " Quid amisisti, vir sapientissime, in hac calamitate?". "Nihil" respondit ille. "Ego omnia mea mecum porto". His verbis significavit se a militibus, quamvis avidissimis, nec virtute nec sapientia spoliari potuisse, igitur una bona existimari debere ea, quae eripi non possent, ceteraa se pro nihilo habere. Rex, qui philosophum miseratus erat, coactus est admirari eius magnum animum et sapientiam; hostis immanis, domum depopulatus, (sottinteso eam) diruerat et incenderat, filias in servitutem abduxerat, eum omni supellectili spoliaverat. Ipse non dubitavit adfari se nihil amisisse! O admirandam imitandamque sapientiam!
Dopo che Demetrio (avendo Demetrio) re dei Macedoni, preso Megara dopo un lungo assedio, i soldati dello stesso (Demetrio) depredarono la città molto avidamente e con molta cattiveria. Il re (Demetrio), vedendo Stilpone, il famosissimo filosofo, che si allontanava dalla città, senza alcun bagaglio, vestito solamente con una tunica e un mantello, ritenendo che quello avesse perduto tutti gli averi nel saccheggio della città, e che perciò fosse disperato, lo interrogò cosi: “Uomo sapietissimo (vocativo)che cosa hai peruto in questa disgrazia?” “Nulla" rispose quello "Io porto tutte le mie cose con me”. Con queste parole voleva dire che lui non aveva potuto essere privato ne della virtù, ne della sapienza dai soldati, per quanto molto avidi (essi fossero): ovvero che devono essere stimati quegli unici beni che non possono essere sottratti; (e voleva dire)che lui non aveva in conto alcuno tutte le altre cose. Il re, (Demetrio) che aveva compianto il filosofo, fu portato ad ammirare il grande animo e la sapienza di quello stesso, il crudele nemico, avendo saccheggiato la casa, l’aveva distrutta e incendiata, aveva condotto via le figlie in servitù, aveva privato quello medesimo di tutti i suppellettili: egli stesso non esitò a dirgli che non aveva lasciato nulla! O sapienza da ammirare e da imitare!
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Quo in discrimine versetur salus mea et bonorum omnium atque universae rei publicae ex eo scire potes quod domus nostras et patriam ipsam vel diripiendam vel inflammandam reliquimus. In eum locum res deducta est ut, nisi qui deus vel casus aliquis subvenerit, salvi esse nequeamus. Equidem, ut veni ad urbem, non destiti omnia et sentire et dicere et facere quae ad concordiam pertinerent; sed mirus invaserat furor non solum improbis, sed etiam iis qui boni habentur, ut pugnare cuperent, me clamante nihil esse bello civili miserius. Itaque, cum Caesar amentia quadam raperetur et, oblitus nominis atque honorum suorum, Ariminum, Pisaurum, Anconam occupavisset, urbem reliquimus. Feruntur ab illo condiciones ut Pompeius eat in Hispaniam, praesidia nostra dimittantur. Accepimus condiciones, sed removeat praesidia ex iis locis, quae occupavit, ut sine metu Romae senatus haberi possit.
In quale pericolo si trovi la mia salvezza, quella di tutti gli uomini onesti e dell’intero Stato puoi comprenderlo dal fatto che abbiamo lasciato le nostre case e la stessa patria o da saccheggiare, o da ardere. La situazione è giunta ad un punto tale che, se non sopraggiunge qualche divinità o qualche evento eccezionale, non possiamo salvarci. Certo, appena sono arrivato a Roma, non ho smesso dal sentire, dall’annunciare, dal fare tutto ciò che tende alla concordia; ma uno straordinario furore si era impadronito non solo degli uomini disonesti, ma anche di coloro che sono ritenuti onesti, di desiderare di combattere, sebbene io gridassi che non c’è nulla di più deplorevole della guerra civile. Pertanto, essendo Cesare trascinato da una sorta di follia ed avendo occupato, dimenticatosi del suo nome e dei suoi onori, Rimini, Pesaro ed Ancona, lasciammo la città. Da lui sono imposte condizioni affinché Pompeo si rechi in Spagna e le nostre guarnigione siano abbandonate… Accettiamo le condizioni, ma rimuova i presidi da quei luoghi che ha occupato, affinché il Senato si possa ritenere senza paura a Roma.
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Ut me conferrem ad explicandam philosophiam, peropportune accidit quod in casu gravi civitatis nec in armis civilibus tueri meo more rempublicam possem, nec reperirem quid potius agerem. Dabunt igitur mihi veniam mei cives vel gratiam potius habebunt, quod, cum esset in unius(Caesaris) potestate res publica, neque ego me abdidi neque deserui neque adflixi, neque ita gessi, quasi homini aut temporibus essem iratus, neque porro adulatus sum aut admiratus, quod alter fortunam maiorem mea haberet. Id enim ipsum a Platone philosophiaque didiceram: naturales esse quasdam conversiones rerum publicarum, et eas tum a principibus teneri, tum a populis, aliquando a singulis. Quod haec acciderant nostrae rei publicae, id nos, pristinis muneribus orbatos, impulit ut studia philosophiae ovare coeperimus, ut et animus molestiis hac potissimum re lavaretur et podessemus civibus nostris, quacumque re possemus
Traduzione dal libro latina lectio
Per potermi dedicare (Perchè io mi dedicassi) ad insegnare la filosofia a proposito del fatto che in una difficile circostanza per la città capitò che non possa proteggere lo stato secondo la mia abitudine né con le armi civili ne ottenga che mi comporti come il più degno. Quindi i miei cittadini doneranno a me la licenza o mi stimeranno il più degno di grazia poiché essendo lo stato sotto il potere di uno, né io mi dedicai a me, ne disertai, ne mi abbatei ne perciò combattei siccome ero irato verso l’uomo o i tempi ne d’altra parte sono adulato o ammirato pichè l’altro aveva una fortuna più grande della mia. Infatti io avevo appreso proprio ciò da Platone e dalla filosofia: sono naturali certi mutamenti degli stati, e essi ora sono guidati dai cittadini più eminenti, ora dal popolo, talvolta dai singoli. Il fatto che queste cose fossero successe al nostro Stato, mi spinse, essendo privato degli impegni/incarichi di una volta, a cominciare a riprendere l’interesse per la filosofia, affinché l’animo fosse sollevato dai fastidi soprattutto grazie a ciò e io giovassi ai miei concittadini, con qualsiasi mezzo potessi.
Versione dal libro Lectio Brevio