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LA NAVE SACRA
VERSIONE DI GRECO di Platone
TRADUZIONE dal libro test di greco
ουτο εστι το πλοιον, ως λεγουσιν οι Αθηναιοι, εν ω Θησευς ποτε εις Κρητην τους· «δις επτα» εκεινους ωχετο αγων και εσωσε τε και αυτος εσωθη. Τω ουν Απολλωνι ευξαντο, ως λεγεται, τοτε οι πολιται, ει σωθειεν, εκαστου ετους θεωριαν απαξειν εις Δηλον ην δη αει και νυν ετι εξ εκεινου του χρονου κατ' ενιαυτον τω θεω πεμπουσιν. Επειδαν ουν αρξωνται της θεωριας, νομος εστιν αυτοις εν τω χρονω τουτω καθαρευειν την πολιν και δημοσια μηδενα οποκτειναι, πριν αν εις Δηλον τε αφικηται το πλοιον και παλιν δευρο τουτο δ' ενιοτε εν πολλω χρονω γιγνεται, οταν τυχωσιν ανεμοι απολαβοντες αυτους. Αρχη δ' εστι της θεωριας επειδαν ο ιερευς του Απολλωνος στεψη την πρυμναν του πλοιου.
TRADUZIONE
Questa è la nave, come dicono gli ateniesi, nella quale teseo un tempo si dirigeva verso creta portanto quei "quattordici" e (li) salvò egli stesso fu salvato. promisero dunque ad apollo, come si dice, allora, che se si fossero salvati, avrebbero portato a delo una sacra ambasceria, che certamente sempre e anche ora da quell'anno ogni anno mandano al dio. dopochè dunque danno inizio l'ambasceria sacra, essi hanno l'usanza durante questo tempo di conservare pura la città e non uccidere nessuno per mano della giustizia, primo che la nave sia giunta a delo e di nuovo qui; questo talvolta si verifica in molto tempo, quando i venti sono loro contrari. l'ìambasceria sacra inizia dopo che il sacerdote di apollo abbia incoronato la prua della nave.
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LA NATURA DIVINA DELLA POESIA
VERSIONE DI GRECO di Platone
λέγουσι γὰρ δήπουθεν πρὸς ἡμᾶς οἱ ποιηταὶ ὅτι ἀπὸ κρηνῶν μελιρρύτων ἐκ Μουσῶν κήπων τινῶν καὶ ναπῶν δρεπόμενοι τὰ μέλη ἡμῖν φέρουσιν ὥσπερ αἱ μέλιτται, καὶ αὐτοὶ οὕτω πετόμενοι· καὶ ἀληθῆ λέγουσι. κοῦφον γὰρ χρῆμα ποιητής ἐστιν καὶ πτηνὸν καὶ ἱερόν, καὶ οὐ πρότερον οἷός τε ποιεῖν πρὶν ἂν ἔνθεός τε γένηται καὶ ἔκφρων καὶ ὁ νοῦς μηκέτι ἐν αὐτῶι ἐνῆι· ἕως δ᾽ ἂν τουτὶ ἔχηι τὸ κτῆμα, ἀδύνατος πᾶς ποιεῖν ἄνθρωπός ἐστιν καὶ χρησμωιδεῖν. ἅτε οὖν οὐ τέχνηι ποιοῦντες καὶ πολλὰ λέγοντες καὶ καλὰ περὶ τῶν πραγμάτων, ὥσπερ σὺ περὶ Ὁμήρου, ἀλλὰ θείαι μοίραι, τοῦτο μόνον οἷός τε ἕκαστος ποιεῖν καλῶς ἐφ᾽ ὃ ἡ Μοῦσα αὐτὸν ὥρμησεν, ὁ μὲν διθυράμβους, ὁ δὲ ἐγκώμια, ὁ δὲ ὑπορχήματα, ὁ δ᾽ ἔπη, ὁ δ᾽ ἰάμβους· τὰ δ᾽ ἄλλα φαῦλος αὐτῶν ἕκαστός ἐστιν. οὐ γὰρ τέχνηι ταῦτα λέγουσιν ἀλλὰ θείαι δυνάμει, ἐπεί, εἰ περὶ ἑνὸς τέχνηι καλῶς ἠπίσταντο λέγειν, κἂν περὶ τῶν ἄλλων ἁπάντων· διὰ ταῦτα δὲ ὁ θεὸς ἐξαιρούμενος τούτων τὸν νοῦν τούτοις χρῆται ὑπηρέταις καὶ τοῖς χρησμωιδοῖς καὶ τοῖς μάντεσι τοῖς θείοις, ἵνα ἡμεῖς οἱ ἀκούοντες εἰδῶμεν ὅτι οὐχ οὗτοί εἰσιν οἱ ταῦτα λέγοντες οὕτω πολλοῦ ἄξια, οἷς νοῦς μὴ πάρεστιν, ἀλλ᾽ ὁ θεὸς αὐτός ἐστιν ὁ λέγων, διὰ τούτων δὲ φθέγγεται πρὸς ἡμᾶς. μέγιστον δὲ τεκμήριον τῶι λόγωι Τύννιχος ὁ Χαλκιδεύς, ὃς ἄλλο μὲν οὐδὲν πώποτε ἐποίησε ποίημα ὅτου τις ἂν ἀξιώσειεν μνησθῆναι, τὸν δὲ παίωνα ὃν πάντες ἄιδουσι, σχεδόν τι πάντων μελῶν κάλλιστον, ἀτεχνῶς, ὅπερ αὐτὸς λέγει, ἐν τούτωι γὰρ δὴ μάλιστά μοι δοκεῖ ὁ θεὸς ἐνδείξασθαι ἡμῖν, ἵνα μὴ διστάζωμεν, ὅτι οὐκ ἀνθρώπινά ἐστιν τὰ καλὰ ταῦτα ποιήματα οὐδὲ ἀνθρώπων, ἀλλὰ θεῖα καὶ θεῶν, οἱ δὲ ποιηταὶ οὐδὲν ἀλλ᾽ ἢ ἑρμηνῆς εἰσιν τῶν θεῶν
TRADUZIONE
Infatti i poeti certo ci raccontano che che i canti (τὰ μέλη, μέλος -εος, τό) che sono raccolti (δρεπόμενοι part pres mp δρέπω nom pl) da sorgenti che fanno scorrere miele, da molti giardini delle Muse e da valli boscose, li portano a noi, come le api, anche loro così volando (πετόμενοι part pres πέτομαι): e dicono la verità. Infatti il poeta è una cosa (χρῆμα -ατος, τό) leggera, alata e sacra e non abile a comporre/scrivere prima di essere (γένηται cong aor 3a sing γίγνομαι) invasato e fuori di sé e la mente non sprofondi (ἐνῇ, ἐνίημι congiunt aor 3a sing) in lui; ma finché ha questa cosa, un essere umano è capace di comporre/scrivere (ποιεῖν infinito ποιέω) ogni cosa e di vaticinare (χρησμῳδεῖν, χρησμῳδέω). Dal momento che componendo non per abilità tecnica e dicendo molte e belle cose sui fatti, come te su Omero, ma per buona sorte divina, ciascuno è in grado di fare bene solo quello (solo quel genere) verso (ἐπί) il quale la Musa lo ha ispirato (ὥρμησεν aor 3a sg ὁρμάω), l'uno verso i ditirambi, l'altro verso i panegirici, un altro verso gli iporchemi un altro invece verso i giambi; ma ciascuno di loro è incapace negli altri (generi). Infatti non declamano queste cose per abilità tecnica ma per facoltà divina, poiché se fossero in grado (ἠπίσταντο ἐπίσταμαι) di declamare riguardo a un solo (genere) con abilità (sott: "saprebbero farlo") anche riguardo tutti gli altri. Per questi motivi la divinità liberando (ἐξαιρούμενος ἐξαιρέω pres part mp masc nom sg) la mente di questi usa (χρῆται pres ind 3a sing χράομαι) questi come ministri, vati e profeti divini, affinché noi sappiamo che non sono loro che declamano queste cose così preziose, per le quali non sono presenti (πάρειμι) (le loro) menti, ma è la divinità in persona che parlando attraverso di loro parla a voce alta (φθέγγεται pres 3a sing φθέγγομαι) a noi. La prova più evidente per il nostro ragionamento è Tinnico di Calcide che non compose mai nessun'altra poesia degna di essere ricordata tranne il peana che tutti cantano, forse la più bella opera poetica in assoluto, che egli stesso definisce «un'opera delle Muse». Infatti in questo soprattutto mi sembra che il dio ci si manifesti, perché non abbiamo dubbi sul fatto che queste belle poesie non siano opere umane né di semplici uomini, ma divine e di dèi e che i poeti nient'altro siano che interpreti degli dèi.
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UN UOMO BUONO NON PUò SUBIRE DEL MALE DA UNO MALVAGIO
VERSIONE DI GRECO di Platone
TRADUZIONE dal libro Katà logon
INIZIO: Μη θορυβειτε ω ανδρες Αθηναιοι, αλλ' εμμεινατε μοι οις
FINE: μη τι εξαμαρτητε περι την του θεου δοσιν υμιν εμου καταψηφισαμενοι
TRADUZIONE
Non interrompetemi, cittadini, vi prego, non protestate per quello che dico, ma vogliate ancora ascoltarmi ché, oltretutto, ne potrete, io penso, trarre profitto. Ciò che sto per dirvi vi farà gridare, ma non lo fate, vi prego. Se mi condannerete a morte, poiché sono quel che vi ho detto, voi non danneggerete me più che voi stessi. Nessun danno possono, infatti, arrecarmi né Meleto, né Anito. Non lo possono perché non credo che un malvagio possa fare del male a un uomo buono. Potrebbero uccidermi, forse mandarmi in esilio, privarmi dei diritti civili; per loro e per altri queste, forse, sono grandi disgrazie; ma io non la penso così. Per me è assai peggior male far quello che stan facendo costoro: uccidere un uomo ingiustamente. Non è quindi me che difendo ora, come qualcuno potrebbe credere, ma voi, cittadini, perché condannandomi, non vi rendiate colpevoli verso un dono di dio. Se voi mi ucciderete, infatti, non tanto facilmente troverete un altro simile a me, che il volere di un dio ha inviato nella vostra città (perdonatemi il paragone forse ridicolo) come un moscone sopra un cavallo alto e di buona razza ma alquanto pigro per la sua stessa mole e bisognoso di essere sempre stimolato. Un simile compito dio sembra avermi affidato nella nostra città per cui io, senza sosta, vi sono da presso, per stimolarvi, per esortarvi, per rimproverarvi, ad uno ad uno, ogni giorno. Un altro come me, ateniesi, non lo troverete facilmente. Ecco perché se mi darete ascolto, voi mi risparmierete. O, forse, accadrà che voi, stizziti come chi nel sonno vien destato all'improvviso, ascolterete Anito e mi colpirete, mandandomi stupidamente a morte. Ma allora voi continuerete a vivere come dormendo, per il resto della vostra vita, se dio non avrà compassione di voi e non vi manderà qualcun altro
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UNA MORTE GLORIOSA è PREFERIBILE A UNA VITA SENZA ONORE
VERSIONE DI GRECO di Platone
TRADUZIONE dal libro Triakonta
ὁ τῆς Θέτιδος υἱός, ὃς τοσοῦτον τοῦ κινδύνου κατεφρόνησεν παρὰ τὸ αἰσχρόν τι ὑπομεῖναι ὥστε, ἐπειδὴ εἶπεν ἡ μήτηρ αὐτῷ προθυμουμένῳ Ἕκτορα ἀποκτεῖναι, θεὸς οὖσα, οὑτωσί πως, ὡς ἐγὼ οἶμαι· “ὦ παῖ, εἰ τιμωρήσεις Πατρόκλῳ τῷ ἑταίρῳ τὸν φόνον καὶ Ἕκτορα ἀποκτενεῖς, αὐτὸς ἀποθανῇ--αὐτίκα γάρ τοι”, φησί, “μεθ᾽ Ἕκτορα πότμος ἑτοῖμος” --ὁ δὲ τοῦτο ἀκούσας τοῦ μὲν θανάτου καὶ τοῦ κινδύνου ὠλιγώρησε, πολὺ δὲ μᾶλλον δείσας τὸ ζῆν κακὸς ὢν καὶ τοῖς φίλοις μὴ τιμωρεῖν, “αὐτίκα”, φησί, “τεθναίην, δίκην ἐπιθεὶς τῷ ἀδικοῦντι, ἵνα μὴ ἐνθάδε μένω καταγέλαστος παρὰ νηυσὶ κορωνίσιν ἄχθος ἀρούρης”
TRADUZIONE
Il figlio di Tetide, incapace di ogni viltà, ebbe sempre in dispregio il pericolo. Quando, infatti, la madre, che pur era una dea, lo vide tutto bramoso di uccidere Ettore, io credo che gli disse presso a poco così: ‹ Figlio mio, se tu vendicherai l'uccisione del tuo amico Patroclo e ucciderai Ettore, anche il tuo destino si compirà ›. Ascoltò Achille queste parole ma non tenne in alcun conto il pericolo e la morte, temendo, piuttosto, di vivere come un vile senza aver vendicato l'amico: ‹ Ah, › rispose, ‹ possa io morire subito dopo aver punito il colpevole, piuttosto che vivere deriso, qui, presso le navi ricurve, inutile peso alla terra ›.
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VANITà DEL TIMORE DELLA MORTE
VERSIONE DI GRECO di Platone
TRADUZIONE dal libro L'ordine delle parole
TRADUZIONE
Temere la morte, infatti, non è altro, cittadini, che credere di essere sapiente senza esserlo: è credere di sapere ciò che non si sa, perché nessuno sa se la morte non sia il maggiore di tutti i beni per l’uomo, ma tutti la temono come se sapessero con certezza che è il maggiore di tutti i mali. E non è ignoranza questa, anzi la più biasimevole, credere di sapere ciò che non si sa? In questo forse, cittadini, sono differente dalla maggior parte degli uomini; So invece che commettere ingiustizia e disobbedire a chi è migliore di noi, dio o uomo, è cosa brutta e cattiva. Perciò davanti ai mali che so essere mali non temerò e non fuggirò mai quelli che non so se siano anche beni.