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Inizio: Των Σεληνιτων τοις μεν πλουσιοις εσθης εστιν υαλιν μαλθακη, τοις πενησι δε χαλχη υφαντε· πολυχαλκα γαρ εισι τα εχει χωρια ... Fine: εκεινοι γαρ μονοι ξυλινα εχουσιν.
I ricchi fra i seleniti hanno una veste di vetro morbido, i poveri ne hanno invece una di bronzo intessuto; i luoghi lì infatti sono ricchi di bronzo, e lavorano il bronzo immergendolo in acqua, come la lana. Certamente temo di parlare riguardo ai (loro) occhi, perché temo che qualcuno creda che io dica falsità. Tuttavia esporrò ugualmente anche ciò: hanno gli occhi removibili hanno gli occhi che possono essere tolti (rimovibili), e chi lo vuole, dopo essersi tolti i propri, li conserva finché non abbia bisogno di vedere; così, dopo averli rimessi, ci vede; e molti, avendo perduto i propri (occhi), presi a prestito da altri, ci vedono. I ricchi, ne hanno molti messi da parte. Per orecchie hanno foglie di platano tranne quelli che nascono dalle ghiande: infatti solo quelli le hanno di legno
Sarai interrogato su questa versione? ripassa il genitivo partitivo, il dativo di possesso e il participio.
Ripassa le regole grammaticali con il video tutorial: il dativo di possesso
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Ταυτα μεν εδηλου η επιστολή, και περί ημων, οπως ξενισθωμεν ....
La lettera rendeva noto queste cose, anche su di noi, affinché fossimo ospitati e diceva così: " Ulisse a Calipso salute. Devi sapere che io quando partii da te sulla zattera che io mi ero costruita, feci naufragio, e a stento fui salvato da Leucotoe nel paese dei Feaci; dai quali fui poi rimandato a casa mia, vi trovai molti cicisbei di mia moglie, che sguazzavano sulla mia roba. Io li uccisi tutti quanti, e infine Telegono, che nacque da Circe, uccise me. E ora sono nell'isola dei Beati, assai pentito di aver lasciata la bella vita che trascorrevo con te, e l'immortalità che tu mi offrivi. Se dunque mi verrà concesso, fuggirò e sarò da te ". Questo era il senso della lettera; diceva ancora due parole di raccomandazione per noi. Essendomi allontanato un pò dal mare, trovai la grotta della dea tale quale la descrive Omero, e lei che filava lana. Come ella prese la lettera e la lesse, pianse a lungo, poi ci invitò alla mensa ospitale, Ci trattò generosamente, e ci domandò di Ulisse e di Penelope, come essa era di volto, e se era casta, come Ulisse gliela descriveva; e noi le rispondemmo cose che ci pareva le dovessero piacere. Poi ce ne tornammo alla nave e li vicino sul lido ci addormentammo. La mattina, alzatosi un buon vento, salpammo.
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Greco lingua e civiltà pagina 162 numero 78
Εγω δε, ω τεκνον, Παιδεια ειμι ηδη συνηθης σοι και γνωριμη. Ην δ' εμοι πειθη, πρωτον μεν σοι πολλα αποφανω παλαιων ανδρων εργα και πραξεις θαυμαστος, και λογους αυτων απαγγελλουσα και παντων εμπειρον αποφαινουσα, και την ψυχην, οπερ σου κυριωτατον εστι, κατακοσμησω πολλοις και αγαθοις κοσμημασχν, σωφροσυνη, δικαιοσυνη, ευσεβεια, πραοτητι, επιεικεια, συνεσει, καρτερια, τω των καλων ερωτι, τη προς τα σεμνοτατα ορμη· ταυτα γαρ εστιν ο της ψυχης ακηρατος ως αληθως κοσμος. Λησει δε σε παλαιον ουδεν ουτε νυν γενησεσθαι δεον, αλλα και τα μελλοντα προοψει μετ' εμου, και ολως απαντα, οποσα εστιν, τα τε θεια τα τ' ανθρωπινα, ουκ εις μακραν σε διδαξομαι.
TRADUZIONE n. 1
Io, o figlio, sono la Cultura che diventerà per te nota e familiare. Se mi seguirai, innanzitutto ti mostrerò molte opere e fatti mirabili di uomini antichi sia narrandoti i loro discorsi che facendoti diventare esperto di tutto, e l'anima, la parte che è più importante di te (propos. relativa parentetica il neutro del pronome ha un significato generale di tutto ciò che è stato detto prima), ornerò di molti e buoni fregi quali la saggezza, il senso di giustizia, la pietà, la mitezza, la clemenza, l'intelligenza, la fermezza, l'amore per le cose belle, la propensione per le cose più nobili; infatti queste cose sono il puro e vero ornamento dell'anima. E con me non ti sfuggirà ciò che è passato, né ciò che è destino che avvenga ora e anche le cose future ti appariranno prima (saprai prima), in breve tempo ti insegnerò interamente tutte le cose quante sono divine e umane.
TRADUZIONE n. 2
Io sono, la cultura, o figlio, sono ormai familiare e ben nota. Se mi dai ascolto, in primo luogo ti mostrerò molte opere e meravigliose azioni di uomini antichi, e riferendoti le loro parole, e rendendoti esperto di tutti adornerò anche la tua naima, cosa che è la più importante di te, con molti buoni ornamenti, la saggezza, il senso della giustizia il sentimento religioso, la mitezza, la temperanza, l'intelligenza, la sopportazione, l'amore per le cose belle, l'aspirazione alle cose più nobili: queste cose sono veramente un puro ornamento dell'anima. Non ti sfuggirà nulla di antico né ciò che bisogna che ora avvenga, ma prevederai anche le cose future con me e in breve ti insegnerò tutte le cose che ci sono, sia quelle divine, sia quelle umane.
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Θέλω γούν σοι διηγήσασθαί τι Πυθοί γενόμενον. Ταραντίνος Ευάγγελος τούνομα ... τούς αθλοθέτας δέ αγανακτήσαντας επί τή τόλμη μαστιγώσαντας αυτόν εκβαλείν τού θεάτρου
Desidero dunque raccontarti una cosa accaduta alla gara pitica. Un tarantino di nome Evangelo tra le persone in vista a Taranto desiderò vincere le gare pitiche. Giungeva dunque a Delfi brillante nelle altre cose e in particolare essendosi fatto un abito in tessuto d’oro e una corona bellissima di alloro dorato. Quando dunque giunse il giorno della gara, erano tre, Evengelo ottenne in sorte di cantare per secondo e dopo il tebano Tespi che aveva gareggiato in modo non mediocre, si presentò tutto rilucente per l’oro, gli smeraldi, i berilli e i giacinti, la porpora del vestito spiccava, quella tra l’oro mandava bagliori. Avendo stupito per tutte queste cose il teatro e avendo riempito gli spettatori di una meravigliosa speranza, quando un certo punto arrivò anche il momento di cantare e suonare la cedra, intona qualcosa di discordante e disordinato, spezzò contemporaneamente tre corde, essendosi gettato sulla cedra in modo più violento del dovuto, ma inizia a cantare qualcosa di dissonante e misero, così che ci fu una risata da parte di tutti gli spettatori, e gli organizzatori dei giochi essendosi irritati per la sfrontatezza, sferzandolo lo cacciarono dal teatro.
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Ουπω δε δυο η τρεις ημεραι διεληλυθεσαν και προσηρχομην εγο Ομηρω τω ποιητη σχολης ουσης αμφοιν· τα τε αλλα επυννθανομην και οθεν ειη. Ο δε ουδ' αυτος μεν αγνοειν εφασκεν ως οι μεν Χιον, οι δε Σμυρναιον, πολλοι δε Κολοφωνιον αυτον νομιζουσιν· ειναι μεντοι γε ελεγεν Βαβυλωνιονς, και παρα γε τοις πολιταις ουχ Ομηρος, αλλα Τιγραυης καλεισθαι· υστερον δε ομηρευων παρα τοις Ελλησιν αλλαξαι την προσηγοριαν. Ετι δε και περι των αθετουμενων στιχων επηρωτων, ει υπ ' εκεινου εισι γεγραμμενοι. Και ος εφασκε παντας αυτου ειναι. Κατεγιγνωσκον ουν των αμφι τον Ζηνοδοτον και Αρισταρχον γραμματικων πολλην την ψυχρολογιαν. Επει δε ταυτα ικανως απεκρινετο, παλιν, αυτον ηρωτων τι δη ποτε απο τηης μηνιδος την αρχην εποιειτο· και ος ελεγε την αρκην ουτως ειναι, ανευ φροντιδος. Και μην κακεινο επεθυμουν γιγνωσκειν, ει προτεραν εγραψε την Οδυσσειαν της Ιλιαδος, ως οι πολλοι φασιν· ο δε ηρνειτω
Non erano passati ancora due o tre giorni ed io arrivai dal poeta Omero, poiché avevamo entrambi del tempo: gli chiesi del resto e di dove fosse. Ed egli disse che sapeva come alcuni lo ritenevano di Chio, altri di Smirne, molti di Colofone; ma egli, in realtà, affermava di essere di Babilonia, e che dai cittadini non veniva chiamato Omero, ma Tigrane; poi, in seguito, quando arrivò come ostaggio presso i Greci, cambiò il nome. Gli domandai anche di certi versi inopportuni, se erano stati scritti da lui. Ed egli disse che erano tutti suoi. Dunque, io accusai i grammatici intorno a Zenodoto ed Aristarco di molta freddezza nel discorso. Poiché egli rispondeva questo adeguatamente, di nuovo gli domandavo perché mai cominciò dall'ira: ed egli disse che così gli venne l'inizio, senza riflessione. E volli sapere anche quello, se scrisse l'Odissea prima dell'Iliade, come molti affermano. Ed egli disse di no.