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Dixi, iudices, multa fuisse fere apud omnis Siculos: ego idem confirmo nunc ne unum quidem esse. Quid hoc est? quod hoc monstrum, quod prodigium in provinciam misimus? Qui simul atque in oppidum quodpiam venerat, immittebantur illi continuo Cibyratici canes, qui investigabant et perscrutabantur omnia. Si quod erat grande vas et maius opus inventum, laeti adferebant; si minus eius modi quidpiam venari potuerant, illa quidem certe pro lepusculis capiebantur, patellae, paterae, turibula. Hic quos putatis fletus mulierum, quas lamentationes fieri solitas esse in hisce rebus? quae forsitan vobis parvae esse videantur, sed magnum et acerbum dolorem commovent, mulierculis praesertim, cum eripiuntur e manibus ea quibus ad res divinas uti consuerunt, quae a suis acceperunt, quae in familia semper fuerunt.
Io dissi, o giudici, che c’erano molti oggetti quasi presso tutti i Siciliani: io stesso affermo che ora non ce n’è più neppure uno. Che cos’è questo? Che mostro questo, questo flagello che abbiamo mandato in provincia? Appena costui era arrivato n una città, venivano lasciati subito quei famosi cani di Cibria, i quali investigavano e scrutavano tutto. Se veniva trovato un grande vaso e un prodotto più grande, lo portavano felici; se avevano potuto scovare qualcosa di più piccolo sua misura di quello, pure quelle cose venivano prese come i leprotti piatti, coppe e turiboli. A questo punto, quali pensate (fossero) i pianti delle donne, quali i lamenti che erano solite levare in casi come questi? E queste cose potranno sembrarvi forse di scarsa importanza, ma producono un dolore grande e forte, soprattutto alle donnette, quando vengono strappati dalle mani gli oggetti che erano abituate ad usare per i riti del culto, quelli che avevano ricevuto dai padri e quelli che da sempre erano appartenuti alla famiglia.
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inizio: "Ut primum ex pueritia excessit Archias atque ab iis artibus, quibus aetas puerilis ad humanitatem informari solet, totum..." fine: "...Eiusmodi enim erat poetae ingenium ut omnes familiaritatem eius optarent. Cum tanta esset eius fama, Mario consule, Romam venit. "
Per la traduzione seguite questa:
ut primum ex pueris excessit Archias, atque ab eis artibus quibus aetas puerilis ad humanitatem informari solet se ad scribendi studium contulit, primum Antiochiae nam ibi natus est loco nobili--celebri quondam urbe et copiosa, atque eruditissimis hominibus liberalissimisque studiis adfluenti, celeriter antecellere omnibus ingeni gloria contigit. Post in ceteris Asiae partibus cunctaeque Graeciae sic eius adventus celebrabantur, ut famam ingeni exspectatio hominis, exspectationem ipsius adventus admiratioque superaret. Erat Italia tunc plena Graecarum artium ac disciplinarum, studiaque haec et in Latio vehementius tum colebantur quam nunc eisdem in oppidis, et hic Romae propter tranquillitatem rei publicae non neglegebantur. Itaque hunc et Tarentini et Regini et Neopolitani civitate ceterisque praemiis donarunt; et omnes, qui aliquid de ingeniis poterant iudicare, cognitione atque hospitio dignum existimarunt. Hac tanta celebritate famae cum esset iam absentibus notus, Romam venit
Mario consul non appena Archia uscì dalla fanciullezza e lasciata quella prima fase educativa che di solito avvia i ragazzi alla cultura, si dedicò all'arte della scrittura ed ebbe il merito di superare tutti per la fama del suo talento, prima ad Antiochia - dove nacque da nobile famiglia -, città un tempo popolosa, ricca, meta di uomini dottissimi e fiorente di studi liberali. Poi in tutte le altre parti dell'Asia e in tutta la Grecia il suo arrivo era motivo di tale affluenza di persone che l'attesa del personaggio era superiore alla fama del suo talento e l'ammirazione per lui all'attesa del suo arrivo. 5. Allora l'Italia era fiorente di cultura e civiltà greca e questi studi in quel tempo erano coltivati con più passione che adesso nelle medesime città e anche qui a Roma non erano trascurati grazie ad un clima di stabilità politica. Pertanto i Tarantini, i Reggini, i Napoletani gli fecero dono della cittadinanza e di altre onorificenze e chiunque fosse in grado di valutare il talento di qualcuno, lo stimò degno di conoscenza e di ospitalità. Noto per tanta fama anche a chi non lo conosceva, venne a Roma sotto il consolato di Mario
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Romana iuventus maiores natu, uti patres, honore et reverentia prosesquebatur. Quocirca iuvenes, die quo senatus habebatur, aliquem ex senatoribus aut propinquum aut amicum paternum ad curiam deducebant; ibique stantes ad ianuam exeuntes expectabant, domum deducturi. Qua quidem voluntaria statione et corpora et animos ad publica officia impigre roborabant, et brevi honestoque labore ceteros virtutem palam docebant. Temporibus illis maiores natu colere iuvenes non pigebat neque pudebat. Ad coenam invitati, diligenter ne seniorum locum occuparent curabant, sublataque mensa, non prius surgebant quam seniores surgentes abeundi eis facultatem fecissent.
La gioventù romana trattava gli anziani con rispetto e reverenza, come dei padri. Di conseguenza i giovani, nel giorno che il senato riteneva opportuno, accompagnavano qualcuno tra i senatori o un parente o un amico paterno al senato; e qui aspettavano ritti in piedi oltre la porta per accompagnarli a casa. Con questa attesa certamente volontaria irrobustivano presto sia i corpi sia gli animi per gli esercizi pubblici (ho tradotto con un dativo di vantaggio) e insegnavano apertamente agli altri con un lavoro breve ed onesto la virtù morale. I giovani non si dispiacevano né si vergognavano a quei tempi di avere cura degli anziani. Invitati a cena, avevano cura in modo scrupoloso che non occupassero il posto degli anziani, e consumato il cibo, non si alzavano prima che i vecchi alzandosi avessero dato lora il permesso per andare via
I fieri abitanti di Priverno, città del Lazio, ottengono la cittadinanza romana grazie all'intervent
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Priverno capto interfectisque iis, qui id oppidum ad rebellandum incitaverant, senatus indignatione accensus consilium agitabat quidnam sibi de reliquis quoque Privernatibus esset faciendum. Ceterum Privernates, cum auxilium unicum in precibus ...
Espugnata Priverno e trucidati coloro i quali avevano istigato la città alla rivolta, il senato, acceso dall'indignazione (per gli avvenimenti), discuteva cosa doveva farne dei Privernati superstiti. Da parte loro, i Privernati - benché fossero consapevoli che l'unica speranza di salvezza rimanesse nelle preghiere (per essere risparmiati) non poterono dimenticarsi del sangue libero ed Italico: infatti il loro capo, interrogato in senato su quale castigo meritassero, rispose: "Meritano il castigo di quelli che si giudicano degni della libertà". Queste parole infiammarono gli animi esasperati dei senatori. Ma il console Plauzio, essendo favorevole alla causa dei Privernati, domandò quale pace i Romani avrebbero avuto con loro, una volta donata l'impunità. Ma egli con volto fierissimo disse: "Se ci avrete dato una pace buona, perpetua; se cattiva, non destinata a durare. " Con questa frase fu ottenuto che ai vinti venne concesso non solo il perdono, ma anche il diritto ed il beneficio della nostra cittadinanza.
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Mercurio protettore dei ladri e astuto messaggero traduzione versione latino libro Matrix 1 pagina 158 numero C.
La prima frase è: Mercurius deus, filius Iovis, ab antiquis populis astutia et eloquio colebatur.
Il dio Mercurio, figlio di Giove, era venerato dagli antichi popoli per l'astuzia e l'eloquenza. Fanciullo ruba con l'inganno l'armento di Febo e nasconde abilmente il suo operato e non si spaventa delle minacce di Febo, poi con un altro inganno priverà Febo della faretra e delle frecce. In seguito Mercurio prima crea una lira con un guscio di testuggine e poi la dona a Febo in difesa dal giovane. Mercurio aveva scarpe alate: infatti era il messaggero degli dei, discendeva velocemente dall'Olimpo, viaggiava per tutte le terre ed i mari e portava messaggi agli dei supremi. Indossava un cappello e teneva un bastone d'oro con due vipere(attorcigliate) nella mano destra: con il bastone donava il sogno agli uomini e conduceva le anime dei morti negli oscuri Inferi. Inoltre Mercurio era il dio del commercio e dell'eloquenza, proteggeva i giochi d'azzardo e perciò era venerato a Roma nei luoghi pubblici.
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