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Poiché Lisandro, prefetto della flotta, in guerra aveva compiuto molte cose spietatamente e avidamente e temeva la punizione ei suoi misfatti da parte dei cittadini, chiese a Farnabazo di testimoniare agli efori (magistrati) in suo favore che egli aveva condotto la guerra con estrema onestà e che aveva amministrato gli alleati, e di scrivere tutte queste cose meticolosamente. Quello cortesemente glielo concesse: scrisse un grande libro con molte parole, dove lo esaltava con eccellenti encomi. Dopo che Lisandro aveva letto e aveva approvato, di nascosto estrasse un altro (libro), di pari grandezza e di una così grande somiglianza, da non poter essere distinto; lo sigillò e lo consegnò a Lisandro: in realtà in quello (in quel libro) aveva biasimato accuratamente la sua l'avidità e slealtà. Lisandro ritornò a casa e, dopo aver narrato le imprese e le azioni presso il sommo magistrato, come conferma consegnò il libro dato da Farnabazo. Ma dopo che gli efori lo esaminarono, gli stessi lo consegnarono a Lisandro affinché lo leggesse davanti a tutti e con il suo discorso egli fosse il suo stesso accusatore.
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C. Plinio saluta il suo Bebio Ispano. Tranquillo, un mio amico, vuole acquistare un piccolo podere che si dice venda un amico tuo. Io ti prego di fare in modo che egli compri a quanto è giusto. Infatti, in questa maniera, egli si rallegrerà di aver comprato. Del resto, un cattivo acquisto è sempre spiacevole, soprattutto perché sembra dimostrare al padrone la (sua) stupidità. Peraltro, in quel podere, purché il prezzo piaccia, molte cose stuzzicano l'appetito del mio Tranquillo : la vicinanza di Roma, la comodità della strada, la modesta dimensione della fattoria, la misura (ossia "l'estensione") del terreno. Infatti, ai proprietari letterati, come è costui, è abbondantemente sufficiente una quantità di terreno tale che essi possano rilassarsi, rifarsi gli occhi, passeggiare lentamente lungo il confine, consumare un unico sentiero, conoscere tutte le loro pianticelle di vite, e contare gli arbusti. Ti ho illustrato queste cose, affinché tu sapessi meglio in che misura egli sarebbe debitore a me, ed io a te, se egli comprasse codesto piccolo podere, che viene raccomandato da queste caratteristiche, ad un prezzo che non lasci spazio al pentimento. Ti saluto.
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Una piccola volpe invita a cena una cicogna ed offre alla cicogna un brodo liquido in un piatto. Ma la cicogna non può assaporare il cibo con il suo becco. In seguito, la cicogna invita la piccola volpe, e offre alla piccola volpe il cibo all'interno di un'anfora. L'invitata lecca l'anfora, ma non può assaporare il cibo, poiché non ha il becco.
Neminem Thrasybulo Atheniensi praefero fide constantia magnitudine animi in patriam amore eum nemo a
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In fatto di lealtà, di tenacia, di magnanimità e di amore nei riguardi della patria, io non metto nessuno al di sopra dell'Ateniese Trasibulo. Nessuno superò lui in valore. A costui, in virtù degli enormi meriti – infatti aveva ucciso i tiranni di Atene – venne assegnata dal popolo una corona fatta di due rametti d'ulivo. Questa (corona), poiché l'aveva determinata l'affetto dei cittadini e non la forza, non ebbe nessuna invidia, e per lui fu di grande gloria. Dunque, disse bene il grande Pittaco, il quale è stato considerato nel gruppo dei sette saggi, mentre gli abitanti di Mitilene gli donavano molte migliaia di iugeri di terra: Vi prego, non datemi ciò che molti potrebbero invidiare, e che più ancora potrebbero inoltre bramare. Perciò, di codesti (iugeri), io non voglio più di cento iugeri, i quali mostrino sia il mio senso della misura, sia il vostro volere. Infatti i doni piccoli hanno l'abitudine d'essere duraturi, i doni sontuosi hanno l'abitudine di essere effimeri. Dunque Trasibulo, dopo che fu stato omaggiato di quella corona, né chiese di più, né ritenne di essere stato superato da qualcuno in fatto d'onore.
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All'alba tutti i nostri soldati erano pronti allo scontro e, non lontano, si distingueva l'esercito dei nemici. All'improvviso Labieno, per ordine di Cesare, dà il segnale di battaglia. Nel primo scontro vengono respinti i nemici e vengono messi in fuga dall'ala destra, dove aveva collocato la settima legione; dall'ala sinistra si ritirano le prime file dei nemici dopo essere stati trapassati dalle frecce, tuttavia i rimanenti resistevano audacemente, e non davano segno di fuga. Il comandante dei nemici, Camulogeno, incitava i suoi soldati. Ma ora, a causa dell'esito incerto della vittoria, i tribuni della settima legione, spiegarono una legione dietro le spalle dei nemici e fecero un assalto contro quelli. I nemici non si ritirarono dal luogo e furono tutti accerchiati e uccisi dai Romani. Camulogeno ebbe la stessa sorte. Anche quei nemici che erano stati lasciati in difesa davanti all'accampamento di Labieno, giunsero in suo soccorso e conquistarono il colle, ma non sostennero l'impeto dei nostri soldati vincitori. Così, mescolati ai loro che fuggivano, molti furono uccisi dalla cavalleria.