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Se qualcuno mi chiede quale ragione mi abbia spinto a dedicarmi così in ritardo agli studi di filosofia, potrò spiegare ciò facilmente. Infatti, poiché io languivo nell'ozio, e poiché la condizione dello Stato era tale che era necessario che esso fosse guidato dalla mente di un unico uomo, pensai che, nell'interesse dello Stato stesso, la filosofia dovesse essere spiegata ai nostri uomini, ritenendo che fosse molto importante, per l'onore e la fama della cittadinanza, che argomenti tanto seri e tanto importanti, fossero presenti anche nella letteratura Latina. E non mi pento del mio lavoro, perché ho stimolato le volontà di molti, (volontà) non solo di imparare, ma anche di scrivere. Infatti, numerosi uomini dotti, sebbene istruiti secondo i sistemi Greci, non potevano condividere con i loro concittadini quelle cose che avevano appreso, perché non nutrivano fiducia che quelle cose che avevano appreso dai Greci, potessero essere dette anche in lingua Latina. Dunque a me interessava fortemente che la cultura dei nostri concittadini venisse accresciuta. Ora, invece, sembra che, anche negli studi di filosofia, abbiamo fatto progressi tanto grandi che non saremmo sconfitti dai Greci neppure quanto a ricchezza del vocabolario.
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Alessandro era sul punto di assediare la città di Gaza. Ma poiché i grandi muri erano difesi da una modesta guarnigione, Alessandro ordinò che fossero scavati dei passaggi sotterranei, affinché i suoi strisciassero attraverso questi al di sotto delle mura nemiche: in realtà, il suolo sprofondando induceva coloro che scavavano in un pericolo così grande che l'opera iniziata fu abbandonata immediatamente. Allora il re decise di compiere un assalto contro la città il giorno seguente con tutte le truppe. All'alba il re eseguiva un rito religioso secondo l'usanza antica e, per caso, accadde che un corvo, volando e trasportando un pezzo di terra si lasciasse sfuggire il bottino. Il pezzo di terra cadde sul capo del re: la terra cadde, mentre il volatile si fermò su una torre vicina. Poiché in realtà la torre era stata cosparsa con bitume e zolfo, l'uccello tentò di levarsi in volo una seconda volta invano, poiché le ali si attaccavano a quella, e fu facilmente catturato. Alessandro, poiché la sua mente non era libera dalla superstizione, ordinò che venisse presto consultato l'indovino Aristandro circa il singolare avvenimento. Quello rispose che gli déi erano favorevoli alla distruzione della città, ma avvertì il re di non intraprendere l'assedio quel giorno, poiché egli stesso in quel preciso giorno avrebbe ricevuto una grave ferita. Così il re obbedì all'indovino e diede il segnale di ritirata.
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Mentre Cesare si trovava in Gallia con le legioni nei quartieri invernali, da una lettera di Labieno venne a sapere che tutti i Belgi congiuravano contro il popolo Romano e che (i nemici) si scambiavano tra loro ostaggi. Scosso da queste notizie e dalla lettera, immediatamente arruolò due nuove legioni e giunse nella Gallia interna con il legato Q. Pedio. In quel luogo i Senoni gli riferirono che dai Belgi veniva organizzata una truppa e che veniva radunato in un solo luogo un ingente esercito. Allora, in realtà, senza aver frapposto alcun indugio, Cesare, preparati i viveri, toglie l'accampamento e in breve tempo arriva nella regione dei Belgi. Dopo che era giunto in quel luogo i Remi, vicini ai Belgi, inviarono a lui i più importanti ambasciatori della città, affinché dicessero che consegnavano se stessi e tutte le loro cose sotto la protezione e il potere del popolo Romano, e che non si sarebbero accordati con i restanti Belgi e che non avrebbero congiurato contro il popolo Romano e che sarebbero stati pronti sia a fornire ostaggi sia ad aiutare con frumento e con altre cose. Quelli confermarono anche che tutti i Belgi erano in armi e che i Germani si erano alleati con loro, e che la rabbia di tutti loro contro i Romani era grande.
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Quando Ercole indossò la veste, immediatamente iniziò a bruciare; straziato dal dolore, si gettò nel fiume affinché le fiamme venissero spente, ma dopo che si era immerso, il fuoco ardeva ancora più forte. Ma, mentre tentava di strappare la veste, si accorse che quella si era attaccata alle carni in una maniera così inestricabile che mentre solleva la stoffa, lacerava anche la pelle e le sue viscere. Allora Ercole gettò in mare Lica, che gli aveva offerto la veste e, nel luogo in cui cadde spuntò dai flutti una roccia, che viene chiamata Licade. Allora si narra che Filottete, figlio di Peante, abbia costruito una pira per Ercole sul monte Eeta e lo abbia posto su di essa: tutti gli déi, poiché erano toccati dalla pietà nei confronti dell'uomo che aveva reso favori così grandi agli uomini, con il suo valore e con le sue forze, lo tirarono fuori dalle fiamme e lo misero nell'ordine delle divinità immortali. Deianira, moglie di Ercole, con la coscienza sfinita dalle sofferenze, si uccise.
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Un giorno, un bel cervo, dopo che aveva placato la sete presso un lago, si fermò e vide nell'acqua come in uno specchio limpido la propria immagine. Lì, mentre guardando le corna ramificate le elogiava fortemente e biasimava l'eccessiva gracilità delle zampe, all'improvviso fu terrorizzato dalle voci dei cacciatori e dai latrati dei cani. Preso dalla paura, il cervo fuggì velocemente con trotto leggero attraverso i campi, intenzionato a raggiungere la salvezza con la fuga. Ha una buona speranza, infatti le zampe sono veloci, finchè correva per l'estesa pianura evitò i cani, ma quando giunse in un fitto bosco tra i rami degli alberi il povero cervo, ostacolato dalle corna che venivano trattenute, fu dilaniato dai crudeli morsi dei cani. Allora mentre spirava pronunciò questa frase: "Oh me sventurato! Ora alla fine capisco: da sciocco ho disprezzato le mie zampe, ma esse mi sono state utili ed ora le corna che avevo elogiato sono per me causa di morte e di lutto". Così anche noi spesso elogiamo le cose inutili e disprezziamo quelle buone.