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I GERMANI versione dall'italiano al latino
di Cesare LIBRO latino a colori Testo LATINO
Soltanto il sole, la luna e vulcano furono adorati dagli antichi Germani; gli abitanti del Reno non avevano altri numi né c'erano gli dèi dei Romani. Non l'agricoltura ma la caccia fu coltivata dai Germani: dunque gli uomini vivevano per molti mesi nelle foreste a causa della selvaggina e le donne curavano i figli e i vecchi nei villaggi e aspettavano il formaggio e la carne portati dal marito. In Germania si amò la guerra e spesso si combatté contro i popoli limitrofi, e dopo la vittoria i nemici venivano sempre cacciati dai luoghi vicini. I capi delle regioni e delle città amministrarono la giustizia e stabilirono leggi severe. Per anni i Romani combatterono con i Germani con grande valore, ma non sempre vinsero.

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testo latino Psyche, teneris et herbosis locis in ipso toro roscidi graminis suave recubans, dulce conquievit. Iamque sufficienti recreata somno placido resurgit animo. Videt lucum proceris et vastis arboribus consitum, videt fontem vitreo latice perlucidum; medio luci meditullio prope fontis adlapsum domus regia est aedificata non humanis manibus sed divinis artibus. Nam summa laquearia citro et ebore curiose cavata subeunt aureae columnae; parietes omnes argenteo caelamine conteguntur bestiis et id genus pecudibus occurentibus ob os introeuntium. Mirus prorsum homo, immo semideus vel certe deus, qui magnae artis subtilitate tantum efferavit argentum. Enimvero pavimenta ipsa lapide pretioso caesim deminuto in varia picturae genera discriminantur. Iam ceterae partes longe lateque dispositae domus sine pretio pretiosae totique parietes solidati massis aureis splendore proprio coruscant: sic cubicula, sic porticus, sic ipsae valvae fulgurant. Invitata Psyche talium locorum oblectatione propius accessit et paulo fidentior intra limen sese facit. Mox prolectante studio pulcherrimae visionis rimatur singula et altrinsecus aedium horrea sublimi fabrica perfecta magnisque congesta gazis conspicit. Sed nullo vinculo, nullo claustro, nullo claustello, nullo custode totius orbis thensaurus ille muniebatur.
Testo italiano Psiche dolcemente adagiata su un morbido prato, in un letto di rugiadosa erbetta, placidamente s'addormentò. Dopo aver riposato abbastanza si levò più tranquilla e vide un boschetto fitto di alberi alti e frondosi e una sorgente d'acque cristalline e, proprio in mezzo al bosco, non lontana da quella fonte, vide una reggia, costruita non dalla mano dell'uomo ma per arte divina. Il soffitto a cassettoni finemente intarsiati di cedro e d'avorio, era sostenuto da colonne d'oro, le pareti tutte rivestite da bassorilievi d'argento raffiguranti belve e altri animali nell'atto di balzare su chi entrava. Un uomo certamente straordinario, un semidio forse, anzi un dio di sicuro, chi aveva, con un'arte così magistrale, animato tutto quell'argento. Anche i pavimenti di preziosi mosaici spiccavano per la varietà delle composizioni. D'altronde, anche il resto della casa, in lungo e in largo, era di valore inestimabile: i muri erano formati da blocchi d'oro e brillavano di luce propria: tanto sfolgoravano le stanze, i porticati, le stesse porte. Attratta dall'incanto del luogo Psiche s'avanzò, poi fattasi coraggio varcò la soglia e, presa dalla curiosità di quella mirabile visione, si mise a osservare attentamente ogni cosa. Vide così, in un'altra ala del palazzo, loggiati dalla linea stupenda, pieni zeppi di tesori. Ma nessuna chiave, nessun cancello, nessun custode difendeva quelle ricchezze del mondo intero.
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Perraro accidit ut reges vera de se audiant. Me igitur iuvat liberum responsum referre, quod mulier quaedam paupercula Philippo regi dedit. Quae cum gravem controversiam de re familiari cum fratribus haberet, Philippum adiit ac multum diuque obsecravit, ut litem suam diiudicaret: "Hoc unum te rogo: ulciscere iniurias fratrum. Nisi me adiuveris, omnes fortunas meas desperabo. Miserere mei, o rex". Haec et talia saepe questa est; at rex; sive quod publicis negotiis distringebatur, sive quod eum pertaesum est diutinae ac molestae rogationis: " Tempus me deficit" respondebat "cum potero, te advocabo; nunc abi". Illa tandem admodum libere: "haec quidem repulsa", exclamavit "sane regem dedecet!". Haud frusta locuta est: Philippum enim sui facti puduit, nec solum aures ei praebuit, sed statim admisit ceterorum turbam, qui ab eo ius petebant.
Traduzione n. 1 Di rado accade che i re sentano dire intorno a loro stessi cose vere. Infatti molto spesso li accerchiano astuti adulatori che che con elogi, lusinghe, inganni menzogne fecero fanno credere loro che sono dotati di tutte le virtù, che non sbagliano mai e che possono tutto. Invece a me piace riferire una risposta franca, che una misera povera donna dette al re Filippo. Poiché questa ebbe aveva una grande difficile controversia con i fratelli sulla situazione familiare, sul patrimonio familiare andò incontro a si recò da Filippo e lo supplicò a lungo, affinché risolovesse la sua lite. "Ti chiedo solo questo: punisci i torti fatti da mio fratello. dai miei fratelli Se non mi aiuterai, perderò la speranza per di avere tutte le mie ricchezze. Proverai pietà di me, o re?" Sire, abbi pietà di me Spesso molte volte questa costei si lamentò di queste tali cose; ma il re, o se questo fatto lo trattenne dalle occupazioni pubbliche, vuoi perché era trattenuto da pubblici affari o se vuoi perché questa cosa che durò per lungo tempo lo infastidì e per le spiacevoli richieste, rispondeva: "Mi manca il tempo, quando potrò ti farò venire; ora allontanati". tuittavia lei molto schiettamente in verità esclamò " "Questo rifiuto in verità non si addice ad un re"AD UN RE!". Non invano parlò infatti filippo si pentì del suo comportamento e non solo le offrì le orecchie (per ascoltarla) ma subito fece entrare la folla di tutti gli altri che da lui richiedevano giustizia traduzione n. 2
Rarissimamente succede che i re sentano cose vere su di loro. Quindi mi fa piacere riportare la schietta risposta, che diede al re filippo una misera donna. avendo lei con i fratelli una grave controversia sul patrimonio, andò da Filippo e molto e a lungo (lo) pregò, che giudicasse la sua lite: "Questo solo ti chiedo: punire le offese dei fratelli. Se non mi aiuterai (avrai aiutato), perderò tutte le mie sostanze. Abbi pietà di me, o re". Queste e cose simili insistentemente lei richiese; e allora il re, benchè fosse oppresso(era oppresso) da incombenze pubbliche(dello Stato) e benchè fosse (fu) infastidito dalla continua e fastidiosa richiesta: "Non ho (mi manca) il tempo"-rispondeva-"quando potrò (avrò potuto), ti chiamerò; adesso và via". Tutta lei assai schiettamente: "Questo rifiuto in verità", -esclamò-"certamente non si addice ad un re!". Non invano parlò: infatti Filippo si pentì del suo comportamento, e non solo lei (a lei) offrì ascolto (le orecchie), ma subito fece entrare la folla di tutti gli altri, che da lui chiedevano un giudizio/giustizia.
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T. Pomponius Atticus Romae vivebat et litteris studebat: nam litteras doctrinasque amabat, sed bellum contemnebat. Celeriter doctrinas discebat. Quare in pueritia condiscipulus superabat et incitabat studio; condiscipuli autem T. pomponium Atticum laudabant. T. Pomponio Attico multi amici erant : in amicorum numero erant L. Torquatos et C. Marius filius. Ero tempore Romae Cinna bellum gerebat. Pomponius Atticus igitur Romam relinquit atque Athenas pervenit: ibi vitam in litteris consumit. Interea adulescentulus Marius a Romanis patriae adversarius iudicabatur, sed Marius T. Pomponio Attico amicus erat. Quare T. Pomponius Atticus Marium iuvat divitiis suis et Marii fugam pecunia sublevat, at postea Athenas magnam copiam fortunarom traducit suarum. T. Pomponius Atticus honeste vivebat atque prudenter se gerebat. Quare Athenarum incolae T. Pomponium Atticum semper laudabant. Nam gratia in adulescentulo magna erat. Saepe T. Pompoius Atticum suis divitiis in opiam Athernarum incolarum pubblicam levabat. Frumentum egenis donabat: ita Athernarum incolae T. Pomponii Attici munificentiam erga egenos semper laudabant.
Traduzione
Tito Pomponio Attico viveva a roma, e studiava lettere, non solo amava le lettere e gli studi, ma condannava la guerra. in poco tempo apprendeva le materie. mentre era in gioventù, avanzava e incitava i compagni allo studio; gli stessi compagni lodavano Tito Pomponio Attico. Tito Pomponio Attico aveva molti amici: nella schiera degli amici c'erano Lucio Torquato e il figlio di Caio Mario. A quel tempo Cinna faceva guerra a roma. Pomponio Attico quindi lasciò roma e andò ad Atene: qui trascorse la vita negli studi. Nel frattempo, il giovane mario era considerato nemico dalla patria romana, ma mario era amico di Tito Pomponio Attico. Quindi Tito Pomponio Attico aiutò mario con le sue ricchezze e facilitò con i soldi la fuga di Mario, e dopo di ciò portò gran parte delle sue fortune ad Atene. Tito Pomponio Attico viveva onestamente e si manteneva prudente. Quindi gli abitanti di Atene lodavano sempre Tito Pomponio Attico dunque in gioventù aveva molta grazia. Spesso Tito Pomponio Attico in battaglia consolava con le sue ricchezze gli abitanti di Atene. Donava il grano ai terreni sterili: quindi gli abitanti di Atene lodavano sempre la magnificenza di Tito Pomponio Attico per quanto riguarda i campi
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Agamemnon cum Menelao fratre Achaiae delectis ducibus Helenam uxorem Menelai, quam Alexander Paris avexerat, repetitum ad Troiam cum irent, in Aulide tempestas eos ira Dianae retinebat, quod Agamemnon in venando cervam eius violavit superbiusque in Dianam est locutus. Is cum haruspices convocasset et Calchas se respondisset aliter expiare non posse, nisi Iphigeniam filiam Agamemnonis immolasset, re audita Agamemnon recusare coepit. Tunc Ulixes eum consiliis ad rem pulchram transtulit; idem Ulixes cum Diomede ad Iphigeniam missus est adducendam, qui cum ad Clytaemnestram matrem eius venisset, ementitur Ulixes eam Achilli in coniugium dari. Quam cum in Aulidem adduxisset et parens eam immolare vellet, Diana virginem miserata est et caliginem eis obiecit cervamque pro ea supposuit Iphigeniamque per nubes in terram Tauricam detulit ibique templi sui sacerdotem fecit
Agamennone, suo fratello Menelao e altri scelti principi della Grecia stavano andando a Troia a riprendere Elena, moglie di Menelao, che era stata rapita da Paride, ma una tempesta causata dall’ira di Diana li tratteneva in Aulide, poiché Agamennone aveva ferito, cacciando, una cerva della Dea e poi le si era rivolto con grande superbia. Agamennone aveva pertanto convocato gli indovini e Calcante aveva risposto che non gli rimaneva altra scelta, per espiare, che sacrificare la sua stessa figlia, Ifigenia. Udito questo responso, Agamennone dapprima rifiutò, ma poi Ulisse, con i suoi consigli, lo convinse a mettere in atto un piano astuto: lo stesso Ulisse, assieme a Diomede, fu mandato a prendere Ifigenia e quando i due giunsero dalla madre della fanciulla, Clitennestra, Ulisse le disse - mentendo - che Ifigenia era stata destinata in matrimonio ad Achille. Quando la fanciulla, condotta in Aulide, fu sul punto di essere immolata dal padre, Diana ne ebbe pietà, la avvolse in una nebbia e mise al suo posto una cerva; la Dea trasportò poi Ifigenia attraverso le nubi fino in Tauride, e colà ne fece una sacerdotessa del suo tempio.