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Quod cuique tempus ad vivendum datur, eo debemus esse contenti. Breve enim tempus aetatis satis longum est ad bene honesteque vivendum. Sin autem processeris longius, non magis dolendum est quam agricolae dolent, praeterita verni temporis suavitate aestatem autumnumque venisse. Omnia vero quae secundum naturam fiunt in bonis habenda sunt. Quid est autem tam secundum naturam quam senibus emori? Idem autem, si adulescentibus contingit, adversante et repugnante natura videtur accidere. Itaque adulescentes mihi mori sic videntur, ut cum aquae multitudine flammae vis opprimitur; senes autem sic (mori videntur), sicut sua sponte, nulla adhibita vi, consumptus ignis exstinguitur; et quasi poma ex arboribus, cruda si sunt, vix evelluntur, si matura et cocta, decidunt, sic vitam adulescentibus vis aufert, senibus maturitas. Vivendi finis est optimus, quum, integra mente certisque sensibus, opus ipsa suum eadem, quae coagmentavit, natura dissolvit; ut navem, ut aedificium idem destruit facillime, qui construxit, sic hominem eadem optime, quae conglutinavit, natura dissolvit.
Poiché ad ognuno è dato del tempo per vivere, dobbiamo essere felici di ciò. Infatti il breve tempo della vita è abbastanza lungo per vivere bene e onestamente. Se invece sarai avanzato più oltre in età, non bisogna dolersene più di quanto i contadini si dolgono che, trascorsa la dolcezza della primavera, è giunta l'estate e l'autunno. In verità tutte le cose che accadono secondo natura devono essere annoverate fra i beni. D'altra parte, per i vecchi, cosa c'è tanto secondo natura quanto il morire? La stessa cosa, poi, se capita ai giovani, sembra accadere con l'opposizione e la resistenza della natura. E così i giovani mi sembra che muoiano così come quando la forza della fiamma viene schiacciata dalla moltitudine dell'acqua; i vecchi, invece, (mi sembra che muoiano) così come un fuoco consumato, non ricorrendo ad alcuna forza, spontaneamente si spegne; e come le mele vengono strappate a fatica dagli alberi, se sono acerbe, e invece cadono se sono mature al punto giusto, così la forza strappa la vita ai giovani, la maturità ai vecchi. La migliore conclusione del vivere è quando, con la mente e gli altri sensi integri, la natura stessa dissolve la sua opera che ha formato; come una nave, come un edificio, lo stesso che li ha costruiti li distrugge più facilmente, così la natura stessa, che ha ottimamente combinato quel complesso di elementi che è l'uomo, lo dissolve.
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Romanorum quintus rex, Ancus Martius, paci semper studuit, cummitissimae naturae esset. Ut tamen gloriae suae et regni saluti caveret, bellum finitimis intulit et in Romanorum potestatem redegit eam regionem, quae inter Urbem et mare est. Principibus victis Romanam civitatem largitus est et eis sedem constituit in Aventino, quem adiunxit quattuor collibus, ex quibus antea Urbs constabat. Etiam in Tiberi pontem aedificavit, qui Aventinum Ianiculo monti adiungeret et dexteram ripam fluminis ingenti opere munivit ut Urbi contra Etruscos, qui opibus Romanorum invidebant, munimento esset, Cui munitioni operam dedit tanta sollertia et diligentia ut hostibus ingentem terrorem iniecerit et omnem spem victoriae ademerit.
Il quinto re dei Romani, Anco Marzio, desiderò sempre la pace, essendo di animo molto mite. Tuttavia per far fronte alla sua gloria e all'incolumità del regno, portò guerra ai popoli limitrofi e ricondusse sotto il controllo dei Romani quella regione, che è tra la città e il mare. Concesse ai signori vinti la cittadinanza romana e destinò per loro una sede sull’Aventino, che aggiunse ai quattro colli, di cui prima era formata Roma. Costruì anche un ponte sul Tevere, che congiungesse l'Aventino con il monte Gianicolo e fortificò la riva destra del fiume con un'ingente opera affinché fosse di protezione a Roma contro gli Etruschi, che invidiavano le ricchezze dei Romani. A questa fortificazione diede opera con tanta solerzia e diligenza che infuse grande terrore ai nemici e eliminò ogni speranza di vittoria.
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Longum est enumerare merita Caesaris, nec dacile eius clementiam pro merito laudare possum. Hoc tamen liceat exemplum proferire, quo dille edidit cum iam omnes adversarios bellovicerat et omni re pubblica potitus erat. Tum poterat cludeliter animadvertere in eos qui ei bello civili obstiterant, sed utilius et laudabilius putavit veniam erroris concedere omnibus adversariis memoriamque discordiarum civilium oblivione perenni delere. Quare non solum exsulibus reditum in patriam concessit, sed pristinam dignitatem restituit, neque voluti obtrectatores castigare. Quid enim honestius quam veniam adversariis victis dare? Caesaris exemplum utinam secutus esset Antonius, qui post eum re publica potius est! Nunc enim nullas haberemus proscriotorum tabulas; Cicero non necatus esset, res pubblica tranquilla pace frueretur.
Altra versione con questo stesso titolo da altro libro
Longum est omnia enumerare proelia. Quare hoc unum satis erit dictum, ex quo intellegi possit, quantus ille fuerit: quamdiu in Italia fuit, nemo ei in acie restitit, nemo adversus eum post Cannensem pugnam in campo castra posuit. Hinc invictus patriam defensum revocatus bellum gessit adversus P. Scipionem, filium eius, quem ipse primo apud Rhodanum, iterum apud Padum, tertio apud Trebiam fugarat. Cum hoc exhaustis iam patriae facultatibus cupivit impraesentiarum bellum componere, quo valentior postea congrederetur. In colloquium convenit; condiciones non convenerunt. Post id factum paucis diebus apud Zamam cum eodem conflixit: pulsus - incredibile dictu - biduo et duabus noctibus Hadrumetum pervenit, quod abest ab Zama circiter milia passuum trecenta. In hac fuga Numidae, qui simul cum eo ex acie excesserant, insidiati sunt ei; quos non solum effugit, sed etiam ipsos oppressit. Hadrumeti reliquos e fuga collegit; novis dilectibus paucis diebus multos contraxit.
Sarebbe lungo enumerare tutti i meriti di Cesare, ne posso lodare facilmente la sua clemenza adeguatamente al merito. Tuttavia ammettiamo pure che sia lecito esporre questo esempio, che quello produsse quando aveva già vinto tutti gli avversari con la guerra e quando si era impossessato di tutto lo stato. Allora avrebbe potuto castigare crudelmente quelli che si opponevano a quello con una guerra civile ma ritenne più utile e più lodevole concedere il perdono degli errori a tutti gli avversari e cancellare il ricordo delle discordie civili con l'oblio perenne. Per questa cosa non solo concesse agli esuli il ritorno in patria, ma restituì anche l'antica dignità, e non volle castigare i calunniatori. Che cosa infatti avrebbe dovuto dare di più onorevole se non il perdono agli avversari vinti? Magari Antonio avesse seguito l'esempio di Cesare, che si impadronì dello stato dopo di quello! Ora, infatti, non avremmo nessuna tavola dei proscritti; Cicerone non sarebbe stato ucciso, lo stato godrebbe di una pace tranquilla
Altra versione con questo stesso titolo:
È lungo enumerare tutte le battaglie. Perciò sarè detto solo questo, da cui si potrà capire, quanto egli sia stato grande: fin che fu in Italia, nessuno gli resistette sul campo, nessuno dopo la battaglia di Canne pose gli accampamenti contro di lui in campo aperto. Di qui, invitto, richiamato per difendere la patria fece la guerra contro Publio Scipione, figlio di quello, che lui stesso aveva messo in fuga prima presso il Rodano, poi presso il Po, la terza volta presso la Trebbia. Con costui, esaurite ormai le forze della patria, desiderò per allora chiudere la guerra, per scontrarsi in seguito più potente. Venne al colloquio; non s’accordarono sulle condizioni. Dopo tale fatto entro pochi giorni si scontrò con lo stesso presso Zama: sconfitto – incredibile a dirsi – in due giorni e tre notti giunse ad Agrumeto, che dista da Zama circa trecento migliaia di passi. In questa fuga i Numidi che insieme con lui erano scampati dallo scontro, gli tesero un agguato; e non solo li sfuggì, ma addirittura li annientò.
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Midas, Matris deae filius, Phygiae rex, simul cum Tmolo iudex sumptus est eo tempore quo cum Marsya Apollo fistula certavit. Cum Tmolus victoriam Apollini daret, Midas dixit victoriam Marsyae potius dandam. Tunc Apollo indignatus Midae dixit: " Quale cor in iudicando habuisti, tales etiam auriculas habebis". Quibus Dictis, effecit ut asininas haberet aures. Eo tempore cum Liber pater exercitum in Indiam duceret, Silenus aberravit, quem Midas hospitio liberaliter accepit atque ducem dedic, qui eum in comitatum Liberi deduceret. Et Midae Liber pater ob beneficium dedit potestatem ut (che) quidquid vellet a se peteret. Petivit Midas ut quidquid tetigisset, id aurum fieret. Hoc cum impetrasset et in regiam suam rediisset, quicquid tetigerat aurum fiebat. Cum iam fame cruciaretur, quia cibi ipsi aurum fiebant, petivit a Libero ut sibi speciosum donum eriperet. Tunc eum Liber iussit in flumine Pactolo se abluereret, cum eius corpus aquam tetigisset, ipsa facta est colore aureo. Quare illud fulmen nunc Chryssophorum (Crisoforo = Portatore d'oro) appellatur.
Mida, figlio della dea Madre, re di Frigia fu scelto come giudice insieme a Tmolo in quella circostanza in cui Apollo gareggiò con Marsia al flauto. Poichè Tmolo aveva dato la vittoria ad Apollo, Mida disse che la vittoria piuttosto doveva essere data a Marsia. Allora Apollo indignato disse a Mida: " Avrai le orecchie tale e quali al senno che hai avuto nel giudicare". Detto questo, fece in modo che avesse le orecchie d'asino. In quel tempo quando il padre Libero conduceva l'esercito in India, si perse Sileno, che Mida accolse in ospitalità generosamente e gli diede una guida, per ricondurlo al seguito di Libero. E il padre Libero per il favore ricevuto diede a Mida la possibilità di chiedere a lui qualunque cosa volesse. Mida chiese che qualunque cosa toccasse, diventasse oro. Questo quando ottenne il favore e quando tornò nella sua reggia, aveva toccato qualcosa che diventava oro. Ormai quando fu tormentato dalla fame, poiché i cibi stessi diventavano oro, chiese a Libero di togliergli il magnifico dono. Allora Libero gli ordinò di immergersi nel fiume Pattolo, dopo che il suo corpo ebbe toccato l'acqua, essa stessa diventò di colore oro. Per ciò ora quel fiume viene chiamato Crisoforo (Portatore d'oro).
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Ubi in Africam veni, quartae legionis tribunus militum, maxime mihi cordi fuit Masinissam convenire regem, qui erat familiae nostrae iustis de causis amicissimus. Ad quem ut veni, complexus me senex, conlacrimavit aliquantoque post suspexit ad caelum et: «Gratias – inquit – tibi ago, summe Sol, vobisque, reliqui caelites, quod, antequam ex hac vita migro, conspicio in meo regno Publium Cornelium Scipionem, cuius ego nomine ipso recreor. Nam numquam discedit ex animo meo illius optimi atque invictissimi viri memoria». Postquam haec dixit, ego illum de suo regno, ille me de nostra re publica percontatus est, multisque ultra citroque verbis habitis, ille nobis consumptus est dies. Post autem, apparatu regio accepti, sermonem in multam noctem produximus, dum senex nisi de Africano loquitur omniaque eius non facta solum sed etiam dicta commemorat
Quando arrivai in Africa, come tribuno dei soldati della quarta legione, mi sembrò giusto incontrare il re Massinissa, che era per giuste ragioni molto amico della mia famiglia. Quando arrivai da lui, il vecchio, abbracciatomi, pianse e poco dopo levò lo sguardo al cielo, e disse: «Ringrazio te, o sommo Sole, e voi altri dèi celesti, che, perché prima che mi diparta da questa vita, vedo nel mio regno Publio Cornelio Scipione, dal cui stesso nome sono rianimato. Giammai, infatti, si allontanò dal mio animo la memoria di quel magnifico ed invincibile uomo». Dopo che disse questo, io lo interrogai sul suo regno, ed egli mi interrogò sulla nostra repubblica, e scambiati vicendevolmente molti discorsi, quel giorno per noi terminò. Ancora in seguito, accolti con splendore regale, continuammo il discorso fino a notte inoltrata, mentre il vecchio non parla se non dell'Africano e ricorda di lui non solo le cose fatte ma anche quelle dette